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  • Giulietto Chiesa: Un errore previsto 10/04/03
  • Carlos Fuentes: "Questa guerra ha fatto molti cadaveri giuridici" 7/4/03
  • Stefano Benni: La bomba al panzanio 5/4/03
  • Alessandro Baricco: L'ultima guerra 5/4/03
  • Margaret Atwood: America, non so più chi sei 4/4/03
  • Danilo Zolo 3/4/03
  • Chomsky: La vergogna americana
  • Dialogo con Peter Gowan (Parte Prima)
  • Dialogo con Peter Gowan (Parte Seconda)
  • Erri De Luca: L’ingiusta supremazia
  • Stefano Benni: Cara mamma ti scrivo dal fronte Stefano Benni: Cara mamma ti scrivo dal fronte
  • Stefano Benni: Da un vecchio amico
  • Stefano Benni: La guerra non c'è
  • Stefano Benni: Ultimo discorso da Fort Quiet
  • Antonio Tabucchi: Il grande scoppio e i piccoli servi
  • Eduardo Galeano: In quell'angolo del mondo
  • Eduardo Galeano
  • Tahar Ben Jelloun: Io, scrittorearabo ferito
  • Nefeez Mosaddeq Ahmed
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  • Immanuel Wallerstein: Bush si gioca tutto
  • Immanuel Wallerstein: Scacco matto al vecchio continente
  • John Le Carré: The United States of America has gone mad
  • Alberto Arbasino: La guerra e la storia che si ripete
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  • Card. Carlo Maria Martini: Un grido di intercessione
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  • Gianni Riotta: 1998: così fu decisa la fine di Saddam
  • Giorgio Bocca: La guerra e la favola bella dei falchi
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  • Intervista a Pierre-Jean Luizard su La questione irachena
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  • Marco D'Eramo: La guerra come dottrina
  • Marco D'Eramo: Stufo
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  • Maurizio Maggiani: La pace riparte da quel mare di ventenni
  • Maurizio Maggiani: Qualche domanda sui perché di una guerra
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  • Paolo Rumiz: Quel no alla guerra gridato con passione
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  • Slavoj Zizek: Salvo incidenti previsti
  • Riccardo Staglianò: Il no degli intellettuali americani
  • Giulietto Chiesa: Diario pacifista
  • Giulietto Chiesa: Nessuno vuol mostrare le immagini degli iracheni uccisi
  • Giulietto Chiesa: I record di Bush
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  • Gino Strada: "Vi spiego perché la pace conviene"
  • Giulietto Chiesa intervista Gino Strada
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  • Umberto Galimberti: Il silenzio di Dio condanna le armi
  • Domenico Starnone: Bush e Gordio
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  • Umberto Eco: Quando la guerra è un'arma spuntata
  • Arundhati Roy: Assediare l'impero
  • Fabriza Ramondino: Tra club Bush e clan Saddam
  • Mark Hertsgaard: Un presidente cowboy con la "missione" in testa 15/03/03
  • Meir Shalev: "Io israeliano dico: un conflitto ingiustificato" 26/03/03
  • Eduardo Galeano: Ma in nome di chi?
  • Ignacio Ramonet: Guerra perpetua
  • Isidoro D. Mortellaro: Assemblea Generale
  • Dominique Vidal: Crociati, di padre in figlio
  • intervista a Kurt Vonnegut raccolta da Joel Bleifuss
  • Nuha al-Radi: "La democrazia non arriva così, da un giorno all'altro"
  • Uri Avnery: "Dietro la guerra, un'ideologia neo-imperialista"
  • Guseppe Pontiggia: Decalogo per i difensori di Bush
  • Javier Marías: La guerra dal vero


    Chomsky: La vergogna americana

    Noam Chomsky , rispondendo alle domande del forum di ZNet, ha rilasciato l'altroieri alcune dichiarazioni notevoli sulla guerra, in qualità di osservatore critico privilegiato dall'interno degli Usa. Vale la pena di leggerle. [giuseppe genna] L'impressione che ho tratto dai contatti con gente favorevole alla guerra in Iraq è che una delle ragioni principali, che fa piazza pulita di ogni altra, sembra essere la loro convinzione che Saddam odii l'America. Tu sei a conoscenza di azioni o intenzioni da parte di Saddam che diano consistenza a un'opinione del genere? Non ho idea di cosa passi per la testa di Saddam, e anche ammesso che lui odii l'America (qualunque cosa questo significhi), l'idea che ciò possa costituire una giustificazione per scatenare una guerra è così folle che non vale nemmeno la pena discuterne. Neppure i nazisti si spinsero tanto lontano. Saddam ha mai avanzato una reale minaccia contro gli Stati Uniti? Quest'idea sconfina nell'assurdo. All'altezza del 1990, all'apice delle accuse contro di lui per gli orrendi crimini che aveva commesso e stava commettendo, veniva comunque considerato un amico e un alleato proprio di coloro che stanno partecipando allo show di Washington in questi giorni. Ben lontani dal considerare Hussein una minaccia, gli hanno fornito ogni sorta di mezzi per sviluppare armi di distruzione di massa. La Guerra del Golfo e le sanzioni hanno ridotto l'Iraq a essere la forza militare più debole della regione mediorientale. Perfino i Paesi che Saddam aveva invaso non lo considerano, a oggi, una minaccia, ed essi stessi hanno tentato per anni di dare vita a un processo di reintegrazione dell'Iraq nella regione - al di là delle forti resistenze opposte dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono gli unici al mondo, a quanto mi risulta, a considerare l'Iraq una minaccia, militare o terroristica. Per "Stati Uniti" intendo in questo caso l'immagine che irradia il governo coi suoi media da settembre soprattutto - il che ha ottenuto effetti non secondari sull'atteggiamento della gente. Da dove deriva questo superpatriottismo, quest'arroganza (come viene in effetti vista da molti non americani), questa idea che gli Usa siano simili a Dio, che non possono sbagliare, che qualunque cosa affermino o facciano - non importa quanta obbiettività vi sia - sia semplicemente perfetta perché sono gli Stati Uniti a farla? Da dove origina questo atteggiamento? E' sempre stata una costante psichica americana? Sospetto che le élite e il loro sistema di propaganda promuovano questo atteggiamento attivamente e in piena consapevolezza - ma sono stati loro a crearlo? E' abbastanza sorprendente e inquietante. In due anni soltanto l'Amministrazione Bush è riuscita a ottenere che gli Stati Uniti diventassero la nazione che incute più timore in tutto il mondo, quella che solleva più disgusto e perfino odio. Un risultato non da ridere, che non lascia spazio a mezzi termini. I teorici della cospirazione dovrebbero così trarre la conclusione che essi stanno in realtà lavorando per Bin Laden. Circa il superpatriottismo, sì, attraversa tutta la nostra cultura quasi da sempre, ma non è un dato unicamente americano. La Gran Bretagna, al culmine del suo splendore, non adottava un diverso atteggiamento, e se ne avvertono ancora gli echi. Il saggio di John Stuart Mill, ormai un classico, sull'"intervento di carattere umanitario" ne è uno splendido esempio - ed è particolarmente interessante proprio perché Stuart Mill era una persona di intelligenza e integrità morale fuori dalla norma. E lo stesso rilievo circa il superpatriottismo si poteva avanzare verso qualunque potere espansionista che io possa oggi ricordare. Perfino se si trattava di una nazione piccola, come Israele. Quanto alle radici effettive di un simile atteggiamento, si tratta di un problema complesso, difficile da affrontare. Lo statuto di questa vocazione superpatriottica molto massiccia suggerisce che essa non possa essere attribuita unicamente a peculiarità di carattere storico, benché sia certo che inequivocabilmente esistano e che abbiano il loro peso. Negli Stati Uniti, per esempio, fu necessario scovare e fornire una qualche giustificazione che legittimasse lo sterminio delle popolazioni indigene e il ricorso a un'economia basata sulla schiavitù (e qui includo anche l'economia del Nord nei primi tempi - il cotone era il petrolio della rivoluzione industriale nel diciannovesimo secolo). E l'unico modo per giustificare il fatto che schiacci col tuo piede il collo di un altro è che tu esprimi una superiorità unica e l'altro una detestabilità parimenti unica. Una corrente di razzismo dominante, che persiste anche nell'attuale momento storico, intrecciata tanto intimamente con la cultura americana, e dell'Occidente in generale, che è ben al di sotto della soglia di consapevolezza e che a fatica può essere compresa da persone che sono state educate appositamente per rilevarla. Per questo motivo la risposta alla domanda sulla genesi dell'atteggiamento superpatriottico non può essere semplice. Alcuni hanno evocato scenari evoluzionisti. Il problema è che una spiegazione del genere può essere impegnata praticamente per qualunque problema, mentre l'evidenza comparativa ci dice molto poco (intendo: comparazioni con scimpanzé dall'indole violenta o bipedi pacifici, studiati nelle relazioni intime - ricerche di questo tipo, insomma...). Mi domando quale sia il tuo atteggiamento su come i media hanno trattato il tema della guerra finora. E' un fatto degno di attenzione che la spaccatura interna all'élite di potere permetta una maggiore apertura nella scena mediatica. Tu noti comunque una maggiore copertura delle opinioni critiche e antagoniste rispetto al solito? Non ho guardato se non sporadicamente la tv - CNN compresa. La mia impressione, ma si tratta appunto di una semplice impressione personale, è che la tv faccia semplicemente da majorette per la squadra di casa. Tutto trascurabile, a parte il fatto che uno può comunque disporre dell'opportunità di sottrarsi a questa polarizzazione imposta, affrontando i fatti al di là del tentativo di mantenerli celati alla pubblica opinione. La copertura stampa è invece qualcosa di più complesso, benché ancora si muova all'interno del quadro imposto dalla propaganda su un'invasione militare. Se si vuole approfondire l'analisi della questione, un ottimo sistema consiste comunque nell'andarsi a leggere quanto viene pubblicato sulla stampa estera - cosa non più difficile in questa fase storica, grazie all'accesso al web della stampa inglese, irlandese e straniera in genere, spesso in traduzione. Non sono favorevole a esprimere un'impressione generale e generica: senza ulteriori ricerche ed esperienze, non saprei come procedere. Un esempio. Un attacco suicida da parte di forze dell'esercito che si sta opponendo a un'invasione non può assolutamente essere definito un atto di terrorismo. Supponiamo che l'esercito iracheno stia assediando New York e la sua aviazione stia lanciando bombe sulla città senza incontrare alcuna resistenza. Se un americano compisse un attacco suicida contro l'esercito invasore qualcuno avrebbe forse il coraggio di parlare di "terrorismo"? O violazione della legge di guerra? Oppure quest'atto verrebbe considerato come un gesto di eroismo straordinario, garantendo al suicida un posto d'onore nella storia nazionale? Gli Stati Uniti non sono colpevoli di terrorismo di stato, al momento. Questa è a tutti gli effetti un'aggressione pura e semplice, da manuale. Persino la CNN fa circolare sufficienti informazioni per giungere a una conclusione tanto chiara e cristallina. Uno può forse obbiettare che una simile aggressione abbia una qualche giustificazione, ma è altamente improbabile che si contesti il fatto che si tratta di un'aggressione. Ancora una volta, proviamo a invertire le parti. Immaginiamo che un enorme esercito iracheno abbia invaso gli Stati Uniti e abbia attaccato le città e via di seguito. Ci verrebbe in mente di dire che si tratta di un atto terroristico o di un'aggressione? E' ben vero che i media non adottano una quadro interpretativo come quello che propongo - almeno non quando sono gli Usa a invadere. Ma questo risponde a gran parte della domanda su come io consideri i media oggi.
    Pubblicato da giuseppe genna at Aprile 2, 2003 07:52 AM www.carmillaonline.com



    Dialogo con Peter Gowan (Parte Prima)

    Peter Gowan insegna relazioni internazionali alla Metropolitan University di Londra ed è redattore della prestigiosa rivista della sinistra britannica New Left Review. Nel suo ultimo libro, The Global Gamble - America’s Faustian Bid for World Domination (Verso 1999), ha analizzato il dispiegarsi del progetto statunitense di egemonia globale dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Abbiamo discusso con lui della guerra in Iraq e delle attuali tendenze geopolitiche. 1. Questa seconda Guerra del Golfo è una guerra per l’egemonia globale. Molti commentatori indicano le differenti poste in gioco di una vittoria statunitense: il controllo sul petrolio, il predominio del dollaro, la prosecuzione dei flussi di capitale verso gli USA, il battesimo della dottrina Bush, una dimostrazione di forza verso i principali competitori (UE, Giappone, Cina, Russia) e nemici... Come inquadreresti questa guerra nel contesto delle priorità geopolitiche statunitensi? Dopo la seconda guerra mondiale il capitalismo americano si è espanso nel mondo sotto l’ombrello del predominio politico unipolare degli Stati Uniti nei confronti di tutti i principali paesi capitalisti. Tale predominio derivava inizialmente dall’abilità statunitense nell’allineare le potenze capitalistiche per il confronto con il Comunismo e l’Unione Sovietica. Una volta allineati in questo modo, i paesi in questione divennero militarmente dipendenti dagli USA per le esigenze della guerra fredda. E la dipendenza militare assicurò la loro subordinazione politica sui problemi più importanti della politica mondiale. Questo rapporto, a sua volta, permise agli Stati Uniti di continuare a dominare le istituzioni che plasmavano l’economia mondiale ben al di là del momento in cui persero lo schiacciante vantaggio economico dell’immediato dopoguerra. Gli USA potevano così controllare i cambiamenti nell’economia mondiale in maniere che favorivano l’ulteriore espansione del capitalismo statunitense e preservavano la sua posizione dominante. Allo stesso tempo, potevano legittimare nel nome dell’anticomunismo l’impiego della potenza militare per rovesciare regimi tacciati di ostilità. Potevano infine contare sui propri alleati più stretti e sul controllo delle istituzioni chiave del dominio economico mondiale per proiettare la propria potenza verso l’esterno, in tutto il mondo non comunista. Il collasso del Blocco Sovietico ha avuto effetti contraddittori. Il ridimensionamento delle capacità militari del Blocco Sovietico ha reso gli Stati Uniti militarmente senza rivali, ed ha aperto nuove enormi aree dell’Eurasia all’espansione statunitense. D’altra parte, ha anche liberato l’Europa occidentale dalla dipendenza politico-militare dagli USA, incoraggiando processi più accentuati di regionalizzazione politica e un’accelerazione dell’espansione europea (politica ed economica) verso est. Allo stesso tempo, la capacità degli Stati Uniti di legittimare il proprio controllo militare del confine tra i paesi capitalisti avanzati e le loro periferie è risultata minata. L’anticomunismo non è più utilizzabile, l’aggressione umanitaria / in difesa dei diritti umani è troppo poco credibile e molti stati, inclusa la maggior parte di quelli dell’Europa occidentale, hanno richiesto la legittimazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) per qualsiasi aggressione militare. Dal 1990 è esistito un consenso programmatico all’interno della classe capitalistica statunitense, che controlla lo stato americano, sul fatto che gli USA dovessero cercare di mantenere il proprio controllo unipolare sul mondo capitalista avanzato estendendo l’unipolarismo all’intero globo – l’intera Eurasia. Questo programma attivamente espansionista era tanto più necessario, in quanto i capitali statunitensi dipendevano ora più che mai dalle operazioni all’estero. Ma come conseguire un simile unipolarismo globale, come costringere ciascuna delle principali potenze in un sistema di cooperazione centrato sugli USA? E come legittimare le manovre geopolitiche necessarie a raggiungere tale obiettivo, non solo sul piano internazionale ma anche nei confronti di un elettorato interno non più cementato attorno all’espansionismo USA dall’anticomunismo? Un primo e critico compito strategico era quello di subordinare nuovamente l’Europa occidentale, che venne affrontato con le manovre nei Balcani occidentali (Bosnia; l’attacco contro la Jugoslavia nel 1999) e con l’allargamento della NATO fino ai confini della Russia. Ma questa iniziativa si rivelò un parziale fallimento: gli Europei si accodarono all’offensiva USA ma cercarono simultaneamente di rafforzarsi come soggetto politico unitario. Questi problemi vennero mitigati negli anni ’90 da due fattori: (1) il programma di globalizzazione economica, mirante all’apertura delle economie nazionali e alla rimozione delle conquiste operaie, era molto popolare nei circoli d’affari di tutti i paesi capitalisti, centrali e non; (2) il capitalismo finanziarizzato statunitense, durante il boom iniziato nel 1995, offriva alle aziende di tutto il mondo enormi spazi di investimento finanziario per espandere le proprie operazioni. Ma quando la bolla finanziaria negli USA è esplosa e il programma di globalizzazione economica si è rivelato in molte regioni estremamente destabilizzante, questi elementi mitiganti hanno perso la loro forza. L’amministrazione Bush è entrata in carica determinata a trovare il modo di utilizzare la carta vincente dei mezzi militari senza danneggiare più di tanto la propria legittimazione ideologica internazionale. Il nucleo centrale della squadra di Bush è costituito da Cheney, Rumsfeld, Rice, Wolfowitz, tutti legati a questo approccio. Powell fu chiamato come spia di eventuali allarmi sul fronte diplomatico / ideologico. Il Tesoro, così centrale nella squadra di Clinton, venne marginalizzato. Costoro non avevano inizialmente le idee chiare sulle priorità tattiche, e accarezzavano l’idea di un confronto con la Cina. Ma l’11 settembre fornì tutte le direttrici d’azione, tattiche e strategiche. L’obiettivo strategico divenne il rafforzamento di un nuovo cleavage [linea di frattura] globale contro il terrorismo e gli “stati canaglia” (già preparato dall’amministrazione Clinton), che avrebbe legittimato un’iniziativa militare volta ad acquisire il controllo dell’intera regione del Golfo e del Mar Caspio, e controllare così il fluido vitale di tutte le principali economie – il petrolio. Simultaneamente, questa offensiva strategica avrebbe inferto un grave colpo agli sforzi dell’Europa occidentale di mantenere e sviluppare una politica unitaria indipendente. Se si fosse accodata all’offensiva, avrebbe dovuto abbandonare la concezione di un ordine mondiale centrato sulle Nazioni Unite, le tradizionali politiche mediorientali, l’influenza autonoma nel Medio Oriente e l’intero atteggiamento verso il Sud del mondo, la proliferazione, i diritti umani, etc. Se non si fosse accodata, sarebbe stata isolata e umiliata, con le proprie classi capitalistiche in rivolta. Gli obiettivi tattici dovevano invece essere: primo, l’Afghanistan; secondo, lasciare mano libera a Sharon contro i Palestinesi; terzo, conquistare l’Iraq; quarto, destabilizzare e rovesciare il regime iraniano. 2. La posizione degli Stati Uniti è stata definita di “dominio senza egemonia”, e l’opposizione drammaticamente in crescita che si trovano a dover affrontare, sia a livello di pubbliche opinioni che di governi, lo dimostra. E’ saggio questo slancio imperiale ed unilateralista? La saggezza o meno dell’orientamento in questione dipendeva dal successo dell’attacco all’Iraq e dal conseguente consolidamento del controllo sulla regione caspica e del Golfo. Da un punto di vista statunitense, il fatto che questa offensiva avrebbe rafforzato le tendenze verso il terrorismo era da considerarsi un fatto positivo più che negativo: avrebbe reso il cleavage contro il terrorismo più forte e attivo. Ma Washington stava correndo un rischio, quello di dover fare quasi tutto il lavoro da sola e con le proprie risorse. Quel rischio si è ora trasformato in un pericolo molto grande. La tipica arroganza razzista / imperiale verso le popolazioni del Terzo Mondo prive di tecnologia militare avanzata e sprofondate nella povertà (dalle sanzioni Anglo-Americane) ha spinto gli USA a fare un disastroso errore di calcolo militare nel loro piano di attacco contro l’Iraq: avrebbero dovuto condurre un bombardamento genocida. Il mondo intero è ora “colpito e terrorizzato” dalla resistenza irachena. Per il popolo iracheno e per il mondo arabo, questa guerra è già diventata un episodio storico ed eroico di resistenza nazionale contro l’alleanza anglo-americana-israeliana. Il successivo annientamento dello stato iracheno non altererà questo fatto. L’unica speranza consisterebbe nel tentativo di affermare che gli Sciiti nel sud hanno abbandonato la resistenza nazionale, il che appare poco probabile. Al momento sembra impossibile che gli Stati Uniti riescano a stabilizzare un regime nell’Iraq del dopoguerra unicamente con le proprie risorse. Se ci provano, si ritroveranno in un pantano strategico per molti anni, in un Medio Oriente caotico. E gli Inglesi se ne tireranno fuori per salvarsi. Ma se gli USA impegnassero anche risorse militari, politiche e finanziarie di altri paesi, ne dovrebbero pagare il prezzo: una perdita di controllo egemonico. E, nel frattempo, il loro intero sistema di alleanze è in crisi politica e istituzionale. Immagino che la classe capitalistica statunitense e i suoi leader politici saranno incollati al telefono con i propri alleati del grande capitale europeo, nel disperato tentativo di spingerli ad esercitare pressioni sui propri governi perché tornino in riga dietro agli Stati Uniti. Pubblicato da Paolo Chiocchetti at Aprile 2, 2003 01:25 AM. www.carmillaonline.com



