Nobel per la Letteratura 2021: Abdulzarak Gurnah (rassegna stampa 8/10)

Il 7 ottobre, lo scrittore tanzaniano Abdulrazak Gurnah ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2021.

Il giorno successivo sono stati pubblicati sulla nostra pagina Facebook i commenti della stampa italiana attraverso i quotidiani disponibili nell’edicola digitale MediaLibraryOnLine.


Un Nobel “inaspettato” [la Repubblica], ma “in linea con lo spirito del tempo” [La Stampa] e che rappresenta “un premio all’Africa che si affaccia sul mondo” [Domani].

“Abdulrazak chi?”. È Mariarosa Mancuso su Il Foglio a interpretare e sintetizzare nella maniera più diretta la reazione di una netta maggioranza di pubblico all’annuncio del vincitore del Nobel per la Letteratura 2021, Abdulrazak Gurnah.

Come ci ricorda Raffaella De Santis su la Repubblica, ieri sul profilo Twitter dell’Accademia, mentre il mondo si attivava per inseguirlo, è stata lanciata una domanda che suonava un po’ provocatoria: avete mai letto Gurnah? In pochi hanno risposto sì”. “Un carneade dunque per i meno attenti frequentatori del panorama letterario mondiale. Non certo per i 18 accademici di Stoccolma, “nel [cui] Dna”, ci ricorda Raffaella De Santis su Repubblica, “[…] c’è l’idea di una letteratura sottratta alle logiche del mercato. Lo scopo non è premiare chi è già premiato dalle vendite, ma far conoscere chi merita ed è rimasto fuori dai circuiti globali”.

“Anche stavolta vi abbiamo spiazzato, voi e le vostre sciocche scommesse”, il messaggio arrivato dalla Svezia secondo Il Foglio. Quest’anno infatti “i bookmaker puntavano su autori di grande popolarità – Murakami, Atwood, Ernaux, addirittura il politicamente scorretto Houellebecq”, scrive sul Corriere, “ma da sempre le scelte del comitato svedese navigano al largo del mainstream e vanno a pescare tra gusti letterari che non sono per tutti i palati […]”, “[…] snobbando, ancora una volta, i grandi favoriti in nome di una scelta che nella scrittura cerca anche un’impronta politica e sociale”.

Chi è dunque Abdulrazak Gurnah e come è arrivato a ricevere “quella telefonata che ti cambia la vita e ti catapulta nell’empireo dei letterati immortali, oltre a rimpinguarti con 10 milioni di corone svedesi, circa 985 mila euro” [la Repubblica]?“ Nato nel 1948 nell’isola di Zanzibar (oggi Tanzania), Gurnah vive dall’età di 18 anni in Inghilterra, dove è approdato nel 1964 scappando dalle violente rivolte postcoloniali nel suo Paese”, si legge su La Stampa. “Un rifugiato politico, quindi, il primo nero premiato a Stoccolma da oltre un ventennio e il quinto di origine africana (dopo il nigeriano Wole Soyinka nel 1986, l’egiziano Naguib Mahfouz nel 1988, i sudafricani Nadine Gordimer nel 1991 e J. M. Coetzee nel 2003 e Doris Lessing, metà inglese metà Zimbabwe, nel 2007)”.

Al centro di tutti i suoi romanzi, evidenzia il Corriere, ci sono “la migrazione e lo spostamento, dall’Africa orientale all’Europa o all’interno dell’Africa […]. Con i suoi personaggi in bilico tra una nuova vita e un passato di cui conservano memoria, costantemente intenti a costruirsi una nuova identità per adattarsi ai loro nuovi ambienti, lo scrittore ha anticipato quella letteratura della migrazione e della multiculturalità oggi molto praticata dagli autori contemporanei più giovani”.

La Stampa affida il commento critico ad Alessandra Di Maio, professoressa di Letteratura inglese, africana e di Studi postcoloniali Università di Palermo: “Se in Sulla riva del mare (2001) viaggiamo con Omar da Zanzibar a Londra, dove richiede asilo, nell’ultimo romanzo, Afterlives (2020), l’autore va indietro nel tempo per raccontare gli orrori dell’impresa coloniale tedesca in Africa orientale, un capitolo spesso cancellato dai libri di storia europei. Nonostante la gravità dell’argomento, i romanzi di Gurnah non accolgono amarezza. La prosa robusta mantiene la sensibilità necessaria per raccontare le vita dei protagonisti, individui spaesati che seguono le rotte della storia, pronti a reinventarsi. Lo scrittore ne esplora i sentimenti, perlustrando le loro vicende personali e pubbliche, nell’intimità che segna le loro relazioni e le loro vite quotidiane. Ed è in questa dimensione che ciascuno di noi lettori si ritrova, perché tutti noi cerchiamo un rifugio umano, prima ancora che politico”.

Il Nobel a Gurnah è l’occasione per una panoramica sulla letteratura africana. Molto interessante in questo senso l’intervento di Chiara Piaggio su Domani: “[…] che il Nobel torni in Africa proprio ora non è un caso. In Africa, si sta assistendo a una produzione letteraria senza precedenti […]. Case editrici importanti […] trainano un mercato editoriale che oggi vale più di un miliardo di dollari e che sta crescendo al ritmo del 6 per centro l’anno. Ma il contributo più importante arriva dalla digitalizzazione. […]

Oggi la letteratura africana ha preso una strada propria, e lo ha fatto seguendo un percorso insolito: prima si è affacciata sul mondo, facendo sentire la propria voce decisa al di fuori del continente, per poi tornare a sé stessa e svilupparsi al suo interno. Il Nobel a Gurnah arriva come la ciliegina sulla torta. Un premio che idealmente ricopre tutto il continente e tutti i suoi scrittori, riuniti a festeggiare con lui. Un premio che, a differenza della letteratura africana contemporanea, parla ancora di colonialismo. Che ci ricorda gli effetti che questa brutta pagina di storia ha lasciato in eredità all’Africa, e ai nostri occhi. E che ci ricorda che oggi abbiamo un potente strumento per cambiare il nostro sguardo e per conoscere l’Africa: la sua letteratura”.

Una riflessione che ritroviamo anche nelle parole di Igiaba Scego, che Repubblica titola “il senso di una vittoria”: “[…] Soprattutto in Italia la letteratura del continente è stata lasciata a piccoli editori o se pubblicata da grandi editori non accompagnata con attenzione. Infatti non serve solo pubblicare, ma serve anche far sì che libri non egemonici trovino una nicchia di appassionate e appassionati. Ieri ha vinto Abdulrazak Gurnah, ma ha anche vinto la possibilità di incuriosirsi di un continente che la maggior parte dei lettori conosce solo vagamente e a volte attraverso brutti stereotipi coloniali”.

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