    Dialogo con Peter Gowan (Parte Seconda)

    Pubblichiamo qui la seconda parte dell'intervista rilasciata a Carmilla da Peter Gowan. Peter Gowan insegna relazioni internazionali alla Metropolitan University di Londra ed è redattore della prestigiosa rivista della sinistra britannica New Left Review. Nel suo ultimo libro, The Global Gamble - America’s Faustian Bid for World Domination (Verso 1999), ha analizzato il dispiegarsi del progetto statunitense di egemonia globale dopo la caduta dell’Unione Sovietica. 3. Questa guerra ha spaccato l’Unione Europea in due: un centro “renano” (Francia, Germania e Belgio), sempre più convinto della necessità di una politica europea autonoma, e una periferia (Gran Bretagna, Europa meridionale ed Est ex-comunista) maggiormente legata alla prospettiva euro-atlantica. Come potrà questa frattura influenzare lo sviluppo dell’unificazione europea? L’unica cosa certa è che le istituzioni euro-atlantiche (NATO, UE) rimarranno in crisi profonda per lungo tempo, mentre i riallineamenti politici progrediranno e faranno saltare i precedenti compromessi istituzionali. Una possibilità molto concreta è che la frattura politica dell’Europa occidentale giunga all’isolamento della Gran Bretagna, se e fino a quando non deciderà di rompere con l’iniziativa americana in Medio Oriente. E anche in quest’eventualità, le élites europee hanno ormai visto molto chiaramente i veri colori politici dello stato inglese: il discorso di Blair sull’Europa come “destino” della Gran Bretagna ha dimostrato di essere una menzogna. Il vero programma di Blair si è rivelato un’alleanza anglo-americana nella quale il ruolo britannico in Europa non è un destino ma una destinazione, come cavallo di Troia filo-americano ed euro-guastatore. Allo stesso tempo, se l’alleanza franco-tedesca tiene e va avanti con prudenza secondo l’idea belga di “cooperazione avanzata” in campo politico-militare, potrebbe diventare un polo unificatore per una riorganizzazione dell’Eurolandia, recuperando alla fine anche gli Spagnoli e gli Italiani. E’ estremamente importante per tutti i principali stati europei che l’UE/Eurolandia continui ad avere un forte atteggiamento di coesione politica nella situazione attuale, e questo probabilmente richiede la via della “cooperazione avanzata”. La polarizzazione dell’UE provocata dagli anglo-americani è arrivata troppo presto, prima che l’Europa “unita e libera” fosse istituzionalmente completa. Nel frattempo, il raggruppamento franco-tedesco offrirà un programma di compromesso agli USA per coprire per un po’ la crisi istituzionale. D’altra parte se gli USA ottengono ciò che vogliono cercheranno di irrigidire la determinazione del raggruppamento a guida britannica nell’UE e nell’Europa centro-orientale, di separare il governo tedesco (o un nuovo governo tedesco) dalla Francia e di isolare e sconfiggere Chirac. Gli USA hanno un interesse vitale nel punire la slealtà francese al centro imperiale, per il bisogno di dimostrare chi è che comanda su tutti gli altri. Se questa iniziativa dovesse trionfare – e ci sono moltissimi gruppi influenti vicini al centro del potere dello stato britannico che la appoggerebbero con forza – il risultato potrebbe essere la riduzione dell’UE a un mercato unico dominato dal grande capitale e politicamente bloccato. Ma questo farebbe rapidamente perdere legittimità politica al livello europeo, in mezzo ad una forte ascesa delle tensioni nazionaliste interstatali, e potrebbe minacciare di sfilacciare l’intero progetto europeo. 4. Sul medio termine dobbiamo aspettarci un’intensificazione delle rivalità interimperialistiche e della regionalizzazione economica e politica in Europa ed Asia, o la schiacciante forza militare USA condurrà a un riallineamento generale dietro la loro leadership? Nella relazione transatlantica sono presenti potenti forze centripete: attraverso l’unione l’asse transatlantico può sperare di dominare il mondo e plasmare i caratteri del cambiamento economico. Queste pressioni centripete sono tuttavia al giorno d’oggi per lo più razionali / ideologiche, salvo in Gran Bretagna dove esistono potenti legami materiali con gli Stati Uniti: l’estesa simbiosi dei rispettivi capitalismi, specialmente nel campo finanziario, e i forti legami nei campi della sicurezza / dell’intelligence / militare – il Ministero della Difesa britannico è profondamente soggiogato allo stato americano, per esempio. Ma tra l’Europa continentale e gli USA linee di frattura persistono e tendono a prevalere sulle pressioni centripete: gli Stati Uniti sono raffigurati come uno stato egemonico che mira a dominare i propri alleati attraverso strutture come la NATO e si comporta in campo politico-militare come un Impero. Essi tendono inoltre a trattare le istituzioni dell’economia politica globale come proprietà manipolabili a proprio piacimento (il dollaro, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale) o scavalcabili unilateralmente (WTO), e a comportarsi allo stesso modo verso le Nazioni Unite. D’altro canto, il concerto dei capitalismi di Eurolandia ha bisogno di una base politica sicura e di un certo livello di autorità politica coesa. Gli sforzi di utilizzare l’UE come il principale strumento per indebolire il potere sociale del movimento operaio interno, non fornendole una solida legittimazione democratica, spingono gli stati dell’Europa occidentale a cercare di dotare l’UE di autorità politica in altri modi. E l’Eurolandia ha un grosso interesse nel conservarsi come un soggetto politico coeso nell’economia politica globale e nei negoziati che le danno forma. Inoltre la fine della Guerra Fredda ha ridotto l’influenza degli Stati Uniti sulle principali potenze dell’Europa occidentale, mentre attribuiva loro nuove leve d’influenza quali le Nazioni Unite. Gli stati europei possono inoltre sostenere la propria influenza unendosi su alcune questioni alla Russia e persino all’Asia orientale. Tutto questo comporta conflitti continui, aperti come al momento o più coperti come in passato. Con grande probabilità le rivalità interimperialistiche verranno accentuate ulteriormente dall’aggressione anglo-americana contro l’Iraq. La logica dell’attacco statunitense implica che Washington è ora costretta ad impegnarsi in un lungo e faticoso lavoro in Medio Oriente, in condizioni dove le capacità militari risultano prive di effetti politici positivi. Come abbiamo ripetutamente visto, le vittorie militari degli Stati Uniti tendono a non accrescere la propria base politica: mentre ampliano la portata materiale dell’espansionismo USA, non generano un sostegno locale allargato. Questo si è visto dopo la Guerra del Golfo, in un Medio Oriente diventato in fretta una palude strategica per gli Stati Uniti. Si è visto nei Balcani occidentali, e senza dubbio accadrà di nuovo in Asia centrale. Ciò è connesso al fatto che il capitalismo USA non è oggi in grado di produrre sentieri di sviluppo positivi per le altre società. Il programma di globalizzazione economica non offre nulla alla massa dei popoli che cadono sotto l’influenza politica statunitense. Così la nuova iniziativa USA per l’egemonia regionale nel mondo arabo ricalcherà quasi certamente questi stessi modelli, ponendo enormi tensioni sulle risorse politiche, amministrative, militari e finanziarie statunitensi. Il potere americano è equipaggiato per distruggere gli stati. Non è equipaggiato per controllare direttamente le popolazioni. Quel tipo di lavoro deve essere compiuto da élites di stati subalterni o da coalizioni ONU o NATO manipolate dagli Stati Uniti nei livelli alti. Se il personale militare ed amministrativo USA venisse coinvolto direttamente nel controllo capillare della popolazione irachena per un lungo lasso di tempo, ciò potrebbe rappresentare un pericolo molto grave per Washington. Perciò essere lasciati a Baghdad per anni praticamente soli, con Israele come amico più vicino, non è certo una prospettiva allettante. Non è assicurato che gli Inglesi resterebbero in corsa. Potenti pressioni sorgerebbero a Washington perché fosse abbandonata la visione di Wolfowitz, limitati i danni e raggiunto un compromesso con gli alleati europei. Se questa marcia indietro non avvenisse sotto Bush (con il licenziamento di Rumsfeld e la marginalizzazione di Cheney), potrebbe avvenire con il Presidente successivo. D’altra parte, Washington potrebbe tentare con decisione l’escalation nei rapporti con l’Europa occidentale, intensificando la propria violenza militare in Medio Oriente, scatenando ulteriormente l’aggressione israeliana fino ad una “soluzione finale” nei Territori Occupati e forse attaccando la Siria, l’Iran ed eventualmente la Corea del Nord. Ciò potrebbe essere accompagnato dalla disponibilità a forzare una spaccatura molto profonda con i propri alleati tradizionali, e a minacciare una configurazione di alleanze completamente nuova che includa gli Inglesi e alcuni stati dell’Europa orientale, Israele etc. Tutto questo sarebbe accompagnato dalla disponibilità americana a sopportare rivolte nel mondo arabo. Per quanto assurdo possa sembrare, tale scenario è il tipo di opzione che influenti policy maker a Washington saranno pronti a considerare. Se gli USA si indeboliscono e fanno marcia indietro, ci si può aspettare un progresso della regionalizzazione politica in Europa e Asia orientale. Se gli USA inaspriranno il confronto con i propri alleati, la formula politica in Europa occidentale potrebbe invece tendere a riequilibrare le alleanze di sicurezza, fatto che frantumerebbe gli schemi tradizionali di alleanza e condurrebbe per la prima volta alla competizione geopolitica all’interno dell’Unione Europea. La posta in gioco per gli Stati Uniti è estremamente alta. L’amministrazione Bush sta operando scientemente per assicurare l’egemonia globale degli USA nel 21° secolo. Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti lanciano la sfida per l’egemonia globale. L’amministrazione Roosevelt ha operato con lo stesso obiettivo nell’ultima parte della Seconda Guerra mondiale. Dovette accontentarsi del risultato più modesto del dominio sui margini capitalisti alle due estremità dell’Eurasia, a dispetto del fatto che negli anni quaranta e cinquanta la potenza militare statunitense fosse l’avanguardia di una forza di modernizzazione industriale immensamente potente. Oggi gli Stati Uniti stanno tentando di conquistare nuovamente l’egemonia globale, ma dietro al loro potere militare sta un programma gretto e in larga parte predatorio di capitalismo finanziarizzato e rentier. Che attrae, fuori dai paesi capitalistici avanzati, solo ristretti strati di élites ricche e minacciate. E tende a distruggere il tessuto sociale e a minare l’autorità statale in larga parte del Sud, come illustra oggi l’America Latina. La grande domanda è quanto saranno distruttive e perfino barbariche le forme del suo fallimento. Fine 2/2 Pubblicato da Paolo Chiocchetti at Aprile 4, 2003 12:40 AM www.carmillaonline.com



    Erri De Luca: L’ingiusta supremazia Tratto da "Il Mattino", 24 marzo 2003

    Ho imparato la lingua americana, non l’inglese, da mia nonna che era dell’Alabama e si chiamava Hammond. Da lei mi viene il quarto di sangue americano che ha deciso il formato del mio corpo e l’apparenza. È rimasto in superficie quel quartino, mai l’ho sentito agitarsi dentro di me.Perciò mi disturbavano i marinai della sesta flotta Usa che a migliaia sciamavano per Napoli, comprandosela anima e corpo per pochi cents. Perciò sono stato tra quelli che in gioventù si sono schierati contro l’America al tempo della guerra d’invasione del Vietnam e che si sono battuti allora per la sconfitta degli Stati Uniti. E l’abbiamo ottenuta, nel 1975.Oggi per la prima volta sento muoversi una spinta di compassione per l’America. Oggi sono triste per questa nazione che sta andando al fine corsa del suo prestigio e della sua supremazia. Tutti i primati del mondo scadono, i potenti passano la mano ad altri potenti, la storia è zingara e non pianta a lungo la sua carovana nello stesso posto. Ma è triste per me vedere il popolo americano declinare così in fretta, appena arrivato al culmine della sua potenza.Alcuni parlano d’impero, ma non è così. L’impero espande i suoi confini e li conserva dentro un quadro di diritto comune condiviso.Il popolo romano crebbe in forza militare e insieme al vigore delle leggi: il suo "ius" è durato molto di più delle sue legioni. L’impero ha bisogno di regole su scala di mondo.L’America oggi le abbandona per affidarsi alla sua sola forza. Così fanno le orde, non gli imperi.Devo molto all’America. I suoi poeti mi hanno aizzato uno spirito di libertà e di avventura che la prudente letteratura italiana non si sogna. Whitman, Kerouac, Dylan hanno scassinato da fuori la gabbia in cui ogni ragazzo si sente rinchiuso. Dov’è oggi la tua libertà, America? I tuoi poeti sono invecchiati e cantano strofe di anni Sessanta. Il tuo presidente è votato da meno di metà degli elettori, ha preso meno voti del suo avversario, insomma è un quinto di presidente, dov’è la tua democrazia, America? Cosa cerchi a Belgrado, a Kabul, a Baghdad, scavando a colpi ciechi nel suolo di città con proiettili di uranio impoverito? Non sarai rispettata di più, odiata sì. "Che mi odino, purché mi temano": è con questa vecchia stupidaggine di tiranni antichi che credi di durare? Non è più verde la tua frontiera e nemmeno il tuo dollaro che sbiadisce e perde peso di fronte alla monetina recente di un’Europa fatta a spezzatino. E perderà sempre più presa e rappresentanza di moneta guida, il tuo biglietto. Già i petrodollari arabi si convertono ad altra religione monetaria e traslocano in Svizzera. Presto anche ai profitti delle tue multinazionali converrà fare altrettanto. Cos’è questo tetano di guerra che ti deforma il viso? Sei forte, certo, ma invulnerabile no, anzi come tutti noi, fragile in ogni metro quadro delle nostre città. Nemmeno il piccolo Israele è riuscito a conservarsi illeso, ed è allenato a guerre da che è Stato.A un dibattito in televisione una domanda impertinente spiazzava l’interpellato di turno: chi speri che vinca la guerra in corso? Visto che la speranza è gratis dichiaro la mia: che non vinca nessuno. Spero che perda il tiranno iracheno e che perda pure l’invasore angloamericano e un poco australiano.Spero in un colpo della provvidenza che mortifichi in una sola volta due tracotanze militari oggi simili. Barcolli sotto il peso delle tue stesse armi, America, esci dal deserto in cui ti sei cacciata.



    Stefano Benni: Cara mamma ti scrivo dal fronte Tratto da “la Repubblica”, 1 febbraio 2003

    Camp Silvio, deserto iracheno, 2 marzo. Cara mamma, siamo in zona operativa. Ci hanno detto di non usare mai la parola guerra, locuzione antiquata e drammatizzante, ma piuttosto termini come intervento preventivo, motivi tecnici, obliterazione degli obiettivi. Anche noi soldati dobbiamo esprimere i nostri sentimenti in modo acconcio. Ad esempio non si dice "cagarsi addosso dalla paura" ma "elaborare lo stress in modo autoreferenziale". Quindi sono il tuo Cosimo, e mi sto autoreferenziando perché ho paura che mi obliterino. Siamo in una tendopoli vicino agli americani, e si è creato un clima di sano cameratismo. Loro non ci chiamano più Macaroni, ma Chocolate boys, per l´abitudine del nostro premier di spalmarsi la pelata di Nutella quando va in televisione. Noi non li chiamiamo Gringos ma Findus, perché il presidente Bush si è fatto fare il lifting in crioterapia e per non fare squagliare tutto, se ci guardate bene, porta sempre al collo un filetto di salmone surgelato travestito da cravatta rosa.Ieri è venuto il generale americano Mason e ci ha mostrato le prove delle armi segrete chimiche irachene. Una foto completamente nera, a riprova di quanto sono segrete. Poi ci ha spiegato che i missili iracheni hanno una gittata troppo lunga, mentre come è noto i missili di tutto il mondo hanno gittata comunale o tutt´al più provinciale. Ci ha fatto vedere addirittura un missile iracheno con la marmitta truccata.Poi ha detto che c´è nel mondo un paese governato da un tiranno padrone di tutto e mentitore, che non vuole essere indagato né giudicato, è iscritto a un´organizzazione segreta di incappucciati che ha perseguito piani eversivi, consegna alle televisioni videocassette piene di minacce e per finire ha fabbriche d´armi ovunque, anzi le esporta in tutto il mondo, perciò l´Usa lo attaccherà.Gli abbiamo puntato contro i fucili e non li abbiamo abbassati finché non ci ha giurato che non parlava dell´Italia.4 marzoOggi dovevamo avere due gradite visite. Il presidente Berlusconi e Sharon Stone. Ma non sono potuti venire. Invece di Berlusconi è venuto il ministro Martino e invece della Stone Maria De Filippi.Martino era bellissimo, con un cappello texano tricolore e gli sci da fondo. Credeva che l´Iraq fosse come l´Afghanistan. Ha ribadito che l´Italia non è in guerra, ma siamo qui solo per supportare in joint venture logistica l´intervento americano. Comunque ha detto di vigilare poiché il pericolo di un attentato è altissimo, si stanno saldando insieme il terrorismo islamico i pacifisti le brigate rosse i Nas i disobbedienti, gli arbitri, i vescovi e la cassazione. Se colpiranno subito sarà grave ma se non colpiranno sarà anche peggio perché allora gli attentati li farà la Cia e quella va giù pesante. Infine il nostro colonnello ha gridato: volete camminare nel deserto per cinquanta chilometri o vedere Maria De Filippi che balla? Aveva appena finito di dirlo che eravamo tutti e trecento schierati in assetto di marcia. Il colonnello non sapeva se essere contento o meno.Dormiamo in simpatiche camerette col letto a Castelli. No, hai letto bene mamma, non a castello, a Castelli, i padani occupano la branda sotto, i meridionali dormono per terra. Il lettino sopra è occupato da un cartello: la branda va rifatta in nome del popolo.7 marzoStamattina abbiamo eseguito un´esercitazione anti guerra chimica. Abbiamo fatto colazione con cappuccino liofilizzato e hamburger surgelati americani. Il cinquanta per cento non ce l´ha fatta ed è a letto che autoreferenzia. E´ venuto a trovarci Tony Blair. Che stile, che eleganza! Sembrava Little Tony passato per Oxford. Con lui c´era Gasparri. Che stile, che vivacità! Ha bofonchiato qualcosa per un minuto e poi è rimasto bloccato nella sua solita espressione: a bocca aperta e col labbro pendulo. Un po´ alla volta gli si stava riempiendo la bocca di sabbia e allora gli abbiamo messo una maschera antigas. Pensandoci bene, non ha cambiato faccia per niente.Siamo eccitati perché ci hanno detto che in settimana dovrebbe finalmente arrivare Sharon Stone, se no Valeria Marini, se no la Moratti. E poi una buona notizia: a quelli del Grande Fratello li avvertiranno se scoppia la guerra, mentre a noi non diranno cosa succede nella casa del Grande Fratello: una bella rottura di marroni risparmiata.8 marzoCi siamo scambiati le mimose. Da alcuni indizi l´attacco sembra imminente. Il colonnello Mason continua a portarci prove delle armi segrete di Saddam, ad esempio ci ha fatto vedere che i cannoni iracheni hanno la canna vuota, cosa ci nascondono dentro? Nel pomeriggio abbiamo visto anche gli ispettori Onu. Hanno tutti un berretto da Sherlock Holmes, la pipa e un metal detector. Gli americani gli hanno detto di scavare tutto in tondo nella sabbia, perché sotto poteva esserci un bunker segreto. Solo alla fine hanno detto che era uno scherzo, volevano solo che qualcuno gli costruisse una bella pista per le biglie, e si son messi a giocare con grande risate.Ho capito che gli americani sono dei gran burloni e che la vita dell´ispettore Onu deve essere durissima.Alla sera, abbiamo visto il film "Il ponte sul fiume Lambro", una versione padana del Ponte sul fiume Kwai con gli albanesi al posto dei giapponesi e Lunardi che fa il colonnello costruttore al posto di David Niven. Il film dura sei minuti, poi naturalmente il ponte crolla. Dopo il rancio il colonnello, democraticamente ci ha prestato il telefonino satellitare e ha detto: adesso ognuno mandi un essemesse alla sua ragazza. Il soldato Micillo, detto Miccichè per la sua intelligenza ha detto: potrei usare altre tre lettere invece di esse emme esse? Il colonnello ha detto che consulterà il regolamento.12 marzoStamattina è venuto a trovarci D´Alema. Per mostrare che era per la guerra ma non troppo indossava una giacca da paracadutista, bermuda a fiori, e un preservativo sulla baionetta. Ha detto che dobbiamo essere tecnicamente pronti all´azione pacificatrice e ha cominciato a tracciare strani segni sulla lavagna. Per me erano i piani per un attacco a terra, per un mio amico era lo schema della nazionale di Trapattoni. Poi si è scoperto che era la linea politica dei Diesse sulla guerra. Con lui c´era Vissani che ha preparato un rancio speciale. Tortino di sabbia al tartufo e poisson en boite avec julienne de haricots, ovverossia tonno in scatola e fagioli. Tutta la nuit abbiamo scoreggiato en pleine air chiedendoci pardon. La mattina D´Alema è risalito sulla sua barca (ci aveva messo sotto le rotelle) e ha detto che lui non dice bugie come Silvio Nutella: entro due giorni farà venire la Ferilli se no la Parietti se no Pecoraro Scanio.Nel pomeriggio abbiamo fatto l´esercitazione insieme agli americani. Loro sparavano e noi andavamo a controllare se avevano colpito il bersaglio. Quando eravamo vicino al bersaglio loro continuavano a sparare e gli inglesi venivano a controllare se ci avevano colpito, e così via. Era un tourbillon molto vivace.La notte però ho dormito male.14 marzoFinalmente è arrivato il presidente Berlusconi in elicottero. Era incazzato perché per tutto il viaggio è stato seguito da un branco di fenicotteri che lo fischiava. E´ sceso con un agile balzo e per trovarlo nella duna hanno dovuto usare i cani da valanga. Silvio era in tuta mimetica, e sulla faccia aveva un fard speciale mimetico a chiazze studiato dal Pentagono e dalla Revlon. Purtroppo si era messo in testa troppa Nutella e i cammelli sono impazziti e hanno cominciato a leccarlo. E´ salito sul palco e ha detto che lui non è solo il presidente operaio il presidente picciotto, il presidente terremotato, ma anche il presidente soldato. Ha detto che non ha fatto il militare perché le caserme sono un covo di bolscevichi, ma che sa usare un´arma. Ha fatto mettere dieci bottiglie una vicina all´altra a cento metri e ha imbracciato il fucile. Tutte le volte che sparava le bottiglia rimanevano intere e non succedeva niente. Ci hanno spiegato che sparava tra una bottiglia e l´altra, capito che mira?Alla sera abbiamo fatto Ustica two, un´esercitazione radar insieme agli americani. Loro simulavano di attaccare con degli aerei e noi simulavamo di rubare i tracciati. Devo dire che li abbiamo surclassati.23 marzoE´ stata una serata indimenticabile. E´ arrivato Colin Powell, un negrone che sembra il commercialista di Tyson e ci ha mostrato nuove prove delle armi irachene. Una ricevuta fiscale della ditta tedesco-americana che ha venduto a Saddam il gas con cui ha sterminato i curdi. Le foto dei missili che gli hanno venduto i nostri alleati russi, e i sistemi di puntamento italiani e francesi. Poi ci ha insegnato a torturare i prigionieri senza lasciare segni e ha cantato "Caravan petrol". Che simpatico! Quando se ne è andato ci siamo torturati per un po´ ma ci stavamo annoiando. Per fortuna, a mezzanotte ci hanno detto che avevano montato il palco per lo show. Dovevano esserci le veline ballerine , invece c´erano due velone ballerone con uno spinnaker per slip. Poi Schifani e Vito che volevano fare i fratelli De Rege, ma la scenetta non è mai iniziata, indovinate perché. Alla fine, c´era il balletto di Maria De Filippi e Pecoraro Scanio, ma fortunatamente si è alzata una tempesta di sabbia. Dio è con noi.25 marzoSiamo andati a letto agitati, perché siamo in job alert, mi sa che domattina attacchiamo. La prova certa è questa: si sente un gran puzza di salmone rancido, quindi Bush e la sua cravatta rosa sono arrivati. Inoltre in Iraq ci sono settecentomila soldati e rimpatriarli tutti costerebbe troppo. Ci hanno distribuito l´equipaggiamento antichimico, una maschera antigas e una cartina di Milano. Il colonnello Mason ci ha detto che i primi a andare all´attacco, per motivi tecnici, saremo noi italiani, ma di non preoccuparci perché ci coprono loro con gli aerei, basta seguire l´ombra. Guardo le stelle irachene, così simili alle nostre, e penso: ma insomma, con la new economy e le promesse del nano nutellato, e la tecnologia, e l´impero del Bene come mai tutto quello che si annuncia nel nostro futuro è una guerra dopo l´altra? Possono due petrolieri megalomani spaccare in due il mondo solo perché nessuno li lascia soli nella loro paranoia? Ma poi mi sono consolato: mamma: pensa a quelle guerre scomode, nelle trincee col fango, le scarpe sfondate e invece siamo qui con gli alleati Usa cento volte più forti dei nemici, un bell´equipaggiamento e mezzi modernissimi, pagati dai cittadini. Morire in una guerra così è da disfattisti, anzi, come dicono gli americani, è proprio out. Vero, mamma?28 marzoCara signora madre di Cosimo.Questa non è una lettera preconfezionata, ma personale per lei. Sono lieto di informarla che suo figlio Cosimo è tecnicamente morto nella prima operazione di prevenzione, obliterato da fuoco amico. La cordiale ferita gli ha causato un´amichevole emorragia che lo ha cameratescamente dissanguato accompagnandolo a braccetto nel paradiso degli eroi. Ma non sia triste. Per consolarla di questo spiacevole inconveniente ho almeno tre belle notizie.Essendo suo figlio Cosimo il primo caduto italiano in zona, ha vinto il premio del Presidente del Consiglio consistente in una licenza premio di due settimane da trascorrere in una delle sue ville in Sardegna.In quanto a lei, mamma di Cosimo, sarà ospite d´onore a ben tre talk show in una settimana. La prego di comprarsi i vestiti adatti.Sappiamo inoltre che suo figlio Cosimo era di sinistra. E inoltre meridionale e licenziato da poco. Si immagina che vita avrebbe fatto nel nostro paese? Meglio così.Con simpatia, il presidente del consiglio, generale Sylvio Nutella Berlusconi.PS. Non si sogni di protestare. Solo il popolo mi può giudicare, e lei è una sola.



    Stefano Benni: Da un vecchio amico Tratto da “il manifesto”, 18 marzo 2003

    Lettera da Adolf Hitler: Caro George e cari Tony e Josè Maria, questa lettera è personale. So che la servitù la aprirà e quindi tanto vale che dica anche: cari Berlusconi e Frattini.Circa sessant'anni fa scappai da quel maledetto bunker di Berlino su un sidecar senza moto (il mullah Omar mi fa un baffo), e trovai rifugio in un paese sudamericano. In questo periodo in cui ho vissuto nascosto non ho sofferto per la guerra persa, ma per la fine di un sogno. Ho temuto che la sordida propaganda dei vincitori potesse cancellare il meraviglioso mito della razza eletta, e di un paese superiore agli altri. Per anni solo poche minoranze hanno difeso questo ideale. Vedervi oggi incarnare lo spirito di quei giorni dolci e terribili, mi ringiovanisce di mezzo secolo.Sono vecchio, e solo le cure assidue, trentatre lifting e cambi del sangue mi hanno tenuto in vita. Ma ne valeva la pena, per vedere finalmente in voi gli eredi del mio sogno.George, tu e la banda di miei seguaci e ammiratori che ha preso in mano l'America, teorizzate giustamente la superiorità della razza americana, dei suoi interessi e del suo esercito sul resto del mondo. Nelle vostre vene scorre poca emoglobina tedesca, e vedo troppi negri che parlano ai vostri microfoni, e troppe sacche di democrazia annidate sul vostro suolo.Ma io vedo in te la mia giovinezza, George W. Bush. Solo io e tuo padre sappiamo che quel W. sta per Wermacht. Ebbene sì, George, con un paio di baffetti e una divisa, sei uguale a me. Non devi urlare ai microfoni, le amplificazioni e i media sono migliorati, hai fatto corsi di recitazione e di look. Ma i concetti che esprimi te li ho insegnati io. E trovo molto bello che forse sceglierai il ventuno marzo per attaccare l'Iraq, proprio il giorno del mio ultimatum alla Polonia, la nascita della primavera nazista. Tony, sei un comunista di merda, ma anch'io all'inizio mi ero impantanato in idee socialiste, so che dietro alla tua aria da fighetto si nasconde un cuore da panzer, e che l'Impero Coloniale Inglese è per te un esempio incrollabile.Josè Maria, tu sei un cretino. Tagliati almeno i baffetti e non pettinarti come me. Ma ho avuto un sacco di cretini nel mio esercito, ed erano quelli che obbedivano meglio.In quanto a voi, camerati Berlusconi e Frattini, non siete certo come Mussolini. Lui amava il militarismo, voi siete degli imboscati a vita. Ma stare dalla parte dei più forti è nel vostro codice genetico. La vostra ipocrisia, la vostra mediocrità di statisti, il vostro essere servi dei servi , è parte integrante della peggior storia italiana. Date pure le basi e le ferrovie agli americani. Parteciperete al banchetto dei vincitori, avrete qualche attentato in meno e un barile di petrolio non ve lo negherà nessuno. Se verrà commesso quale crimine di guerra, riuscirete a fare una legge anche per quello. Se ci foste stati voi, il processo di Norimberga starebbe ancora passando da una sede all'altra.Caro George, non preoccuparti se ti senti solo, anch'io lo sono stato. Sono sempre esistiti gli ebrei, i bolscevichi, gli zingari, gli arabi, e soprattutto i polacchi traditori come i Wojtyla, i negri come Annan e i traditori come Schroeder e Chirac. Feccia del mondo unita in quel covo di sordido meticciato etnico chiamato Onu. La diplomazia, diceva Goebbels, è il nome con cui le razze inferiori chiamano la loro paura. Ma ora è riapparsa sulla scena una razza superiore, e tutto questo sparirà nella spazzatura della storia.George, so che tu non vuoi che mi mostri in pubblico, e questo mi rattrista. Ti ringrazio delle vecchie moto Zundapp che continui a regalarmi ogni compleanno. Non capisco anche i sessanta orologi d'oro in tre mesi, non è che saranno regali riciclati? Chi è quel deficiente che continua a regalarti orologi da polso, George, uno che ti ha preso per un polipo? Va bene, resterò nella mia privatsphere o privacy come dite voi. Ma state attenti. Non esagerate con le vostre bugie, con le parole preventivo e umanitario, le bombe intelligenti e federaliste, disarmare invece di aggredire, obliterare invece di uccidere. Potrei saltare fuori da un momento all'altro e apparire su qualche televisione. Chi non manderebbe in onda una videocassetta del fuhrer? Farei una aufsehenerregende audience, con un po' di fard, i baffi tinti e le luci giuste. Si fa così adesso, no? E potrei dire: cari telespettatori, anche se in passato abbiamo avuto qualche screzio, e io sono il Male e loro il Bene, questi sono i miei eredi, i miei continuatori. Saddam è una mia brutta sanguinaria copia, loro sono il modello perfezionato, i Robofuhrer del futuro. Forse non useranno tutti i miei metodi, forse si fermeranno prima, ma vi assicuro che alla base di tutto c'è la mia vecchia semplice lezione: il più forte deve dominare il mondo. I vostri esperti di comunicazione temono che con la mia faccia stravolta e gli stivali militari spaventerei qualcuno, farei apparire la violenza di ciò che sta accadendo, vi smaschererei del tutto. Ma forse siete già smascherati.Vincerete, questo è certo. Il popolo iracheno ha imparato da Silvio Berlusconi che una grande felicità sta per abbattersi su di lui. Glielo cederebbero volentieri, un chilotone di felicità sulla sua villa di Arcore, ma non accadrà. Moriranno col sorriso sulle labbra. Forse avrebbero preferito un'altra soluzione per essere felici e liberi dal tiranno, ma voi non l'avete voluta fin dal primo momento. Avete coltivato Saddam come un fiore, e così questa commedia del disarmo. Siete ipocriti, bugiardi, e arroganti dall'alto della vostra potenza militare. Perciò mi piacete un sacco.Vi accadrà di uccidere dei bambini iracheni (ahimè, succede, la guerra e la politica hanno sempre degli effetti collaterali imprevisti e spiacevoli, da Buchenwald ai Gulag, da Hiroshima alla prossima necessaria atomica). Ebbene, quando seppelirete questi bambini fate loro una carezza e dite: questa è la carezza di zio Adolf. Come sapete io amavo i bambini. E voi amate la pace, e l'Italia è un paese sovrano e questa non è una guerra d'aggressione. E poiché siete nel giusto, non la pagherete. Forse.E' notte, e nel mio chalet tirolese in mezzo alla giungla guardo il tuo discorso alla televisione, George Wermacht Bush, e invidio lo stile e la pacatezza con cui comunichi a miliardi di persone quello che io dovevo urlare con voce rauca e gesti da burattino.Ma l'anima è la stessa, e uguale è la fede in una razza eletta e nella superiorità militare come unica vera legalità. Sessant'anni non hanno consumato questo meraviglioso ideale.Caro George, ti faccio i miei migliori auguri e spero che tu passi serenamente queste quarantotto ore. Ti perdono la Normandia. In fondo, è grazie agli errori che si cresce, e voi avete imparato la lezione. Con affetto, e basta orologi. Decidiamo noi che ora è.Adolf Hitler, Casella postale 4535, Mato Grosso



    Stefano Benni: La guerra non c'è Tratto da “il manifesto”, 25 marzo 2003

    Cittadini italiani. Qui è Silvio W. Berlusconi che vi parla. Anche se la propaganda comunista e vaticana cerca di convincervi del contrario, i miei avvocati mi hanno rassicurato che:a) l'Italia non è belligeranteb) non solo non è belligerante, ma non è neanche in guerrac) non c'è in realtà nessuna guerraNon abbiamo mai concesso né basi né spazio aereo agli americani. Era già tutto loro. Le basi americane sono da tempo territorio Usa a tutti gli effetti, occupano uno spazio grande come una regione e non sono ancora Stato Usa autonomo perché stanno decidendo per il nome: Italiaska o New Pizzland. In quanto alla spazio aereo, gli americani ci scorazzano già da anni, basta pensare al Cermis o a Ustica. Vi posso assicurare che nessun aereo Usa parte per missioni di guerra dalle nostre basi. Alcuni portano in giro le bombe, perché a stare chiuse nell'hangar si arrugginiscono. Altri fingono di partire per confondere il nemico, a volte tornano, a volte restano nascosti in qualche garage o luogo appartato. Io ho due B 52 nel mio giardino a Arcore.Non sono mai transitati sul suolo italiano treni con armi. Se qualcuno ha portato con sé un carro armato o un cannone, lo ha fatto a titolo personale, l'importante è che non lo abbia messo in mezzo al corridoio intralciando i passeggeri o il servizio ristoro. Abbiamo espulso i diplomatici iracheni non perché ce lo ha chiesto Bush, ma perché ai sensi della legge Bossi-Fini non avevano più un lavoro, in quanto, come sapete, tutti gli sforzi diplomatici sono falliti.Non abbiamo mai venduto armi agli americani. Agli iracheni sì, ma allora Saddam era un amico.Non è vero che siamo già in corsa per la ricostruzione dell'Iraq e stiamo arraffando le commesse. Io di commesse ne ho avute a migliaia alla Standa e nessuna può dire che io le ho messo le mani addosso. Sono fedele a mia moglie anche se è una traditrice pacifista e secondo alcuni pettegolezzi attualmente è fidanzata con un certo Schopenauer.Non siamo belligeranti, in quanto non c'è nessuna belligeratura in corso. E' semplicemente in atto l'operazione per disarmare Saddam. Non mi risulta che ci siano morti né tra i civili né tra i militari. Aprite la televisione e vedrete che nulla è cambiato: le solite sigle, le solite facce, i soliti conduttori, e gli esperti che giocano con le mappe e i soldatini. Si discute di Iraq, ma come si parla del brutto tempo o dei virus della polmonite, sono inconvenienti che un palinsesto non può ignorare.Qualcuno con criminoso cattivo gusto, in un rigurgito Santoriano, ha mandato in onda scene di qualche film pulp dove si vedevano marines americani massacrati e civili iracheni morti. E' ovvio che simili cose non possono avvenire in una moderna chirurgica operazione di disarmo. Ho dato l'ordine a Gasparri di mettere durante queste scene il sottotitolo fiction, e il pallino rosso sullo schermo. Mi ha risposto: ci costerà un sacco di soldi dipingere il pallino su ogni televisore italiano. E' più cretino di quanto credevo.Ma insomma, cittadini italiani, ragionate! Vi sembra che se ci fosse la guerra il mio amico Bush andrebbe in vacanza nel suo chalet? Vi sembra possibile che un grande democrazia arresti millecinquecento persone a San Francisco perché manifestano contro la guerra? Mi si attribuiscono battute meschine sui pacifisti, che poi mi tocca di smentire. Ma io so bene che, non essendoci guerra, non ci sono pacifisti. E' un mistero per me cosa facciano quei milioni di persone in strada, con quella bandiera tutta colorata che sembra la maglia del Milan che ha fumato marijuana.Se ci fosse davvero la guerra, con tutti i missili che hanno tirato su Baghdad avrebbero ucciso Saddam. Invece eccolo lì che parla in diretta. Maledetto concorrente! E' uno dei pochi che in video è tronfio e bugiardo come me.Il migliore in televisione, comunque, è sempre George Wermacht Bush. Ha il carisma e la statura morale di un pupazzo da ventriloquo e ultimamente si è messo anche a fare il comico. Ha detto che l'Iraq deve rispettare la convenzione di Ginevra. Che i suoi prigionieri devono essere trattati umanamente, proprio come quelli di Guantanamo. Ha invocato anche il tribunale dell'Aia. Mancava solo che chiedesse l'invio di ispettori dell'Onu nella zona delle operazioni. Quando poi ha detto che bisogna rispettare il diritto internazionale, si sono sentite le risate dei cameramen e gli spari di Colin Powell che li abbatteva.Riassumendo: l'Italia non è in guerra, non c'è nessuna guerra, non ci sono morti né da una parte né dall'altra, gli elicotteri inglesi abbattuti dal fuoco amico non sono eventi bellici ma incidenti dovuti alla congestione del traffico aereo, come a Fiumicino. Non ci sono manifestazioni sanguinose in tutto il medio Oriente, e il popolo iracheno, come ho già anticipato a suo tempo, è entusiasta di questa pacifica invasione. Ci sono invece le armi chimiche e di sterminio di massa. Sono a Aviano, pronte a essere trasportate in Iraq nel caso gli americani non ne trovassero. Ci avete creduto? Ma siete proprio dei ingenui, era una battuta.Sapete qual è la verità? La vera arma di sterminio di massa sono io col mio governo di ipocriti, quello che vuole farvi credere che non sta succedendo niente. Abbiamo cominciato con lo sterminio dell'informazione, poi abbiamo intrapreso quello del diritto, ora ci proviamo con lo sterminio delle coscienze. Una nube di indifferenza, ecco la nostra arma chimica. Per il momento non ci riusciamo. Ma confidiamo nella tendenza degli Italiani a dimenticare in fretta, e in un pronto intervento dei servizi segreti contro il crescere del movimento pacifista. Perciò se vedete alla televisione immagini volgari di sangue e morte e bombardamenti, pensate che non sono vere, perchè la guerra moderna non fa morti. Sono semplicemente degli errori di sceneggiatura.E adesso vi lascio, prima di andare via per il week-end devo discutere con Blair e Aznar sui nuovi oleodotti e sulla ricostruzione di Baghdad. Io ho proposto Baghdad due, un ridente complesso residenziale a pochi chilometri da Baghdad, in una località che si chiama Teheran. Ha detto Bush che ci pensa lui a sgombrarmi il terreno. E poi c'è il progetto di un ponte tra Messina e Amman, con un solo pilone a Creta. E per finire una fusione tra Mediaset e Lockeed, perché non c'è la guerra, ma stranamente in Borsa le azioni della fabbriche di armi triplicano. Misteri della finanza.Italiani, state tranquilli. Niente sangue né dolore né lacrime. Strike & Awe non è un'azione di guerra e non vuole dire Sconvolgi e Terrorizza. E' un serial con due poliziotti, Strike il bruno e Awe il biondo. Me lo ha detto Frattini che ha studiato inglese con la Playstation. Io vi proteggerò, vi consolerò, vi rassicurerò, io sono la tempesta di sabbia che tutto nasconde, io sono l'operazione Forget&Fard. Credetemi. Non sta morendo nessuno. So prendermi le mie responsabilità e non dico bugie. Ve lo giuro sui figli di Blair.



    Stefano Benni: Ultimo discorso da Fort Quiet Tratto da “la Repubblica”, 27 febbraio 2003

    AMERICANI. L´ora delle decisioni irrevocabili è giunta. Qualcuno, ultimamente, ha messo in dubbio la mia salute mentale. Lo smentirò oggi con questo discorso lucido, scritto di mia mano. Dio mi ha ispirato e Rumsfeld mi ha spiegato da che parte tenere la biro.Non possiamo più aspettare, mettendo a repentaglio la pace del mondo. Se i nostri avi avessero aspettato, a quest´ora l´America sarebbe sotto il dominio pellerossa e al mio posto ci sarebbe un sanguinario Apache di nome "Piccolo Cespuglio" o "Bisonte W. Junior".È ora che il federalismo americano ritrovi la sua vera forza, e che lo spirito guerriero texano spazzi via il centralismo di Manhattan ladrona e i terroni californiani.Non possiamo accettare ulteriormente i veti d´una diplomazia imbelle.L´America deve caricarsi sulle spalle il mondo. Se il mondo cade per terra, pazienza.Vi comunico, con infinito e preventivo entusiasmo, che le truppe americane hanno attaccato l´Iraq del dittatore Saddam.I nostri militari sono i migliori del mondo e entro poche settimane riporteremo la pace in quel tormentato paese. La moderna tecnologia bellica Usa, unita al perfetto addestramento del mio pitbull Tony e alla geometrica potenza della rete ferroviaria italiana, si è messa in moto e niente potrà fermarla.Non abbiamo aspettato l´Onu perché proprio lì si annidano i complici del raìs e di Osama, in particolare i francesi. Abbiamo le prove che esiste una base islamica popolatissima e agguerritissima, in riva al mare, pronta a accogliere le navi che trasportano armi chimiche. Il nome della base segreta è Marsiglia. I nostri bombardieri, che sono i migliori del mondo, stanno radendo al suolo questo covo di serpi.Anche i mollaccioni tedeschi hanno dimostrato la loro connivenza col terrorismo. Abbiamo le prove che il mullah Omar scappò dall´assedio su una moto Bmw. Esistono piani di guerra batteriologica per farcire di crauti i nostri hamburger. I tedeschi hanno cercato di confonderci le idee fuggendo in vari paesi, ma li abbiamo individuati e li colpiremo ovunque. Abbiamo già attaccato Berlino, Vienna, Berna e Bolzano, lanciando i nostri paracadutisti che sono i migliori del mondo. Il forte vento, probabilmente alimentato dai pacifisti, ha fatto sì che metà dei nostri parà atterrasse in Norvegia. Già che c´eravamo, abbiamo raso al suolo Oslo. Chi è neutrale oggi può essere ostile domani.Abbiamo anche attaccato il Venezuela la cui situazione politica e petrolifera esigeva una pronta risposta. Per un errore di battitura nella trasmissione degli ordini, oltre l´obiettivo "Venezuela" è stata bombardato anche l´obiettivo "Venezia". Il premier Berlusconi, nostro fedele alleato, ci ha però perdonato. La sua reazione è stata: "Tanto stava affondando, così ha sofferto di meno".Americani, anche l´Oriente sta per conoscere la pace globale! Un aereo con una delle nostre testate nucleari, le migliori del mondo, ha sorvolato il cielo coreano a scopo lievemente deterrente. Ma non abbiamo usato l´atomica, non siamo dei pazzi irresponsabili. Purtroppo mentre l´aereo faceva inversione di rotta, per la rottura di un elastico, la bomba è caduta su Pechino. Pagheremo i danni, non rompeteci i coglioni.Ma chi abbiamo colpito con ferma e preventiva decisione, è stato il Raìs Bianco, colui che più di tutti ci ostacola: un dittatore eletto coi voti di un´esigua élite che pretende di rappresentare milioni di persone, che straparla di pace aizzando le masse dal balcone o dalla sua mostruosa auto blindata. Un uomo che pretende di rappresentare il Bene (che come è noto, è copyright americano) senza neanche pagarci il diritto d´autore. Costui porta il nome vampiresco di Wojtyla. Stamattina truppe scelte di marines travestiti da vescovi, coi bazooka eroicamente dissimulati nella propria anatomia, hanno attaccato il Vaticano. Sapevamo che l´esercito mercenario papale disponeva d´un arma segreta detta Alabarda, ma noi abbiamo i migliori spadaccini del mondo e dopo uno spettacolare duello siamo entrati nel covo cattoterrorista. Il Raìs Bianco era a colloquio con un uomo barbuto travestito da francescano, subito identificato in Osama Bin Laden. Benché la Cia mi abbia assicurato che Osama è morto 14 volte di cui almeno 7 gravemente, il bastardo ha dato prova d´inattesa vitalità ribellandosi, urlando di chiamarsi frate Giuseppe e bestemmiando in modo indecoroso. Sono in corso accertamenti.Americani, non temete: l´operazione Global peace non si ferma qui. Truppe di leoni marini e calamari addestrati, i migliori del mondo, hanno attaccato con bombe subacquee la città di San Francisco, notoriamente covo del pacifismo hippy e disfattista. Abbiamo anche chirurgicamente distrutto 5mila ristoranti orientali. Come dice l´amico Borghezio, non un granello di cuscous impesterà più il nostro sacro suolo.L´operazione Global peace ha comportato, naturalmente, anche insidie e pericoli, soprattutto per la mia persona. Un gruppo di terroristi travestiti da infermieri, ha circondato il mio appartamento della Casa Bianca. Io e Condoleezza li abbiamo respinti a revolverate. Dopo questo incidente, sono state prese immediate contromisure. Dieci marines, a loro volta travestiti da infermieri e guidati da un colonnello travestito da psichiatra, mi hanno portato in salvo in una località segreta dal nome di Fort Quiet, anche se, per ingannare i terroristi, fuori c´è scritto "Casa di cura Villa Serena".Vi parlo appunto dalla Sala tv e svaghi di Fort Quiet, e quelli che vedete giocare a tombola in pigiama sono in realtà guardie del corpo, le migliori del mondo. Certo è un sacrificio stare chiuso qui, ma come presidente degli Stati Uniti sono troppo prezioso per espormi in un momento così difficile, e poi ho i miei soldatini di piombo e il letto ad acqua. Sono assistito da psicomarines gentili che mi danno le medicine migliori del mondo. Ho conosciuto un simpatico signore che si chiama Napoleone Bonaparte, un ex-militare. C´è anche uno che si crede Berlusconi, ma è fondamentalmente onesto e questo gli ha causato un conflitto interiore d´interessi con esito schizofrenico.Americani, abbiate fiducia! So che fuori di qui le operazioni procedono e il nostro esercito passa di conquista in conquista, il mappamondo si riempie di bandierine a stelle e strisce come un gioioso porcospino. Tutte le notti faccio il punto con Colin Powell (anche lui è nascosto a Fort Quiet). Camminiamo nei corridoi col pigiama e le pantofole mimetiche e prepariamo l´operazione finale. Lanceremo in orbita Final Fantasy, un satellite con un raggio laser precisissimo in grado di distruggere tutte le terre emerse a eccezione dell´America. Solo così potremo garantire una vera sicurezza al mondo. Ma quel rompiballe di Powell insiste a dire: e poi contro chi facciamo la guerra? Abbiamo litigato, lui mi ha forato la padella e io gli ho riempito la flebo di maionese. Che risate!I marines medici hanno detto che per il momento non posso uscire, la situazione è troppo pericolosa. So che vorreste il vostro presidente nella zona delle operazioni col giubbotto da aviatore e la Colt in pugno. Ma credetemi: come dicono i miei collaboratori, l´unica vera speranza per la pace mondiale è che io stia chiuso per un po´ qui dentro. Quando uscirò, saremo padroni della terra e poi via, all´attacco del sistema solare!Cittadini americani, il vostro presidente George W. Bush vi saluta da Fort Quiet alias Villa Serena. Dio benedica l´America, e incenerisca i suoi nemici, e un accidente a Colin Powell se mi frega ancora la mela cotta.



    Antonio Tabucchi: Il grande scoppio e i piccoli servi Tratto da “l’Unità”, 28 febbraio 2003

    I servi. Cosa ne sarà dei servi? Di noi, lo sappiamo. Siamo uomini incerti, sicuri per un attimo, ma di norma perplessi, anzi, indecisi, pronti a contraddirci, a inciampare miseramente nel pensiero che appena ieri pareva darci sicurezza. Un dubbio ci perseguita: sarà proprio così? Ma no, avevamo preso una cantonata. E subito dopo: e se invece fosse proprio così? Talvolta, raro, uno squarcio si apre: ah, abbiamo capito. Ma più spesso siamo al buio, procediamo a tentoni, ci pare insensato tutto, anzi, più che tutto, il mondo, anzi, più che il mondo, l’universo, anzi più che l’universo, noi stessi. E allora, dàgli con le eterne domande che in quel certo compleanno, in un brindisi mentale con noi stessi, ci eravamo ripromessi di non farci più. Perché arrivati a una certa età certe domande non te le puoi più fare, non è serio. Ma che senso ha tutto ciò? Cosa ci faccio qui? E se cambiassi tutto proprio ora? E se fossi sempre in tempo? E se... E se.Lo specchio in quei momenti lì, si sa, meglio stargli alla larga. Non solo per le occhiaie, la brutta cera, l’espressione stolida di chi ha fatto una corsa col fiatone fino alla fermata dell’autobus, e non è che avesse perso l’autobus, e che il suo autobus era stato soppresso. No, è proprio il nostro volto che non ci va di vedere, ci pare detestabile. Il mento appoggiato alle mani, i gomiti sul tavolo, lo sguardo perso oltre la finestra, a guardar lontano senza vedere nulla: ce la faremo a passare il pomeriggio? Oltretutto è domenica. Che fatica, i dubbi!E invece, i servi, loro! È pur vero che esistono da quando esiste il mondo, immutevoli come apparvero il primo giorno della creazione, sottratti per natura alle leggi dell’evoluzione darwiniana, quasi affermassero l’immutabilità dell’Essere; ma ci sono momenti della storia in cui abbondano, come certe annate per le arance, quando la raccolta è superiore al consumo. Hanno in mano la Storia. Perché, contrariamente a quello che si pensa, non sono i padroni che creano i servi, sono i servi che creano i padroni. Ne hanno bisogno come linfa vitale per poterli sconfessare al momento opportuno, e così eleggere un altro padrone per poi sconfessarlo ed eleggerne un altro e un altro ancora e ancora, all’infinito, così potranno continuare a essere sempre servi. I padroni, invece, sono caduchi.Giorni fa guardavo in televisione la manifestazione che la televisione di Stato non ha trasmesso e i commentatori che erano chiamati a commentarla (per questo si chiamano commentatori). Il mondo intero era sceso nelle strade, nelle piazze delle città, quelle a noi più vicine e quelle più lontane, dai nomi esotici, ai tropici e agli antipodi. Erano milioni di persone. Si vedevano riprese dall’alto ed erano tanti puntini, sembravano formiche, quanta gente, pensavo, e ogni persona una testa diversa, come diceva mia nonna, e tutte quelle persone erano lì, tutte assieme, nelle loro diverse città perché pensavano la stessa cosa. Che strano, pensavo io, pensano tutti la stessa cosa che fra l’altro penso anch’io. E pensavo anche che se uno di quei milioni di puntini, uno qualsiasi, dove fosse fosse, a Tokyo o a Parigi o a Melbourne, aveva male a un piede, sentiva lo stesso dolore che sento io se ho male a un piede; e se era afflitto perché gli era morto un familiare o un amico, provava esattamente la stessa afflizione che ho provato io quando è morto un mio familiare o un mio amico; e se gioiva perché un suo familiare o un suo amico che sembrava dovesse morire era invece guarito, provava la stessa gioia che ho provato io quando un mio familiare o un mio amico che sembrava dovessero morire erano guariti. E se, casomai, sul tetto di casa sua fosse passata una nube radioattiva, avrebbe tirato le calze esattamente come le tirerei io se sul tetto di casa mia passasse una nube radioattiva, con gli stessi sintomi e le stesse pene corporali. E questo indipendentemente dalla lingua che parla, dal colore della sua pelle, dalla religione che pratica o non pratica e dalle abitudini alimentari. Tutte cose che sapevo già, naturalmente, ma che in quel momento ho "sentito" come non mi era mai capitato. E in quello stesso momento ho chiuso gli occhi e ho visto uno Scoppio. Il Grande Scoppio. Lo Scoppio Totale. Lo Scoppio Supremo. Lo Scoppio Assoluto. Nel bagliore di un attimo il dio distruttore ha annientato quel mondo che un dio creatore aveva impiegato sei giorni a impastare, come un Big-Bang alla rovescia: il Big-Flop. Non c’era più nessuno. Anch’io non c’ero più, anche se potevo ancora vedere il mondo. Liscio, levigato, silenzioso, coperto di talco, quel mondo di ogni cosa mondo girava a vuoto nel vuoto. Di umani nemmeno l’ombra: milioni di anni buttati via. O meglio, qualche ombra sulle pietre, come quella soglia di marmo che avevo visto a Hiroshima, dove una persona sorpresa dal Grande Scoppio, liquefacendosi, ha lasciato sulla soglia di casa l’impronta del suo corpo indelebile e transustanziata nel minerale come l’orma di una farfalla fossile. Così eravamo finiti tutti noi: ombre su pietre. E mentre dall’osservatorio dell’aldilà osservano la Terra desolata, all’improvviso un’idea è sopraggiunta. No, non era possibile che tutto fosse finito nel nulla. Forse c’era una speranza: i servi. Essi non moriranno con noi. A loro modo sono già morti, e dunque sono immuni. Si sono già suicidati, come i kamikaze il cui suicidio avviene prima di far scoppiare la cintura di tritolo, al momento di indossarla. E questa premorte assicura loro una ontologica sopravvivenza, quella stessa che ha li ha resi imprescindibili, dagli Assiri-babilonesi all’era atomica. E allora, come portata da una disperata epifania, una convinzione di speranza per l’Umanità è nata dalla visione delle scorie radioattive. Sono balzato in piedi energico, convinto, più umano che mai. Servi, oh servi, ho pensato, forza, avanti!, la continuazione della specie è affidata a voi! Ora capisco perché potevate farvi beffe di coloro che temono l’apocalisse: grazie al Grande Scoppio, disintegrandomi, mi sono integrato; l’apocalisse non è uguale per tutti, sarà solo parziale, voi perpetuerete la stirpe di Caino. Il Giudizio Universale era solo una favola: gli uomini sono eterni. E la nostra eternità è affidata a voi.
    (c) per l’Europa "l’Unità" e "El Paìs"



    Eduardo Galeano
    Iraq. In quell'angolo del mondo

    «Pronti ad attaccare in qualunque oscuro angolo del mondo»: così avvertiva il presidente Bush quasi un anno fa. Ma - a parte l'ignoranza di chi non sa nulla né di Ninive, né di Babilonia - le avventure militari nordamericane sono una tradizione consolidata. Anche se l'Iraq si salverebbe se fosse ricco di ravanelli invece che di petrolio

    A metà dell'anno scorso, mentre questa guerra veniva incubata, George W. Bush ha dichiarato che «dobbiamo essere pronti ad attaccare in qualunque oscuro angolo del mondo». L'Iraq è dunque un oscuro angolo del mondo. Crede Bush che la civiltà sia nata in Texas, e che i suoi compatrioti abbiano inventato la scrittura? Non ha mai sentito parlare della biblioteca di Ninive né della torre di Babele e neppure dei giardini pensili di Babilonia? Non ha mai sentito un solo racconto delle Mille e una notte di Baghdad? Chi lo ha eletto presidente del pianeta? Nessuno mi ha chiamato a votare per questa elezione. Forse voi sì? Avremo eletto un presidente sordo? Un uomo incapace di ascoltare altro che l'eco della sua voce? Sordo di fronte al tuono incessante di milioni e milioni di voci che nelle strade del mondo stanno dichiarando pace alla guerra? Non è stato nemmeno capace di ascoltare l'affettuoso suggerimento di Gunther Grass. Lo scrittore tedesco, comprendendo che Bush aveva bisogno di dimostrare qualcosa di molto importante a suo padre, gli ha raccomandato di consultare uno psicanalista invece di bombardare l'Iraq. EDUARDO GALEANO Nel 1898 il presidente William McKinley dichiarò che Dio gli aveva dato l'ordine di tenersi le Filippine, per civilizzare e cristianizzare i suoi abitanti. McKinley disse che parlò con Dio mentre camminava, a mezzanotte, lungo i corridoi della Casa Bianca. Oltre un secolo dopo, Bush assicura che Dio sta dalla sua parte nella conquista dell'Iraq. A che ora e in che luogo ha ricevuto la parola divina? E perché Dio avrà dato ordini così contraddittori a Bush e al Papa di Roma? Si dichiara guerra in nome della comunità internazionale, che delle guerre è stufa. Non è per il petrolio, dicono. Ma se l'Iraq producesse rapanelli invece che greggio, a chi verrebbe in mente di invadere il paese? Bush, Cheney e la dolce Condoleezza avranno veramente rinunciato ai loro alti incarichi nell'industria petrolifera? Perché questa mania di Tony Blair contro il dittatore iracheno? Non sarà perché trent'anni fa Saddam Hussein ha nazionalizzato la britannica Iraq Petroleum Company? Quanti pozzi spera di ricevere Aznar nella prossima suddivisione? La società del consumo, ubriaca di petrolio, ha il terrore della sindrome d'astinenza. In Iraq, l'elisir nero è il meno costoso, e forse il più abbondante. In una manifestazione pacifista a New York, un cartello chiedeva: «Perché il nostro petrolio sta sotto la loro sabbia?» Gli Stati uniti hanno annunciato una lunga occupazione militare, dopo la vittoria. I suoi generali si faranno carico di stabilire la democrazia in Iraq. Sarà uguale a quella che regalarono a Haiti, alla Repubblica Dominicana o al Nicragua? Hanno occupato Haiti per diciannove anni e fondato un potere militare che sboccò nella dittatura di Duvalier. Hanno occupato la Repubblica Dominicana per nove anni, e fondato la dittatura di Trujillo. Hanno occupato il Nicaragua per ventuno anni e fondato la dittatura della famiglia Somoza. La dinastia dei Somoza, che i marines avevano messo sul trono, è durata mezzo secolo, fino a essere cacciata dalla furia popolare nel 1979. All'epoca, il presidente Reagan montò a cavallo e si lanciò a salvare il suo paese minacciato dalla rivoluzione sandinista. Povero tra i poveri, il Nicaragua possedeva in totale cinque ascensori e una scala mobile, rotta. Ma Reagan denunciava che il Nicaragua era un pericolo e mentre parlava, la televisione mostrava una mappa degli Stati uniti che si tingeva di rosso a partire dal sud, per illustrare l'invasione imminente. Il presidente Bush gli ha copiato i discorsi per seminare il panico? Bush dice Iraq dove Reagan diceva Nicaragua? Titoli di giornali, nei giorni precedenti alla guerra: «Gli Stati uniti sono pronti a resistere agli attacchi». Record di vendite per nastro isolante, maschere antigas, pillole antiradiazioni. Perché il boia ha più paura della vittima? Solo per questo clima di isteria collettiva? O trema perché prevede le conseguenze dei suoi atti? E se il petrolio iracheno incendiasse il mondo? Non sarà, questa guerra, la miglior vitamina possibile per il terrorismo internazionale? Ci dicono che Saddam Hussein alimenta i fanatici di Al Qaeda. Alleva i corvi perché gli strappino gli occhi? I fondamentalisti islamici lo odiano. Il suo è un paese satanico in cui si vedono i film di Hollywood, in molte scuole si insegna l'inglese, la maggioranza musulmana non impedisce ai cristiani di andare in giro con la croce sul petto e non è raro vedere donne con pantaloni e giacche audaci. Non c'era alcun iracheno tra i terroristi che hanno abbattuto le Torri di New York. Quasi tutti venivano dall'Arabia Saudita, il miglior cliente degli Stati Uniti nel mondo. E' saudita anche Bin Laden, questa comparsa che i satelliti inseguono mentre fugge a cavallo nel deserto, e che risponde presente ogni volta che Bush necessita dei suoi servigi di mostro professionista. Sapevate che il presidente Eisenhower disse, nel 1953, che la «guerra preventiva» era un'invenzione di Hitler? Disse: «Francamente, io non prenderei sul serio nessuno che venisse a propormi una cosa del genere». Gli Stati uniti sono il paese che fabbrica e vende più armi nel mondo. E', inoltre, l'unico paese ad aver lanciato bombe atomiche sulla popolazione civile. Ed è sempre, per tradizione, in guerra contro qualcuno. Chi minaccia la pace universale, l'Iraq? L'Iraq non rispetta le risoluzioni delle Nazioni unite? Le rispetta forse Bush, che ha appena finito di assestare la più spettacolare delle pedate alla legalità internazionale? Le rispetta Israele, paese specializzato nell'ignorarle? L'Iraq ha disconosciuto 17 risoluzioni internazionali, Israele 64. Bush bombarderà il suo fedele alleato? L'Iraq venne raso al suolo nel 1991 dalla guerra di Bush padre, e ridotto alla fame dall'embargo successivo. Quali armi di distruzione di massa può nascondere questo paese massivamente distrutto? Israele, che dal `67 usurpa terre palestinesi, conta su un arsenale di bombe atomiche che ne garantiscono l'impunità. E anche il Pakistan, altro fedele alleato che in più è un noto covo di terroristi, esibisce le sue ogive nucleari. Però il nemico è l'Iraq, perché «potrebbe avere» queste armi. Se le avesse, come dice di averle la Corea del Nord, si azzarderebbero ad attaccarlo? E le armi chimiche e biologiche? Chi ha venduto a Saddam Hussein gli ingredienti per fabbricare i gas velenosi che hanno asfissiato i kurdi, e gli elicotteri per lanciare questi gas? Perché Bush non mostra le ricevute? In quegli anni di guerra contro l'Iran e guerra contro i kurdi, Saddam era meno dittatore di quanto sia ora? Persino Donald Rumsfeld gli rendeva visita in amicizia. Perché i kurdi adesso commuovono e allora no? E perché sono commoventi i kurdi iracheni e non i kurdi molto più numerosi che la Turchia ha sacrificato? Rumsfeld, attuale ministro della difesa, annuncia che il suo paese userà «gas non letali» contro l'Iraq. Saranno poco letali come quelli che Putin usò l'anno scorso nel teatro di Mosca, e che uccisero più di cento ostaggi? Durante alcuni giorni, le Nazioni unite hanno coperto con una cortina il Guernica di Picasso perché questa spiacevole scenografia non perturbasse i tocchi di clarinetto di Colin Powell. Che dimensioni avrà la cortina che nasconderà la macelleria in Iraq, secondo la censura totale che il Pentagono ha imposto ai corrispondenti di guerra? Dove andranno le anime delle vittime irachene? Secondo il reverendo Billy Graham, consigliere religioso del presidente Bush e agrimensore celeste, il paradiso è piuttosto piccolo: non misura più di 1.500 miglia quadrate. Pochi saranno gli eletti. Profezia: quale sarà il paese che ha comprato quasi tutti i biglietti? E una domanda finale, che chiedo in prestito a John Le Carré: - Uccideranno molta gente, papà? - Nessuno che tu conosca, caro. Solo stranieri.
    www.manifesto.it



    Eduardo Galeano

    Il presidente del pianeta annuncia il suo prossimo crimine in nome di Dio e della democrazia. Così facendo offende Dio e offende anche la democrazia che è sopravvissuta nel mondo a malapena, nonostante le dittature che da oltre un secolo gli Stati Uniti sono andati disseminando per ogni dove. Il governo Bush, che più che un governo sembra un oleodotto, ha bisogno di impossessarsi della seconda riserva mondiale di petrolio, che giace nel sottosuolo iracheno. Ha bisogno, inoltre, di giustificare la valanga delle sue spese militari e di esibire sul campo di battaglia gli ultimi modelli della sua industria bellica. Si tratta di questo, gli altri sono tutti pretesti, e i pretesti per questa imminente carneficina offendono l'intelligenza. L'unico Paese che ha usato armi nucleari contro la popolazione civile, il Paese che sganciò le bombe atomiche che annientarono Hiroshima e Nagasaki, vuol farci credere che l'Iraq sia un pericolo per l’umanità. Se il presidente Bush ama così tanto l’umanità, e vuole davvero scongiurare la più grave minaccia che pende sull'umanità, perché mai non bombarda se stesso, invece di pianificare un nuovo sterminio di popoli innocenti? Immense manifestazioni invaderanno le strade del mondo il prossimo 15 febbraio. L'umanità è stufa di essere usata come alibi dai suoi stessi assassini, ed è anche stufa di piangere i suoi morti alla fine di ogni guerra: questa volta vuole impedire la guerra che li ucciderà.



    Tahar Ben Jelloun: Io, scrittore arabo ferito

    "Che Allah mandi in rovina la casa di Bin Laden e dei suoi simili! Dopo Saddam, anche questo figlio di ricchi ha voluto attaccare la più grande potenza del mondo senza pensare ai grandi problemi che avrebbe causato al mondo arabo e all'islam!". Così si esprime il gestore di un grande albergo del sud del Marocco che ha dovuto registrare parecchie disdette di turisti dopo l'11 settembre. Per quel marocchino Bin Laden è stato portatore di sventura non solo per l'America ma anche per il mondo arabo-musulmano in generale. Cita le migliaia di aggressioni di cui i musulmani sono stati vittime negli Stati Uniti. Racconta la storia di quei due arabi sbarcati da un aereo perché i passeggeri americani si sono rifiutati di viaggiare con loro.Immagino che gli egiziani, e comunque chi vive di turismo, maledicano ogni giorno l'uomo che li ha resi disoccupati. Ma al di là dei sentimenti di collera e di ingiustizia, il mondo arabo si sente ferito dal sostegno sistematico di Washington alla politica criminale di Sharon. In un certo senso il mondo arabo ha già dimenticato l'11 settembre ma non le sue conseguenze. Il fatto che la base di Al Qaeda si trovi in Afghanistan, che Bin Laden sia in rottura col suo paese, che i talebani non siano arabi, tutto ciò fa sì che la preoccupazione della gente sia la situazione del popolo palestinese. Anche il fatto che Bush minacci di nuovo l'Iraq e altri paesi considerati focolai del terrorismo alimenta un odio naturale contro l'America.Subito dopo l'11 settembre, un gruppo di intellettuali arabi di cui faccio parte ha scritto una lettera agli intellettuali americani per chiedere loro di avviare un dialogo "tra uomini di buona volontà, liberi e rispettosi del diritto e della giustizia". Quella lettera, sotto forma di articolo, è stata indirizzata al New York Times e all'Herald Tribune. Naturalmente quei grandi quotidiani non l'hanno pubblicata, non hanno nemmeno avuto la cortesia di rispondere. Scrittori, poeti, storici arabi vogliono scambiare idee con i loro omologhi americani! Qualche settimana dopo abbiamo letto sulla stampa di tutto il mondo un lungo intervento di diversi intellettuali storici e filosofi americani che approvano "la guerra dell'America contro il terrorismo". Loro hanno il diritto di esprimere il loro parere. Noi no. Dico tutto questo ricordando che non sono un antiamericano né oltranzista né moderato, che apprezzo la cultura e le libertà di quel paese, che apprezzo il suo cinema, la sua musica e i suoi emarginati. Viceversa non mi piace la sua politica.Gli arabi non nutrono nessuna simpatia per quella grande potenza. Parlare di odio sarebbe esagerato. Il problema in questo momento è che l'America rafforza il suo istinto isolazionista e protezionista e accumula pregiudizi e ignoranza, arroganza e indifferenza. È perfino certa che il mondo arabo e musulmano sia in ritardo in ogni ambito e convinta di trattarlo con condiscendenza.L'America crede di aver vinto la guerra: sarebbe giusto che il Pentagono dicesse quante vite umane è costata questa guerra del Bene contro il Male. L'11 settembre è uno spettro che infesta le menti. Rimane un enigma, visto che il nemico è senza volto, che Bin Laden è introvabile, che le popolazioni irachene sono in attesa di essere bombardate, che i palestinesi non hanno più niente da sperare da parte di Washington e che altri Stati si aspettano di essere inseriti da un momento all'altro sull'"asse del Male", vale a dire puniti dalla volontà del più forte.
    da www.repubblica.it (traduzione di Elda Volterrani)
    (9 marzo 2002)



    Nefeez Mosaddeq Ahmed

    La «guerra al terrore» intrapresa dagli Usa dopo l'11 settembre sarebbe «fondamentalmente un'estensione dei piani e dei princìpi che hanno motivato e guidato la politica estera americana a partire dalla seconda guerra mondiale. Col pretesto di combattere il terrorismo internazionale, il governo americano sta in realtà tentando di espandere e consolidare la propria egemonia globale in accordo con le strategie progettate ed elaborate nel corso degli ultimi decenni. Le radici della nuova guerra al terrore vanno ricercate nel clima politico internazionale che portò alla guerra fredda con l'Unione Sovietica.» «Noi possediamo circa il 50% della ricchezza prodotta sulla terra, ma solamente il 6,3% della popolazione mondiale... In una tale situazione non possiamo evitare di essere oggetto di invidia e risentimento. Il nostro vero obiettivo nel futuro prossimo è creare un sistema di relazioni che ci permetta di mantenere questa condizione di disparità senza danni effettivi alla sicurezza nazionale...» Questo piano fu steso da Dick Cheney, oggi vice presidente, Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa, Paul Wolfowitz, vice di Rumsfeld, Jeb Bush, fratello minore di George W. Bush. Secondo il Sunday Herald - scrive Nafeez Ahmed - il piano mostra l'intenzione del gabinetto Bush di porre la regione del Golfo sotto il proprio controllo militare, con o senza Saddam al potere. C'è scritto nel documento: «Per decenni gli Stati Uniti hanno tentato di giocare un ruolo più costante nella sicurezza regionale del Golfo. Se il conflitto irrisolto con l'Iraq offre l'immediata giustificazione, il bisogno di un'importante forza americana nel Golfo trascende il problema del regime di Saddam Hussein». Su questo documento del Project for a New American Century (Pnac) si afferma inoltre che l'Inghilterra è un alleato chiave degli Usa e che le missioni di pace necessitano della «guida politica degli Usa piuttosto che di quella delle Nazioni Unite»; si dice, inoltre, che l'Europa può diventare rivale degli Usa e che - «se Saddam dovesse scomparire dalla scena politica» - le basi in Kuwait e in Arabia Saudita continueranno a esistere a tempo indeterminato. Infine, viene dato per possibile un cambio di regime in Cina e si sostiene la pericolosità di Corea del Nord, Libia, Siria e Iran.



    Intervista a Susan Sontag
    L'America tra il pianto e il furore
    Francesca Borrelli

    Dalla sua casa di New York, alla quale è tornata pochi giorni dopo gli attentati al World Trade Center, Susan Sontag risponde ancora incredula per la violenza degli attacchi che da due settimane le piovono addosso dai pulpiti dei benpensanti generosamente sparsi in tutti i media americani. E chi si è permesso di accordarsi alla sua voce, come accenna en passant nel corso di questa intervista, ha avuto di che pentirsi. Tutto questo per essersi consentita, coerentemente con le sue abitudini, di sfondare la retorica e appellarsi alla "consapevolezza storica" di un paese che ama e che soffre di vedere ferito: nelle persone che sono state colpite, innanzi tutto, e nei luoghi dove ha scelto di vivere; ma anche nell'intelligenza che Susan Sontag non tollera di vedere mortificata dagli appelli alla bandiera, alla necessità di tenere alta la testa e passare alla vendetta. Sbaglierebbe, tuttavia, anche chi pensasse di arruolarla nel coro dei livorosi, che in questi giorni stanno rinnovando i loro triti rituali antiamericanisti: il conformismo, a qualunque sponda approdi, ha in Susan Sontag una nemica. E' appena uscita da Farrar Straus e Giroux la sua ultima raccolta di saggi titolata Where the stress falls (Dove cade l'accento), e non si è ancora spento il successo del suo romanzo In America, tradotto da Paolo Dilonardo per Mondadori meno di un anno fa. Tra quelle pagine ambientate alla fine dell'800, dove il Nuovo Continente appare ai visitatori europei in una sequenza di immagini più stupefacenti di qualsiasi ripresa cinematografica, la grande attrice protagonista dell'intreccio così commenta quello che le appare uno strano oggetto, in mostra alla Fiera Universale di Philadelphia: "Il governo francese ha inviato all'Esposizione un gigantesco avambraccio, la cui invincibile mano stringe una torcia...sono stata quasi delusa quando ho saputo che a quel braccio eroico sarà attaccata una figura intera, la Libertà in persona, un Colosso moderno che viene costruito a Parigi e che un giorno sarà collocato (come quello dell'antica Rodi) nel porto di New York per dare il benvenuto agli immigranti. Come si fa, mi chiedo, a distinguere in questo paese quel che è finito da ciò che è semplicemente in costruzione?" Nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe stata una ferita così orrenda a fermare quel misto di fervore e candore. Al telefono la voce di Susan Sontag ha come sempre le tonalità di un coinvolgimento alieno dall'esercizio consolatorio dell'indignazione, sebbene un clima isterico circondi le espressioni del suo doloroso scetticismo di fronte alle invocazioni della forza americana. E generosamente accetta di ritagliare un po' del suo tempo per rispondere via e-mail a qualche domanda, commentare il panorama che si prepara, e farci strada insieme nella confusione di questi giorni. Vorrei innanzi tutto chiederle di descrivermi l'impatto con la situazione che ha trovato tornando a New York, cosa le ha suscitato vedere le macerie, ascoltare i commenti della gente per le strade. Naturalmente avrei preferito essere a New York l'11 settembre. Mi trovavo invece a Berlino, dove ho trascorso dieci giorni, e perciò le mie reazioni iniziali a quel che stava succedendo negli Stati Uniti sono state, letteralmente, mediate. Mi ero riproposta di passare quel pomeriggio a scrivere in una tranquilla camera d'albergo, quando le telefonate di due amici - una da New York, l'altra da Bari - mi hanno all'improvviso avvertita di quanto stava accadendo quella mattina a New York e a Washington. Mi sono precipitata ad accendere il televisore e ho passato quasi tutte le quarantotto ore successive davanti allo schermo, guardando soprattutto la Cnn, prima di tornare al mio computer portatile per buttar giù una invettiva contro la demagogia ingannevole e insensata che avevo sentito propagandare dal governo americano e dai commentatori dei media. Il dolore vero è arrivato dopo, in fasi non del tutto coerenti, come sempre accade quando si è lontani, e perciò impossibilitati a entrare in contatto pieno con la realtà della perdita. La settimana dopo, tornata a New York a tarda sera, sono andata direttamente dall'aeroporto Kennedy al punto più vicino al luogo dell'attacco che si potesse raggiungere in macchina, e per un'ora ho vagato a piedi intorno a quella che adesso è una fossa comune fumante e in suppurazione - estesa su quasi sei ettari - nella parte sud di Manhattan. In quei giorni immediatamente successivi al mio ritorno a New York, la realtà della devastazione e l'immensità della perdita di vite mi hanno fatto apparire meno rilevante la mia iniziale concentrazione sulla retorica che circondava l'evento. Avevo ridotto il consumo di realtà attraverso la televisione alla mia dose abituale, vale a dire zero. In nessuno degli appartamenti in cui ho vissuto negli Stati Uniti ho mai voluto, testardamente, un televisore. A casa, a New York, le mie principali fonti di informazione sono il New York Times e i vari quotidiani europei che leggo via Internet. E il Times, giorno dopo giorno, si riempiva di brevi, strazianti biografie, corredate dalle foto, di molte tra le migliaia di persone che hanno perso la vita a bordo degli aerei dirottati e nel World Trade Center, compresi i più di trecento vigili del fuoco che si sono precipitati su per le scale, mentre chi lavorava negli uffici scendeva. Tra i morti non c'erano soltanto le persone ambiziose e ben pagate che formavano lo staff delle finanziarie con sede in quei palazzi, ce n'erano molte che lì svolgevano mansioni più umili, i custodi, i piccoli impiegati e gli addetti alle cucine, più di settanta, perlopiù neri e ispanici, che lavoravano al Windows on the World, il ristorante situato in cima a una delle torri. Tantissime le storie; tantissimi i luoghi improvvisati del cordoglio, sparsi per la città - soprattutto davanti alle caserme dei carabinieri; tantissime le lacrime. Non piangere queste vittime sarebbe barbaro, ma altrettanto barbaro sarebbe pensare che queste morti siano in qualche modo diverse da altre, atroci perdite della vita, da Srebenica al Ruanda. Ma il bisogno non è solo quello di piangere. E perciò si torna ai discorsi che circondano l'evento, e alla realtà di ciò che è cambiato in America dopo l'11 settembre. Certo, la ridondanza dei discorsi di Bush di fronte alla drammaticità di quanto si offre agli occhi del mondo è particolarmente disturbante; ma ora lei sembra dire che bisogna concentrarsi su ben altro. Quali sono, a suo avviso, i dilemmi nei quali si dibattono i politici americani in questi giorni? Sì, non c'è motivo di soffermarsi troppo sulla semplicistica retorica da cowboy di Bush, che nei giorni immediatamente successivi all'11 settembre, ha oscillato tra idiozia e accenti sinistri. Dopo di che, i suoi consiglieri e gli autori dei suoi discorsi pare siano riusciti a tenerlo a freno. Tutti i principali esponenti del governo americano mi sembrano registrare un'impasse linguistica, mentre cercano immagini capaci di dare un senso a questo colpo senza precedenti alla forza e alla efficienza dell'America. Due modelli interpretativi sono stati proposti per comprendere la catastrofe dell'11 settembre. Il primo sostiene che questa è una guerra, scatenata da un "attacco a tradimento", paragonabile a quello giapponese alla base navale americana di Pearl Harbor, che catapultò gli americani nella seconda guerra mondiale. Il secondo modello, che si sta affermando tanto tra alcune personalità italiane che negli Stati Uniti, sostiene si tratti di uno scontro tra due civiltà rivali: una produttiva, libera e tollerante, l'altra retrograda, bigotta e vendicativa. Ovviamente, sono contraria a entrambi questi modelli interpretativi, volgari e pericolosi. Non ultima tra le ragioni del mio rifiuto verso posizioni del genere "ora siamo in guerra" e verso le altre per cui "la nostra civiltà è superiore alla loro" è che queste sono esattamente le idee di chi ha perpetrato l'attacco criminale, e del movimento fondamentalista Wahhabi in Islam. Se il governo americano si ostinerà a dipingerci questo attacco come una guerra, e soddisferà la voglia popolare di quella campagna di bombardamenti su larga scala apparentemente promessa dalla retorica di Bush (almeno all'inizio), è probabile che la situazione si farà sempre più pericolosa. A soffrire le conseguenze di una risposta bellica su larga scala da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati non saranno i terroristi, ma altri civili innocenti - questa volta in Afghanistan, in Iraq e altrove - e queste morti non faranno che accendere l'odio seminato dal fondamentalismo islamico più radicale nei confronti degli Stati Uniti (e, più in generale, del laicismo occidentale). Solo una forma molto mirata di violenza ha la possibilità di ridurre la minaccia posta dal movimento Wahhabi, di cui - c'è bisogno di dirlo? - Osama bin Laden è solo uno dei molti leader. La situazione mi sembra estremamente complessa. Il terrorismo che l'11 settembre ha ottenuto un successo così clamoroso è chiaramente un movimento transnazionale. Non può essere identificato con un unico stato - certo non con i l disastrato Afghanistan - diversamente dall'attacco a Pearl Harbor che poteva essere identificato con il Giappone. Come i più importanti fenomeni contemporanei - l'economia, la cultura di massa, le malattie pandemiche (pensate all'Aids) - il terrorismo è profondamente transnazionale. D'altro canto, un paio di stati hanno un ruolo centrale in questa storia. L'Arabia Saudita ha fornito i principali appoggi al movimento Wahhabi in tutto il mondo (non è un caso che Osama bin Laden si possa definire principe saudita), ma al tempo stesso la monarchia saudita è stata il più importante alleato americano nel mondo arabo. Oltre a Bin Laden, sono numerosi i membri più giovani dell'élite saudita che considerano la subordinazione di quella monarchia agli Stati Uniti come un grande tradimento della loro civiltà. Una guerra su larga scala condotta dagli Stati Uniti contro il movimento terroristico identificato con Bin Laden rischia di rovesciare la monarchia "reazionaria" e di portare al potere in Arabia Saudita questi "radicali". E questo è solo uno dei molti dilemmi che devono affrontare i responsabili delle politiche americane. Come lei sa, uno dei più autorevoli sostenitori del paragone con Pearl Harbor è stato Gore Vidal, che nel suo ultimo romanzo "The golden age" racconta, come un fatto storicamente accertato, che l'attacco giapponese sarebbe stato provocato da Roosvelt per potere scavalcare l'antibellicismo del Congresso e dell'opinione pubblica americana, e scendere in guerra a fianco dell'Inghilterra e della Francia. Ora, non solo Vidal ma anche altri intellettuali americani sottolineano come l'America abbia lungamente provocato il mondo islamico. Lo pensa anche lei? Il motivo per cui ritengo non solo inappropriato, ma anche fuorviante il paragone tra l'11 settembre e Pearl Harbor è che implica la presenza di un'altra nazione da combattere. In realtà, le forze che cercano di umiliare la potenza americana sono, invece, sub-nazionali e transnazionali. Osama bin Laden è, al massimo, il Chief executive officer di un ampio conglomerato di gruppi terroristici. Alcune persone bene informate credono sia addirittura una sorta di prestanome, apprezzato più per il denaro e il carisma che per le sue abilità operative. Secondo questo punto di vista, un nucleo di militanti egiziani sarebbe il vero cervello di un programma di operazioni che potrebbero aver luogo in molti paesi. Sono una accesa oppositrice dell'imperialismo americano, quasi da quando lo è Gore Vidal, e do per scontato che mettere in discussione la politica estera degli Stati Uniti è sempre desiderabile, nonché difficile da evitare. Detto ciò, non credo che Roosevelt abbia provocato l'attacco giapponese a Pearl Harbor. La follia di bombardare gli Stati Uniti fu davvero una decisione del governo giapponese. E non credo neppure che l'America abbia provocato per anni il mondo islamico. L'America si è comportata in modo brutale, imperialistico, in molti paesi, ma non è impegnata in alcuna operazione complessiva contro qualcosa che si possa definire "mondo islamico". E per quanto io deplori la politica estera americana - la presunzione e l'arroganza imperialiste dell'America - resta il fatto che quello dell'11 settembre è un crimine spaventoso. Da persona che per decenni si è trovata in prima linea tra coloro che hanno denunciato i misfatti americani, sono stata particolarmente indignata, per esempio, dall'embargo che ha provocato così tanta sofferenza alla popolazione oppressa e impoverita dell'Iraq. Ma la posizione che vedo assumere da alcuni intellettuali americani come Gore Vidal e altri europei bien-pensant, secondo cui l'America è causa di questo orrore, dunque è sua la colpa della morte di migliaia di persone sul proprio territorio, non è - lo ripeto - una posizione che condivido. Questa atrocità non dovrebbe essere giustificata o condonata attribuendone la colpa agli Stati Uniti - anche se molta della condotta americana merita di essere condannata. Il terrorismo è assassinio di vittime innocenti; questa volta è stato un assassinio di massa. E' un errore, inoltre, considerare il terrorismo - questo terrorismo - come la rivendicazione di esigenze legittime con mezzi illegittimi. Voglio essere più precisa: se do mani ci fosse il ritiro unilaterale di Israele dalla West Bank e da Gaza, seguìto, il giorno dopo, dalla proclamazione dello stato palestinese e da piene garanzie di aiuto e cooperazione da parte di Israele, non credo che questi eventi così auspicabili intaccherebbero minimamente il progetto terrorista oggi in atto. Sebbene i terroristi si ammantino di rimostranze legittime, la riparazione di queste ingiustizie non è il loro scopo - è solo uno sfacciato pretesto. L'attacco è reale. E' un attacco alla modernità, alla cultura che rende possibile l'emancipazione delle donne, e, sì, il capitalismo. Ci è stato mostrato che il mondo moderno, il nostro mondo, è profondamente vulnerabile. Una risposta armata - che prenda la forma non di un guerra ma di una serie di operazioni anti-terroristiche complesse e attentamente mirate, è necessaria. E auspicabile. Come è cambiato, in questi giorni, il clima intellettuale in America? Gli Stati Uniti sono un paese strano. I suoi cittadini hanno una forte vena anarchica, ma anche un rispetto quasi preconcetto della legalità. Idolatrano il successo privo di morale, ma amano anche moralizzare sul bene e sul male. Considerano il governo e il sistema tributario attività profondamente sospette, quasi illegittime, ma la più sentita risposta a qualsiasi crisi consiste nello sventolare la bandiera nazionale e nell'affermare un amore incondiozionato per la patria e per i suoi leader. Sopra ogni altra cosa, sono convinti che l'America rappresenti una eccezione nella storia dell'umanità, e che sarà sempre esente dalle limitazioni e dalle calamità che solitamente segnano il destino degli altri paesi. In questo momento, gli Stati Uniti sono attraversati da uno spirito potentemente conformista. Tutti sono stati sorpresi e sconvolti dal successo dell'attacco dell'11 settembre. Sono impauriti. E la prima reazione è quella di serrare le fila, per usare una immagine militare, e ribadire il proprio patriottismo - come se fosse stato messo in dubbio dall'attacco. Il paese è coperto di bandiere americane: penzolano dalle finestre delle case e degli appartamenti, ornano le facciate dei negozi, sventolano sulle gru e sulle antenne dei camion e delle macchine. Sbeffeggiare il presidente - un passatempo americano, poco importa di quale presidente si tratti - è considerato ora antipatriottico. Quotidiani e riviste hanno licenziato alcuni giornalisti. Professori universitari sono stati ammoniti pubblicamente per avere espresso in aula osservazioni critiche anche solo blande (per esempio, mettendo in dubbio la competenza di Bush o criticandone la misteriosa scomparsa il giorno dell'attacco). Il dibattito è equiparato al dissenso, che a sua volta viene assimilato a un comportamento sleale. E si diffonde la sensazione che in questa nuova, e irrisolta, emergenza non sarà possibile, "pemettersi" le nostre tradizionali libertà. I sondaggi mostrano che l'"indice di popolarità" di Bush supera il 90%, una cifra che ricorda la popolarità dei leader delle vecchie dittature di stile sovietico. Crede che le decisoni relative alla punizione del mondo arabo terranno conto dell'opinione pubblica americana? Come potrebbe l'opinione pubblica avere una qualche "influenza" sulle decisioni che vengono prese dal governo americano? Direi piuttosto che è la docilità dell'opinione pubblica ad essere degna di nota. Mi viene da pensare che questa passività, questa spoliticizzazione siano consueguenze inevitabili del trionfo del capitalismo liberale e della società dei consumi. Da qualche tempo non c'è più alcuna differenza significativa tra democratici e repubblicani: è meglio considerali due correnti dello stesso partito. Come in Gran Bretagna, del resto, dove tra laburisti e conservatori non c'è più differenza. E la spoliticizzazione della maggior parte della intellighenzia americana non fa che riflettere il conformismo e la voglia di dire "anch'io", che caratterizzano la vita politica in generale. L'America, tuttavia è anche un paese molto tollerante: e questo è uno dei paradossi della cultura politica che si è formata qui. Ma se nell'immediato futuro dovessimo subire un altro attacco terroristico all'interno dei confini degli Stati Uniti, anche se provocasse una perdita di vite relativamente contenuta, l'abitudine di difendere la pluralità d'opinione e la diversità individuale ne verrebbe danneggiata per sempre. Si potrebbe persino arrivare all'imposizione della legge marziale, con la conseguenza di vedere crollare le difese costituzionali che garantiscono i diritti individuali, soprattutto il diritto di parola. Ma, per il momento, resto cautamente ottimista. L'attuale furore vendicativo nei confronti degli intellettuali dissenzienti come me - e siamo, purtroppo, in pochi - forse si attenuerà un po', man mano che la gente sarà costretta a preoccuparsi di problemi reali, come la crisi economica. I toni da cowboy dell'amministrazione Bush sono stati per il momento smorzati, dopo un dibattito che possiamo immaginare molto acceso, all'interno dei più alti circoli governativi, militari e industriali. E' chiaro che i nostri signori della guerra hanno capito di avere di fronte un "nemico" estremamente complesso, che non si può sconfiggere con i vecchi sistemi. Il fatto che ci sia qualche incertezza su quale tipo di azione intraprendere non è dovuto all'opinione pubblica americana, che è preparata a una punizione immediata. C'è solo da sperare che sia stato progettato qualcosa di intelligente per proteggere meglio le nostre popolazioni dalla jihad lanciata contro la modernità. E si può solo sperare che l'amministrazione Bush, Tony Blair e gli altri abbiano realmente compreso che sarebbe inutile - o, come si suol dire, controproduttivo - e naturalmente immorale bombardare le popolazioni oppresse dell'Afghanistan, dell'Iraq o di altri paesi, come ritorsione ai misfatti commessi dai tiranni e dai fanatici religiosi che li governano. Si può solo sperare... traduzione di Paolo Dilonardo



    Bush si gioca tutto
    di Immanuel Wallerstein (21 marzo 2003)
    Immanuel Wallerstein, insigne sociologo e storico del sistema-mondo, direttore del Fernand Braudel Center, su ZNet commenta le prospettive a breve termine della guerra appena scoppiata. Traduzione di Paolo Chiocchetti.

    Gli Stati Uniti sono in guai seri. Il Presidente degli Stati Uniti ha fatto un enorme azzardo, da una posizione fondamentalmente debole. Circa un anno fa decise che gli USA avrebbero mosso guerra all’Iraq. Lo fece con l’intento di dimostrare la schiacciante superiorità militare degli Stati Uniti e di realizzare due obiettivi primari: 1) intimidire tutti i potenziali proliferatori nucleari e costringerli ad abbandonare i loro progetti; 2) soffocare ogni idea europea di un ruolo politico autonomo nel sistema-mondo. Finora, Bush ha splendidamente fallito. Corea del Nord e Iran (e forse altri passati inosservati) hanno in realtà accelerato i propri piani di proliferazione. Francia e Germania hanno mostrato cosa vuol dire essere autonomi. E gli Stati Uniti non sono in grado di convincere nessuno dei sei paesi del Terzo Mondo nel Consiglio di Sicurezza a votare una seconda risoluzione sull’Iraq. Così, come un giocatore d’azzardo avventato, Bush è sul punto di rimanere al verde. Lancerà una guerra a breve, scommettendo di ottenere una vittoria rapida e schiacciante. La scommessa è molto semplice. Bush crede che se gli USA riescono ad ottenere questo tipo di risultato militare, sia i proliferatori che gli Europei si pentiranno delle loro posizioni e accetteranno in futuro le decisioni USA. Gli esiti militari possibili sono due: quello che vuole (e si aspetta) Bush, ed uno differente. Qual è la probabilità che Bush ottenga la rapida capitolazione degli Iracheni? Il Pentagono dice di avere gli armamenti sufficienti e che sarà una questione rapida. Una lunga lista di generali in pensione, sia Americani che Inglesi, ha espresso il proprio scetticismo. La mia supposizione (e nulla più) è che l’esito di una rapida e totale vittoria non è molto probabile. Penso che un intreccio della disperata determinazione della leadership irachena, di un’impennata di nazionalismo iracheno e dell’annunciata scarsa propensione dei Curdi a combattere Saddam (non perché non lo odino, ma perché nutrono una profonda diffidenza per le intenzioni USA nei loro confronti) renderà estremamente difficile per gli USA finire la guerra nel giro di settimane. Essa richiederà probabilmente molti mesi e, passati molti mesi, chi può predire dove i venti soffieranno, in primis nell’opinione pubblica americana e britannica? Ciononostante, supponete che gli USA vincano in fretta. Io direi che, a quel punto, Bush ne esce appena pari – non un vincitore, ma nemmeno uno sconfitto. Perché dico questo? Perché una vittoria lascerà la situazione geopolitica più o meno al punto in cui è oggi. Per prima cosa, c’è il problema di cosa accadrà in Iraq il giorno dopo la vittoria. Il minimo che si può dire è che non lo sa nessuno, e che non è affatto chiaro se gli USA stessi abbiano una precisa visione su cosa intendono fare. Quello che sappiamo è che gli interessi in gioco sono molteplici, diversi e totalmente scoordinati. E’ uno scenario di confusione anarchica. Per gli USA giocare un ruolo significativo nel decision-making del dopoguerra richiederà un impegno a lungo termine di truppe e un mucchio di soldi (veramente un mucchio di soldi). Chiunque guardi alla situazione economica USA e alla politica interna degli Stati Uniti sa che l’amministrazione Bush dovrà fronteggiare un lavoro davvero duro per lasciare delle truppe laggiù per un lungo periodo di tempo, ed un lavoro ancora più difficile per ottenere il denaro necessario a partecipare al gioco politico. Inoltre, tutti gli altri problemi che il mondo si trova davanti rimarrebbero intatti. Ci saranno ancora meno probabilità di adesso che si verifichi qualche progresso nella creazione di uno Stato palestinese. Il governo israeliano recepirebbe una vittoria USA come una giustificazione della propria linea dura e la irrigidirebbe ulteriormente. Il mondo arabo diventerebbe ancora più adirato di adesso, se è possibile. L’Iran sicuramente non interromperà la sua corsa verso la proliferazione nucleare. Al contrario comincerà a giocare le sue carte nella regione con più sicurezza, con Saddam fuori gioco. La Corea del Nord aumenterà le proprie provocazioni, e la Corea del Sud si sentirà ancor più a disagio nei confronti dell’alleato USA e della sua propensione all’azione militare. E la Francia probabilmente lavorerà sulla lunga distanza. Così, a mio parere, una rapida vittoria militare USA in Iraq ci lascerebbe con un quadro geopolitico immutato – che non è certamente quanto desiderano i falchi USA. Ma immaginate che la vittoria militare non sia rapida. Cosa succederà? In quel caso, l’intera operazione diventa un disastro geopolitico per gli USA. Scoppierà il pandemonio, e gli USA avranno un’influenza sul suo esito futuro pari all’Italia, vale a dire quasi nessuna. Perché dico questo? Pensate a cosa accadrebbe, in primo luogo nello stesso Iraq. La resistenza irachena trasformerebbe Saddam Hussein in un eroe, e lui saprebbe certamente come sfruttare questo sentimento. Gli Iraniani e i Turchi spedirebbero entrambi le proprie truppe nel nord curdo, e probabilmente finirebbero a combattersi l’un l’altro. I Curdi potrebbero parteggiare per il momento con gli Iraniani. Se questo accadesse, i gruppi sciiti nel sud dell’Iraq manterrebbero la loro distanza dagli sforzi militari USA. I Sauditi potrebbero offrirsi come mediatori non richiesti, e verrebbero respinti da entrambe le parti. Altrove nella regione, probabilmente Hezbollah attaccherebbe gli Israeliani, che risponderebbero e tenterebbero forse di occupare il Libano del sud. I Siriani entrerebbero allora nella guerra, per cercare di salvare Hezbollah e, più in generale, il proprio ruolo in Libano? Possibile, ma se lo facessero, gli Israeliani bombarderebbero Damasco (forse con armi nucleari). Resterebbero allora gli Egiziani seduti a guardare? E già, c’è quel compare, Osama bin Laden, che senza dubbio porterebbe avanti la solita attività che ama tanto fare. E l’Europa? Nel Regno Unito ci sarebbe probabilmente una grande rivolta all’interno del Partito Laburista, che potrebbe concludersi con una scissione. Blair potrebbe portar fuori il proprio deretano e formare un governo di unità nazionale con i Tories. Resterebbe Primo Ministro, ma ci sarebbe una grande pressione per tenere nuove elezioni che quasi certamente perderebbe, e pesantemente. E allora ci sarebbe la piccola questione dell’avvertimento che Blair ha ricevuto dai propri consiglieri legali: se i Britannici fossero andati in Iraq senza l’esplicito appoggio dell’ONU, avrebbe rischiato di finire in stato di accusa davanti alla Corte Penale Internazionale. Le prospettive elettorali di Aznar in Spagna sarebbero ugualmente dubbie, data l’estesa opposizione alla posizione spagnola all’interno del suo stesso partito. Berlusconi e i leader dell’Europa Centro-Orientale potrebbero cominciare a tornare sui propri passi. Nel frattempo, in America Latina si potrebbe dire addio all’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA, in Inglese FTAA). Al suo posto, Lula spingerebbe per rinvigorire il Mercosur come struttura commerciale e monetaria, e potrebbe perfino convincere il Cile ad entrarvi. Fox si troverebbe in grossi guai in Messico. Nel Sud-Est asiatico le due più grandi nazioni musulmane (Indonesia e Malesia), ognuna delle quali ha al momento un governo sostanzialmente amichevole verso gli Stati Uniti, potrebbero tentare di emulare l’Europa nella creazione di una zona di azione autonoma. Ci sarebbero forti pressioni sul governo filippino per mandare a casa i soldati americani. E la Cina direbbe con tutta probabilità al Giappone che farebbe meglio ad allentare i suoi legami politici con gli USA, se si aspetta di continuare ad avere un futuro economico nella regione. All’inizio del 2004, tutto questo dove lascerà il regime di Bush? Lo lascerà ad affrontare un movimento contro la guerra in rapida crescita negli Stati Uniti, che potrebbe di fatto spostare il Partito Democratico in un’opposizione reale alle politiche globali di Bush. Non facile, ma possibile. In questo caso, i Democratici potrebbero verosimilmente vincere le elezioni. Se tutto questo accadesse, Bush avrebbe davvero ottenuto il cambio di regime – in Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti. E gli Stati Uniti non verrebbero più guardati come una superpotenza militare invincibile. Così, per riassumere, se Bush vince, si trova davanti ad uno status quo geopolitico, che è molto meno di ciò che vorrebbe. E se perde, perde veramente. Io direi che le probabilità non sono molto incoraggianti. Gli storici registreranno che non c’era alcun bisogno per gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, di mettersi da soli in questa impossibile posizione. Pubblicato da Paolo Chiocchetti at Marzo 29, 2003 02:00 AM
    www.carmillaonline.com



    WALLERSTEIN GUERRA E PACE
    Scacco matto al vecchio continente
    Il sistema mondo GLI STATI UNITI hanno attaccato l'Iraq per il petrolio, per dissuadere gli stati dal proposito di costruire la bomba atomica, per completare l'opera iniziata nella prima guerra del Golfo. Ma soprattutto per prevenire la possibilità che l'Europa diventi il secondo protagonista dell'economia mondiale.
    Un'intervista con Immanuel Wallerstein
    Benedetto Vecchi

    Nei tuoi scritti, hai sempre sottolineato che l'ordine mondiale uscito dalla dissoluzione del socialismo reale era instabile, ma in qualche modo intelligibile. Poi c'è stato l'11 settembre e la storia ha accelerato il suo svolgimento. La guerra in Afghanistan prima, l'Iraq ora: sembra che gli Usa vogliono rimettere ordine nel mondo con i cacciabombardieri e i carri armati. Insomma, la guerra come strumento politico privilegiato. Sei d'accordo con questa analisi? Gli Usa e l'Inghilterra stanno combattendo questa guerra perché avevano bisogno di una guerra per rimettere al loro posto molti tasselli di un puzzle scompaginato. C'è da dire che l'Iraq è stato scelto dagli strateghi militari del Pentagono perché sembrava un obiettivo facile; oltre a questo, il regime di Saddam Hussein non è molto amato in quella regione e suscita la critica dell'opinione pubblica mondiale perché è antidemocratico e perché è sospettato di aver disatteso molte delle risoluzioni dell'Onu in merito al sospetto che nel suo arsenale militare ci fossero armi di distruzione di massa. Per l'amministrazione Bush c'è anche un altro fattore che ha influito nella scelta del paese da colpire: l'Iraq non ha la bomba atomica e non è neanche in grado di costruirla nel prossimo futuro. Infine, per i «falchi» dell'attuale amministrazione il regime di Baghdad ha umiliato gli Stati uniti perché la prima guerra del Golfo nel `91 è terminata non con una completa e indiscutibile vittoria statunitense, ma con un pareggio. Ma al di là dei motivi che ho citato, e che sono comunque insufficienti per spiegare l'escalation militare, ce ne sono due che meritano di essere nominati perché sono i veri obiettivi della strategia politica statunitense. Questa, è stato affermato, è una guerra preventiva, ma anche intimidatoria, specialmente per quei paesi che coltivano il progetto di costruire armi nucleari. Secondo le teste d'uovo dell'amministrazione statunitense, l'intervento nel Golfo è da intendersi come dissuasivo nei confronti dei propositi di riarmo nucleare coltivato da questo o quel paese. L'altro obiettivo è più ambizioso e riguarda l'Unione europea. O meglio, la guerra serve a prevenire la costruzione di un altro protagonista del sistema-mondo. Ciò che è accaduto, e che sta accadendo tuttora, mi portano però a dire che, se guardiano nella prospettiva del medio periodo, gli Stati uniti rischiano forte di fallire entrambi gli obiettivi. Nell'immediato futuro, il mondo sarà caotico. Sarà l'incertezza a farla da padrone sia dal punto di vista politico, economico e ideologico, se assumiamo questo termine nel senso migliore che ha avuto nella sua storia, cioè una visione del mondo, dei valori e delle finalità condivise.



    John Le Carré:
    The United States of America has gone mad

    America has entered one of its periods of historical madness, but this is the worst I can remember: worse than McCarthyism, worse than the Bay of Pigs and in the long term potentially more disastrous than the Vietnam War. The reaction to 9/11 is beyond anything Osama bin Laden could have hoped for in his nastiest dreams. As in McCarthy times, the freedoms that have made America the envy of the world are being systematically eroded. The combination of compliant US media and vested corporate interests is once more ensuring that a debate that should be ringing out in every town square is confined to the loftier columns of the East Coast press. The imminent war was planned years before bin Laden struck, but it was he who made it possible. Without bin Laden, the Bush junta would still be trying to explain such tricky matters as how it came to be elected in the first place; Enron; its shameless favouring of the already-too-rich; its reckless disregard for the world’s poor, the ecology and a raft of unilaterally abrogated international treaties. They might also have to be telling us why they support Israel in its continuing disregard for UN resolutions. But bin Laden conveniently swept all that under the carpet. The Bushies are riding high. Now 88 per cent of Americans want the war, we are told. The US defence budget has been raised by another $60 billion to around $360 billion. A splendid new generation of nuclear weapons is in the pipeline, so we can all breathe easy. Quite what war 88 per cent of Americans think they are supporting is a lot less clear. A war for how long, please? At what cost in American lives? At what cost to the American taxpayer’s pocket? At what cost — because most of those 88 per cent are thoroughly decent and humane people — in Iraqi lives? How Bush and his junta succeeded in deflecting America’s anger from bin Laden to Saddam Hussein is one of the great public relations conjuring tricks of history. But they swung it. A recent poll tells us that one in two Americans now believe Saddam was responsible for the attack on the World Trade Centre. But the American public is not merely being misled. It is being browbeaten and kept in a state of ignorance and fear. The carefully orchestrated neurosis should carry Bush and his fellow conspirators nicely into the next election. Those who are not with Mr Bush are against him. Worse, they are with the enemy. Which is odd, because I’m dead against Bush, but I would love to see Saddam’s downfall — just not on Bush’s terms and not by his methods. And not under the banner of such outrageous hypocrisy. The religious cant that will send American troops into battle is perhaps the most sickening aspect of this surreal war-to-be. Bush has an arm-lock on God. And God has very particular political opinions. God appointed America to save the world in any way that suits America. God appointed Israel to be the nexus of America’s Middle Eastern policy, and anyone who wants to mess with that idea is a) anti-Semitic, b) anti-American, c) with the enemy, and d) a terrorist. God also has pretty scary connections. In America, where all men are equal in His sight, if not in one another’s, the Bush family numbers one President, one ex-President, one ex-head of the CIA, the Governor of Florida and the ex-Governor of Texas. Care for a few pointers? George W. Bush, 1978-84: senior executive, Arbusto Energy/Bush Exploration, an oil company; 1986-90: senior executive of the Harken oil company. Dick Cheney, 1995-2000: chief executive of the Halliburton oil company. Condoleezza Rice, 1991-2000: senior executive with the Chevron oil company, which named an oil tanker after her. And so on. But none of these trifling associations affects the integrity of God’s work. In 1993, while ex-President George Bush was visiting the ever-democratic Kingdom of Kuwait to receive thanks for liberating them, somebody tried to kill him. The CIA believes that “somebody” was Saddam. Hence Bush Jr’s cry: “That man tried to kill my Daddy.” But it’s still not personal, this war. It’s still necessary. It’s still God’s work. It’s still about bringing freedom and democracy to oppressed Iraqi people. To be a member of the team you must also believe in Absolute Good and Absolute Evil, and Bush, with a lot of help from his friends, family and God, is there to tell us which is which. What Bush won’t tell us is the truth about why we’re going to war. What is at stake is not an Axis of Evil — but oil, money and people’s lives. Saddam’s misfortune is to sit on the second biggest oilfield in the world. Bush wants it, and who helps him get it will receive a piece of the cake. And who doesn’t, won’t. If Saddam didn’t have the oil, he could torture his citizens to his heart’s content. Other leaders do it every day — think Saudi Arabia, think Pakistan, think Turkey, think Syria, think Egypt. Baghdad represents no clear and present danger to its neighbours, and none to the US or Britain. Saddam’s weapons of mass destruction, if he’s still got them, will be peanuts by comparison with the stuff Israel or America could hurl at him at five minutes’ notice. What is at stake is not an imminent military or terrorist threat, but the economic imperative of US growth. What is at stake is America’s need to demonstrate its military power to all of us — to Europe and Russia and China, and poor mad little North Korea, as well as the Middle East; to show who rules America at home, and who is to be ruled by America abroad. The most charitable interpretation of Tony Blair’s part in all this is that he believed that, by riding the tiger, he could steer it. He can’t. Instead, he gave it a phoney legitimacy, and a smooth voice. Now I fear, the same tiger has him penned into a corner, and he can’t get out. It is utterly laughable that, at a time when Blair has talked himself against the ropes, neither of Britain’s opposition leaders can lay a glove on him. But that’s Britain’s tragedy, as it is America’s: as our Governments spin, lie and lose their credibility, the electorate simply shrugs and looks the other way. Blair’s best chance of personal survival must be that, at the eleventh hour, world protest and an improbably emboldened UN will force Bush to put his gun back in his holster unfired. But what happens when the world’s greatest cowboy rides back into town without a tyrant’s head to wave at the boys? Blair’s worst chance is that, with or without the UN, he will drag us into a war that, if the will to negotiate energetically had ever been there, could have been avoided; a war that has been no more democratically debated in Britain than it has in America or at the UN. By doing so, Blair will have set back our relations with Europe and the Middle East for decades to come. He will have helped to provoke unforeseeable retaliation, great domestic unrest, and regional chaos in the Middle East. Welcome to the party of the ethical foreign policy. There is a middle way, but it’s a tough one: Bush dives in without UN approval and Blair stays on the bank. Goodbye to the special relationship. I cringe when I hear my Prime Minister lend his head prefect’s sophistries to this colonialist adventure. His very real anxieties about terror are shared by all sane men. What he can’t explain is how he reconciles a global assault on al-Qaeda with a territorial assault on Iraq. We are in this war, if it takes place, to secure the fig leaf of our special relationship, to grab our share of the oil pot, and because, after all the public hand-holding in Washington and Camp David, Blair has to show up at the altar. “But will we win, Daddy?” “Of course, child. It will all be over while you’re still in bed.” “Why?” “Because otherwise Mr Bush’s voters will get terribly impatient and may decide not to vote for him.” “But will people be killed, Daddy?” “Nobody you know, darling. Just foreign people.” “Can I watch it on television?” “Only if Mr Bush says you can.” “And afterwards, will everything be normal again? Nobody will do anything horrid any more?” “Hush child, and go to sleep.” Last Friday a friend of mine in California drove to his local supermarket with a sticker on his car saying: “Peace is also Patriotic”. It was gone by the time he’d finished shopping.
    Times 01/15/03



    Alberto Arbasino:
    La guerra e la storia che si ripete
    Tratto da “la Repubblica”, 10 febbraio 2003

    Man mano che le generazioni si susseguono, anche la guerra si ripresenta fra i corsi e ricorsi storici, i caratteri geografici, le costanti antropologiche, il più risaputo déjà vu. Ora sembra di rivivere il 1939. Rimangono impressioni decisive, nella psiche dei bambini costretti a maturare precocemente, nella tristezza dei tempi minacciosi.Si era proprio piccoli, al tempo della guerra di Spagna, dal 1936 in poi.Ma quasi ogni giorno sotto le finestre della scuola passavano i cortei e le manifestazioni degli studenti più grandi e impegnati e sportivi e brillanti, con canti e slogan entusiastici per un volontariato di bombardieri e mitraglieri in Catalogna e in Aragona. Più tardi, a cose fatte, si riscontrò un´immensa massa di interventi bellicosi e battaglieri dei più importanti e impegnati giovani intellettuali inglesi e francesi e americani sul fronte opposto: Auden, Spender, Orwell, Day Lewis, Hemingway, Koestler, Saint-Exupéry, Eluard, Bernanos, Malraux pilota da combattimento col nostro Nicola Chiaromonte, e una quantità di saggisti, giornalisti, narratori, poeti.Come negli innumerevoli film "epici" di guerra: Il sergente York e Luciano Serra Pilota, Ivo Jima deserto di fuoco e Lo sbarco di Anzio, Per chi suona la campana e L´assedio dell´Alcazar. E nelle canzoni alla radio: marines e sommergibili, Cucaracha e Faccetta Nera, stelle-e-strisce e Ciarabub... In pochissimi anni.Qui basterebbe consultare, oltre ai versi e ai romanzi e alle testimonianze che riempiono le biblioteche, anche le discussioni d´epoca che animano il mirabile romanzo L´intoccabile di John Banville, vincitore del recente Premio Nonino. C´è dentro tutto, anche a proposito dei famosi esteti di Cambridge che diventarono rinomate e sputtanate spie sovietiche responsabili di delazioni e massacri: il complesso di superiorità classica e il masochismo verso il rude proletario, la puzza sotto il naso e l´armiamoci e partite, i giochi adolescenziali tipo Cowboys and Indians e la vacanza eccitante in un´Andalusia di sierre e corride e olé politically correct.Poi, si sa (ci sono migliaia di pagine), taluni già bellicosi a Pamplona riparano pacifisti in America non appena scoppia la seconda guerra mondiale; e certamente Malibu Beach era preferibile alle Linee Maginot e Sigfrido, coi fantasmi dei milioni di caduti sulla Marna. (E perciò, poi, De Gaulle e Adenauer proclamarono sopra tombe e cadaveri: mai più commemorazioni e celebrazioni di cappellani e vedove con i sacrari e gli ossari. Sennò fra un paio di generazioni si ricomincia; e sarà peggio che ai tempi dei Carolingi).Però, al tempo di Hitler, Virginia Woolf e altri furono pacifisti e neutralisti, come il Duca e la Duchessa di Windsor, contrari al guerrafondaio Churchill. Perché battersi contro i nazi e non trattare come nel ´38 a Monaco, col mite premier Chamberlain e il suo ombrello arrotolato, popolarissimo fra i vignettisti e i corsivisti? Perché non mandare qualche deputato o Lord a conversare con Goering e Goebbels e a visitare i campeggi della gioventù? Veramente non si sapeva di stare invocando la pace (il termine preciso era appeasement) contro la Germania della Shoah? Eppure le suffragette e i minatori aveva militato e combattuto per le cause più femminili e civili del Novecento.Qui, due ricordi storici. Durante la guerra, si ascoltava Radio Londra ogni sera (coi suoi tu-tu-tum) e la Radio svizzera di Monteceneri, per le notizie della giornata. Ma io non ricordo di aver mai sentito parlare dei campi di sterminio in Germania, in tutti quei programmi della Bbc. Me ne sarei ricordato: così come mi fece un´atroce impressione, credo verso il 1938, solo in campagna, sentire il Duce che diceva alla radio "l´uovo marcio di Praga".Per un povero bambino beneducato, erano parolacce mai sentite prima. Lo shock fu: qui si mette male.Anche i parenti ritenevano che l´Italia si mettesse male o malissimo.Iscritti al Fascio da teen-ager intorno al 1920, come tutti gli studenti brillanti e progressisti contro la vecchia Italia dei Savoia e Giolitti, una volta laureati e professionisti liberal riguardavano con raccapriccio e apprensione la "piega presa" dopo l´Abissinia dall´Italia "imperiale" più megalomane. Un paese di bambinoni teneri che poi diventano eroiche vittime a centinaia di migliaia: con plotoni di mammone e vedovone pronte a sfilare coi veli neri e il cuore in mano sotto il balcone di Palazzo Venezia...Morirono poi gli zii e i cugini fra la Russia e la Grecia e l´Africa.Lasciando con bambini piccoli e pochi soldi le giovani mogli decise come De Gaulle e Adenauer, non come D´Annunzio e il Duce: se si insiste con la retorica degli anniversari, qui si finisce fatalmente a nuovi massacri con questo o quel nemico.Però secondo le memorie storiche e i testi di studio, i più biasimati neutralisti e pacifisti nel 1939 furono il Caudillo Franco (che aveva appena fatto la sua guerra), il dittatore Salazar del Portogallo, e il Vaticano di Pio XII, da allora discusso e disapprovato proprio per il suo no alla guerra.Mentre Roosevelt veniva invocato e rimproverato perché gli Stati Uniti non entrarono subito in guerra, e pio perché non ci invadevano e non ci bombardavano di più. (Appeasement, cioè pacificazione con concessioni, da allora è un termine con connotazioni negative - lo si traduceva con "calare le brache" - e infatti tuttora si evita).La "guerra civile", invece, in Italia è stata quasi sempre praticamente normale: anche nelle città e nei comuni e nelle signorie e nei paesini la popolazione si è quasi sempre divisa in due metà grosso modo equivalenti, e reciprocamente ostili. Fa parte del Dna italico. E non appena le circostanze lo permettono (la Repubblica Sociale da noi, come l´Occupazione in Francia), anche nei piccoli centri abbondano le denunce e condanne contro i vicini. E non soltanto per portargli via l´appartamento o il negozietto; o saccheggiare la villa incustodita; o sfogare gli istinti di torture e sevizie in divise di fantasia. Anche senza secondi fini. Anche solo per "la cosa in sé".Al di là dei bilanci storici e delle revisioni giornalistiche, le tradizionali lotte continue fra le due metà del nostro paese appaiono corsi e ricorsi italici, costanti caratteriali etniche, rifiuti congeniti della tolleranza bilaterale e delle regole "sportive" in qualunque "gioco". E si può discorrere anche oziosamente e a lungo sulle identità o idiosincrasie partigiane, rivoluzionarie, riformiste, trasgressiste, pro-italiane o anti-italiane, "bombarole" o "panciafichiste", interventiste o quietiste.Soprattutto, ricordando che nelle varie guerre civili si combatteva e moriva sovente senza pacifismi, senza neutralismi, e addirittura senza vantaggi economici.Ora, si è spesso ripetuto che la guerra prosegue la politica con altri mezzi, mentre la giurisdizione persegue l´economia (che precede la politica) con gli strumenti e le armi del processo. Però adesso le prossime interferenze fra guerra ed economia e giurisdizione possono produrre nuove combinazioni, nel nostro paese.Si andava infatti avanti da molti anni con un conflitto per lo più industriale e giudiziario e mediatico (non più come ai tempi di Giovanni dalle Bande Nere) fra i due principali tycoons italiani, Berlusconi e De Benedetti.(E il Dizionario di Oxford fa derivare il termine americano di tycoon dalla formula di rispetto per gli shogun del Giappone feudale, più potenti dell´imperatore). Dopo la lenta emarginazione dell´antico sovrano Agnelli - ancora legato a modi produttivi di merci e manufatti con grossi investimenti per ottenere profitti - ecco le ideazioni di una finanza postmoderna e virtuale che sa anche inventare una domanda effettiva. Programmi e concept immateriali, senza ricorrere all´investimento o al risparmio. Ci vorrebbero Keynes o Sraffa per spiegare come mai ogni volta che si legge o ascolta "il Cavaliere" o "Arcore" anche nei contesti più ostili "si sente trillare un registratore di cassa" (come diceva Groucho Marx), mentre già per "l´Avvocato" o "Villar Perosa" il trillo del reddito non era così automatico. E nel caso di "Mussolini" o "Togliatti", scarsi erano i proventi e concreti i pericoli, nella citazione pubblicistica.Soprattutto il concetto del guadagno netto con zero investimenti e zero sforzi ("finché dura") sembra attualmente abbagliare il mondo delle veline, della moda-di-stracci, dei talk show, delle manifestazioni, dei processi, delle presentazioni, delle feste. Ma la guerra e l´economia della guerra (non solo civile) possono scombussolare gli assetti in questo sistema effimero...



    Boris Biancheri:
    L’agonia delle regole
    Tratto da “La Stampa”, 10 marzo 2003

    Così, in pochi mesi, le istituzioni che bene o male avevano puntellato l’equilibrio mondiale per mezzo secolo sono in pezzi: la Nato, la politica estera europea e, con molta probabilità, l’Onu. Non che godessero di buona salute: la politica estera europea è anemica di costituzione ma si sperava che crescendo si sarebbe irrobustita, la Nato è in cerca di identità dalla fine della guerra fredda e l’Onu è come quei santi ai quali si dedicano liturgie più per sollevare le coscienze che per fiducia in un miracolo che infatti non si verifica quasi mai. E tuttavia, anche se vacillanti, in qualche modo stavano in piedi.E’ evidente che non è stato il contenuto tecnico della disputa in Consiglio di Sicurezza tra Stati Uniti, Francia e Germania a causare questo disastro. Se a Blix e ai suoi ispettori debbano darsi dieci giorni o dieci mesi di tempo per accertare se la risoluzione 1441 è stata violata è cosa che dovrebbe potersi risolvere sulla base del buon senso e del compromesso. Il problema è che mentre la posizione anglo-americana è chiarissima ma non convince nessuno, la posizione francese si colloca nel solco dei sentimenti popolari, ma non è affatto chiara, anzi in realtà non esiste. Vi sono decine di milioni di persone in tutto il mondo che scendono in piazza per protestare contro Bush, ma non mi risulta che nessuno sia sceso in piazza, neppure a Berlino, neppure a Parigi, per inneggiare a Chirac.La linea americana, semplificando, è questa: l’11 settembre ha dimostrato che i nostri nemici possono infliggerci, se vogliono, danni immensi; la difesa passiva contro questi attacchi è impossibile perché non si può difendere ogni edificio, ogni luogo pubblico, ogni industria, ogni acquedotto in ogni momento e in ogni paese. Basta un cucchiaio di antrace ben collocato per causare potenzialmente milioni e milioni di morti. Non sono necessari missili per trasportarlo: le tecnologie di distruzione di massa e la nuova arma del suicidio fanno sì che, per difendersi, occorre prevenire l’attacco e non subirlo. Se serve una guerra, si fa la guerra. Si è fatta in Afghanistan e si può fare in Iraq, che armi simili le ha già usate, forse ne ha ancora e certo ha voglia di usarne. Forse tutto ciò va al di là dei principi delle Nazioni Unite, ma allora sono le Nazioni Unite a essere indietro rispetto alle sfide del nostro tempo, non l’America. La posizione di Washington si arricchisce poi di considerazioni geopolitiche (un più stabile assetto dell’area mediorientale) ed etiche (far progredire la democrazia), ma il vero problema è quello.A fronte di ciò, Francia e Germania e con qualche ambiguità la Russia giocano di diplomazia e temporeggiano. La loro linea è, in fondo, lo statu quo. Sulle nuove minacce, come il terrorismo e la proliferazione nucleare, non hanno una dottrina che fronteggi quella americana. Non sono per la pace ad ogni costo, ma neppure per la guerra. Né è chiara la linea dei paesi musulmani, che va dal filo-americanismo del Kuwait all’anti-americanismo della Siria, passando per ogni sfumatura. E ancor meno quella dei grandi paesi del Terzo Mondo, Cina, India o Brasile, che stanno a guardare e tacciono. I vecchi equilibri e le vecchie regole non funziona-no più, ma solo Stati Uniti e Gran Bretagna ritengono di avere regole nuove. Se la sfida dei tempi nuovi segna la morte dell’Onu, come a suo tempo segnò la fine della Società delle Nazioni, non sarà Washington a soccorrere un cadavere.



    Card. Carlo Maria Martini:
    Un grido di intercessione
    29 gennaio 2001, Veglia per la pace, dal bollettino Fondazione Giuseppe Lazzati

    Se oggi c’è una guerra - lo ha ripetuto il Papa - non è perché le cose si siano mosse quasi per caso o per sbaglio, pur se ci sono delle responsabilità precise, a cui nessuno potrà sfuggire. C’è una guerra perché, per tanto tempo, si sono seminate situazioni ingiuste, si è sperata la pace trascurando quelli che Giovanni XXIII chiamava “i quattro pilastri della pace”, cioè verità, giustizia, libertà e carità. Ogni colpa pubblica e privata contro questi quattro pilastri, ogni atto di menzogna, ingiustizia, possesso egoista e dominio sull’altro, pregiudizio e odio, hanno scavato la fossa e l’edificio è crollato sotto i nostri occhi.Perché la pace è un edificio indivisibile, e ciascuno di noi l’ha distrutto per la sua parte di responsabilità.Ogni seria preghiera per la pace deve quindi nascere dal pentimento e dalla volontà di ricostituire anzitutto nella nostra vita personale e comunitaria “i quattro pilastri”: verità, giustizia, libertà, carità. Senza tale volontà umile e sincera, la nostra preghiera e la nostra invocazione sono ipocrite.Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione.Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. (...)È il gesto di Gesù Cristo sulla croce, del Crocifisso che contempliamo questa sera al centro della nostra assemblea. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio. (...) Naturalmente un simile atteggiamento non calpesta affatto le esigenze della giustizia. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo: “Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro” (Le 23,34).



    Dario Fo:
    Caro Papa, andiamo insieme a Baghdad
    Tratto da “il manifesto”, 21 marzo 2003

    Santità, forse è tardi, forse è davvero troppo tardi... Ma - assistendo indignati in televisione agli sghignazzi, agli sberleffi e alle volgarità di certi parlamentari che hanno accompagnato la dichiarazione di entrata in guerra dell'Italia e sentendo tanti giovani intorno a noi che in Lei hanno immensa fiducia - ho preso coraggio e ho deciso di proporLe un gesto folle e sacrosanto nello stesso tempo: l'unica soluzione è che Lei, Santo Padre, raggiunga Baghdad. Lei è l'unico che potrebbe fermarli. Lei, ora, è l'Occidente. L'Occidente sano, quello che ancora ragiona. Lei, ora, è tutti noi. L'unico dei Potenti della Terra che sembra ricordarsi davvero cosa sia la guerra. La guerra - e noi due, con tanti anni sulle spalle, lo sappiamo - è sangue, e fame, e morti, e carne di tutti noi, che non si fa in tempo a seppellire, e che ti puzza intorno. E poi, dopo: odio, rancore, vergogna, vendetta. Tutte piaghe che segneranno - se li si lascia fare - anche il nostro futuro. Le Sue parole sono l'unico grido possente di queste ultime settimane, che abbia risuonato nel mondo intero: forte, chiaro, implacabile nella sua saggezza. E ora? E ora che i Matti stanno camminando con i cingoli sopra ai Suoi avvertimenti da Padre, ora che si fa? Dobbiamo chinare il capo e impotenti arrenderci? Ci tocca davvero accettare con rassegnazione che quattro affaristi che puzzano di petrolio e la loro corte di servi piaggioni ci spacchino il mondo in due: Cristo di qua, l'Islam di là? Lei, Santo Padre a Baghdad, può mandare all'aria questo copione pensato e messo in scena spietatamente da un gruppo di fanatici mentecatti, convinti di essere guidati dalla mano di Dio, un Dio fatto apposta per loro, che non conosce né ragione, né pietà, né amore.Non è solo un massacro di civili iracheni quello che stanno perpetrando con le 3000 bombe su Baghdad, una al minuto, vogliono anche scatenare una guerra totale tra mussulmani e cristiani. Se Lei, Santità si recasse a Baghdad, tutti i musulmani capirebbero che questa non è la guerra dei cristiani ma la guerra dei petrolieri di tutte le religioni contro il resto del mondo, un mondo che di bombe, armi e morti ne chiederà sempre di più... fino a morirne. Non li lasci fare, Santità. Ci vada a Baghdad: li metta di fronte alla scelta di bombardare - insieme agli «infedeli» dalla pelle appena più scura della loro - anche il rappresentante di Cristo in Terra. Se decidesse per il sì, La prego di avvertirmi: sono pronto a partire con Lei, naturalmente con le mie idee di sempre. Con grande rispetto.



    Gabriele Romagnoli:
    Il volto della guerra
    Tratto da “la Repubblica”, 24 marzo 2003

    Uno era steso sulla strada, aveva sangue rappreso sul volto di colore, vuota una manica della mimetica. Altri erano buttati su un pavimento, avevano fori di proiettile in fronte, medagliette e lettere sul torace scoperto, mosche a ronzargli intorno, gli scarponi del compagno sulla testa, finché un uomo veniva a spostarli per far vedere meglio i visi immobili, ridendo.Altri, invece, erano ancora vivi e guardavano fissi un punto davanti a sé e lì non c´era la telecamera, non c´era chi li stava interrogando, ma soltanto il vuoto che rispondeva alla domanda: cosa faranno, adesso di noi, ci decapiteranno sulla sabbia come hanno promesso il giorno prima dell´attacco o ci rispediranno a casa come fecero dodici anni fa?Uomini senza nome morti ammazzati. Uomini di nome Edgar o James, una donna di nome Shana, fatti prigionieri e mostrati alle telecamere della tv irachena e di Al Jazeera. E così, nel pomeriggio del quarto giorno dall´inizio dei bombardamenti, che la guerra mostra, finalmente, il suo vero volto. Giù la maschera. Basta con le cartoline luminose da Bagdad, il deserto divorato dai cingoli, il fuoco freddo, il fumo lontano, i marine appostati che aspettano pazienti, qualche schioppettata come rumore di fondo, l´invisibile resistenza irachena. Basta con "le bellissime immagini", grazie per il coraggio di chi le ha girate, ma la guerra è questa: immagini che fanno schifo, girate da vigliacchi, con l´aiuto di altri vigliacchi che mettono in posa i morti, gli tirano su la maglietta, gli svuotano le tasche e ne ridono.La guerra è la paura dietro gli occhiali del soldato Percey (che "se gli iracheni non gli davano fastidio, non avrebbe dato fastidio a loro"), nelle mani del sergente James, che se le tiene strette tra le gambe perché non tremino. Non c´è niente di nuovo. Come dice, in quello stesso momento sui canali americani Donald Rumsfeld: "Non c´è guerra che non faccia vittime o prigionieri". C´è che, di solito, non li mostra in televisione. È vergognoso per i morti, umiliante per chi viene catturato, è contrario alla Convenzione di Ginevra. Ma la Convenzione di Ginevra, scusate tanto, sembra un vecchio paravento sfondato, qualcosa come il Consiglio di Sicurezza dellOnu, o i manuali di educazione civica che insegnavano il principio di autodeterminazione dei popoli e l´inviolabilità della sovranità territoriale. Togli un mattone, viene giù il castello e sotto ci restano schiacciati ragazzi di trenta anni.Chi ha conosciuto qualche marine sa che sono molto diversi tra loro: ci sono gli sbruffoni che scommettono di passare con il jet sotto i cavi della funivia e quelli, seduti dietro, che si aggrappano ai sedili e pregano. Ci sono quelli che scrivono dediche idiote sulle bombe e quelli che sinceramente sognano il momento in cui le popolazioni sottomesse a una dittatura li accoglieranno come liberatori. A vederli in televisione, 4 dei 5 prigionieri appartengono alla seconda categoria. Solo il nero di El Paso, Texas, riesce a sorridere, a fare il finto tonto, evitando i tranelli delle domande. Gli altri hanno labbra secche e occhi sbarrati che chiedono aiuto a chi li sta guardando. Invocano una garanzia: che saranno trattati in maniera umana. È, anche questa, una regola che faceva parte di un gioco nel quale si è deciso, stavolta, di cancellarne qualcuna, tutte quelle ingombranti per arrivare a dama nel più breve tempo possibile. Poi, nessuna guerra ha mai rispettato troppe regole.Più dura e meno regole rispetta. Questa ha soltanto cominciato prima. Negli occhi dei cinque prigionieri americani (almeno in quattro di loro) c´era l´angoscia di chi sa di essere finito nella casella sbagliata di un gioco al massacro, dove ogni puntata è al rialzo. Il regime iracheno minaccia di decapitare i prigionieri e il comando americano attacca per decapitare il regime. Ma il regime è ancora lì, e adesso sono lì anche i prigionieri. Ne abbiamo visti, alla tv irachena, anche dodici anni fa, ma era un´altra partita e quei cinque ragazzi lo sanno e per questo hanno paura. "Che cosa siete venuti a fare in Iraq?". La risposta vera è che sono stati mandati per tagliare la testa di Saddam, come dice Rumsfeld quando ci salva dal sovrapprezzo dell´ipocrisia. Loro non lo possono dire, debbono sopravvivere, come deve augurarsi anche chi guarda Iraq Tv o Al Jazeera. Ogni regola salvata è un passo indietro dall´orlo del precipizio, dove già molto è stato scaraventato, ma se ci cadono Edgar e Shana, cadrà anche chi li uccide e chi è rimasto a guardare.



    Gianfranco Bettin:
    Bandiere e bombe alle chiese
    Tratto da “il manifesto”, 13 febbraio 2003

    Le bandiere della pace su mille balconi, e sui portali di chiese, scuole e municipi di tutto il Nordest. La destra e la Lega scatenate contro chi le espone, coerenti e servili interpreti del mandato di Berlusconi, a sua volta mandato da Bush ("I pacifisti fanno il gioco di Saddam", Papa compreso). Reazioni che tradiscono la percezione di quanto diffusi e radicati siano il sentimento e il ragionamento contro la guerra espressi in quei colori dell'arcobaleno esposti ed esibiti. Due bombe misteriose, cupe, a devastare la notte della provincia veneta, a violare due chiese tranquille, capaci di convivere con gli immigrati, capaci di esprimere speranze di pace anche in questa vigilia di guerra.E subito, Forza Nuova che si propone a presidiarle.E subito, Borghezio che aizza all'odio antiislamico e, in generale, all'allarme verso gli stranieri.Perché questo corto circuito nel Nordest? Perché, nella regione che, insieme, esprime l'orrore di un sindaco come Gentilini e, ad esempio, un padre Alex Zanotelli, proprio l'inventore della "campagna delle bandiere", col suo concreto percorso di lotta, di pace e di speranza (esattamente le cose di cui hanno bisogno gli oppressi e i diseredati del mondo, e di cui abbiamo bisogno tutti, anche qui, per avere un futuro: lotta, pace, speranza; pace e conflitto, perché vi sia cambiamento, trasformazione senza la violenza distruttiva della guerra; speranza perché vi sia orizzonte, nuova sponda, nuove strade, l'opposto della guerra, che annienta le lotte e annichilisce il futuro).Il Nordest che ha assistito sconcertato al tentativo di trasformarlo in pubblico di tifosi durante lo "scontro" tra il fanatico Adel Smith e gli ultrà dell'arroganza occidentale e che, per fortuna, si è infine sottratto a questo destino, di fatto imponendo agli organizzatori dello spettacolo di cambiare copione almeno per il momento (ma non c'è da illudersi, il tam tam belluino ha già ripreso a battere il messaggio dell'allarme e della paura e a connetterlo, va da sé, agli immigrati). Bandiere arcobaleno e bombe, dunque, e demagogia e xenofobia scodellate a pranzo e a cena e fino a notte fonda mentre, viceversa, si organizzano treni e pullman e convogli infiniti per invadere Roma sabato 15 febbraio. Regione di contrasti. Regione crocevia di traffici fra i più creativi e fecondi, da sempre, ma anche, da molto tempo, dei traffici più loschi. Restando alle bombe, è difficile non vedere come queste due bombe, e anche altre recenti, scoppiate nelle stesse zone, assomiglino per dinamica e tecnica e "ratio" politica a quelle che segnarono la primissima fase della strategia della tensione, proprio in questi territori - più o meno un secolo fa (o era un mese fa? E' mai finita davvero quella stagione infame e tenebrosa della nostra democrazia?). La storia si ripete? Più spesso di quanto non si creda, in realtà. Ma quelle bandiere che non sono poi bandiere, bensì gesti parole segni, l'altra volta non c'erano.



    Gianni Riotta:
    1998: così fu decisa la fine di Saddam
    Tratto da “il Corriere della Sera”, 10 febbraio 2003

    La seconda guerra americana a Saddam Hussein comincia già ai tempi del presidente Bill Clinton. Si affrontavano allora tre diverse posizioni. La prima, retta dallo stesso Clinton, vedeva le priorità strategiche nella riforma della Russia e dell'Europa centrale, nell'apertura della Nato e nel confronto con India e Cina. L'Iraq era roba del passato. La seconda posizione era rappresentata da Al Gore, il vicepresidente che è arrivato a un pugno di voti dalla Casa Bianca, nelle elezioni del 2000. Sostenuto da Madeleine Albright, segretario di Stato, Gore credeva che Saddam Hussein restasse un pericolo, che la guerra di Bush padre fosse fallita e che occorresse rimuovere il tiranno da Bagdad con la forza. Tra i due gruppi mediavano gli specialisti, che volevano un colpo di Stato, coordinato con l'opposizione in esilio.Quando ci si chiede, "perché l'Amministrazione repubblicana di George W. Bush ha deciso di bombardare adesso il raìs?", occorre partire da quei dibattiti, come ce li racconta Kenneth Pollack, autore del più bel libro sulla guerra a venire The threatening storm , tempesta minacciosa (fra tanta sbobba che si agglutina nelle librerie italiane, nessun editore ha il fegato di tradurre questo formidabile testo?). Pollack, analista per la Cia, avvisò Bush padre che l'Iraq avrebbe invaso il Kuwait.Non gli credettero. Per anni, come membro del Consiglio per la Sicurezza nazionale di Clinton, spiegò che contro Saddam non servivano né blandizie, né minacce e che il tiranno sopravviveva alle sanzioni e negoziava lucrosi contratti per petrolio e armi con Russia, Cina e Francia, mentre contrabbandava tre miliardi di dollari in greggio con Siria, Turchia, Giordania e Iran. Nessuno ascoltò Cassandra Pollack.La proposta di invadere l'Iraq ritorna poche ore dopo l'attacco suicida contro New York e Washington, 11 settembre 2001. Il ministro della Difesa Donald Rumsfeld chiede piani di guerra contro Bagdad (lo confermano Bob Woodward sul Washington Post e Chalmers Johnson sul Los Angeles Times ). Non tutti sono persuasi. Il segretario di Stato Colin Powell insiste: "L'opinione pubblica non ci seguirà", la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice cita un suo saggio del febbraio 2000, sulla rivista Foreign Affairs : "La prima linea di difesa contro Saddam, anche se acquisisse armi di sterminio di massa, deve essere la deterrenza". George W. Bush decide che "la gente va preparata" e si concentra sul raid contro il regime dei talebani.Alla situazione di oggi, ispettori a Bagdad, 200.000 soldati Usa sul piede di guerra, Onu mobilitata ed europei divisi, si arriva leggendo quei saggi intellettuali, a tratti fumosi, articoli con le note a piè di pagina che possono portare il mondo sull'orlo di un conflitto. Rumsfeld aveva già scritto una lettera al presidente Clinton, il 28 gennaio del 1998, chiedendogli "di eliminare Saddam Hussein e il suo regime". Clinton fece orecchie da mercante e Rumsfeld invitò Dick Cheney, oggi vicepresidente, a firmare con lui un appello ai leader repubblicani del Congresso. La data è 29 maggio 1998, il testo chiaro: "Occorre cacciare Saddam, stabilire e mantenere una possente presenza militare americana nella regione, pronti a usare la forza per difendere i nostri interessi nel Golfo Persico". Oltre a Rumsfeld e Cheney firmano Bill Kristol, direttore del foglio conservatore Weekly Standard , Elliott Abrams, vecchio falco reaganiano, Paul Wolfowitz, oggi vice di Rumsfeld al Pentagono, John Bolton, oggi sottosegretario alla Difesa, Richard Perle, stratega di Bush al Defense Science Board , Richard Armitage, oggi vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato e Zalmay Khalilzad, oggi diplomatico in Afghanistan. Il gruppo si battezza Progetto per un Nuovo Secolo Americano.L'attacco di Al Qaeda vede gli uomini del Progetto non più sparsi per i centri studio della capitale, ma saldi ai posti di comando dell'America. Il progetto di invadere l'Iraq esce dai cassetti delle loro scrivanie e converte, a malincuore, la Rice. Il manifesto del Progetto per un Nuovo Secolo viene da uno scoop del New York Times , che l'8 marzo del 1992 pubblica un documento segreto redatto da Paul Wolfowitz. La tesi è lineare: l'America deve restare unica superpotenza, Russia e Cina sono minacce e non partner, "occorre mantenere una macchina militare così potente da evitare rivalità locali o globali", impedendo all'Europa una sua potenza militare e diplomatica, suturando con la forza il proliferare di armi nucleari, chimiche o biologiche in Iraq e Corea del Nord.L'ascesa alla Casa Bianca di Clinton rimette in archivio le tesi di Cheney, Rumsfeld e dell'iperattivo Wolfowitz (per rilassarsi scende lungo le rapide con un suo kayak, perfezionando "la rotazione all'eschimese"). La vittoria di Bush nel 2000 rilancia il Progetto. Sale così la stella di Douglas Feith, il diplomatico che aveva provato a persuadere in Israele il primo ministro Beniamin Netaniahu a rompere con il trattato di Oslo. Al Pentagono arriva J.D. Crouch, che nel 1995 aveva proposto di bombardare gli impianti nucleari e militari in Corea del Nord. E al Dipartimento di Stato, dove già opera Armitage, Cheney raccomanda John Bolton, intellettuale persuaso che "le Nazioni Unite non contano... la comunità internazionale deve essere diretta dal solo potere che esista al mondo, gli Stati Uniti, secondo i nostri interessi a cui gli altri possono allinearsi".L'unilateralismo, l'insofferenza per l'Europa, la diffidenza per Russia e Cina, la voglia di attaccare da soli, non sono dunque una sorpresa per chi ha la pazienza di studiare il codice genetico dell'Amministrazione. Stephen Cambone, il vice di Wolfowitz al Pentagono, considera "Russia e Cina incerte, non sappiamo se saranno amiche, neutrali o nemiche". La filosofia del mondo è mutata.Ai tempi di Bush padre e Clinton, lo studioso Francis Fukuyama scriveva di "fine della storia", era di trionfo per le tesi liberali. Rumsfeld teme invece "il futuro, l'incerto, l'oscuro, l'inaspettato" in un articolo su Foreign Affairs del 2002, un mondo alla Hobbes, dove il lupo più forte prevarrà. John Lewis Gaddis, storico alla Yale University, contrappone le due tesi in un saggio su Foreign Policy . Obiettivo di Clinton era "Assicurare la sicurezza americana. Spronare la prosperità economica. Promuovere la democrazia e i diritti umani ovunque". Bush propone invece di "Difendere la pace combattendo terroristi e tiranni. Preservare la pace creando buone relazioni con le grandi potenze. Estendere la pace incoraggiando le società libere e aperte in tutti i continenti".Per Clinton il pianeta era in progresso e la collaborazione internazionale scontata. Bush vede il mondo come un'arena di combattimento, in cui la collaborazione internazionale va sempre negoziata. A Nicholas Lemann del New Yorker Douglas Feith spiega che occorre invadere l'Iraq per togliere l'acqua ai terroristi, in modo che "gli altri Stati decidano che non è il caso, dopo Kabul e Bagdad di ospitare clandestini". E Stephen Cambone annota: Saddam ricatta Siria e Giordania con il petrolio, dando una mano ai palestinesi. Se il rubinetto del petrolio iracheno non sarà più custodito da Saddam Hussein ma da un regime filoamericano, siriani, giordani e palestinesi ascolteranno Washington.John Bolton ha chiamato a lavorare con sé David Wurmser, autore del volume "L'alleato del tiranno: perché l'America non sa sconfiggere Saddam Hussein". Wurmser faceva parte del team di Feith come spalla del Likud in Israele. Oggi vuole sconfiggere il nazionalismo panarabo di Iraq e Siria. Il domino di Wurmser procede così: caduto Saddam si destabilizzano Siria e Iran, perché crolla il nazionalismo e le minoranze sciite non rispetteranno più l'egemonia di Teheran. Gli Usa godranno di Paesi amici, il nuovo Iraq, la Turchia, la Giordania e Israele e potranno eliminare le minacce terroristiche di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah. I palestinesi dovranno eleggere un leader moderato al posto di Yasser Arafat e l'Arabia Saudita, conscia che il petrolio non ricatta più Washington, liquiderà i legami con Al Qaeda.Vi pare meccanico? Lo è secondo Gaddis: "La verità è che nessuno sa se la strategia di Bush in Iraq funzionerà... dipende da come saremo accolti a Bagdad, se ci applaudono o se ci sparano addosso, se finisce come a Kabul o come alla Baia dei Porci", quando i mercenari cubani di John Kennedy furono sgominati dalle milizie di Fidel Castro. "In guerra - diceva il Clausewitz - l'unica certezza è l'incertezza", ma i diplomatici del Progetto non hanno incertezze. Non si curano della legittimità morale del loro blitz, sono certi di crearsela quando la Cnn manderà in onda le folle festanti di iracheni. Allora i critici dovranno tacere. Se non ci saranno gli applausi però la loro strategia è a rischio, rischio tragico.Dalla Dichiarazione di Indipendenza al presidente Wilson, gli Stati Uniti hanno a cuore la legittimità morale della loro politica estera.Gli uomini del Progetto per un Nuovo Secolo sono persuasi di illustrarla a posteriori. Non attaccano la Corea del Nord perché sanno che può bombardare Seul. Sulla sconfitta di Saddam sperano di innescare un nuovo Medio Oriente. Non si considerano dei cinici e sono fieri della loro visione del mondo. Non credono di far la guerra per il petrolio, ma perché la democrazia americana e non un tiranno, controlli il petrolio e se gli europei non hanno una difesa e una diplomazia comuni peggio per loro. Vogliono "rendere il mondo sicuro per la democrazia". I loro critici, come Anthony Lewis della New York Review of Books , li considerano "utopisti, la razza più pericolosa al mondo". Tra pochi giorni sapremo chi ha ragione.



    Giorgio Bocca:
    La guerra e la favola bella dei falchi
    Tratto da “la Repubblica”, 13 febbraio 2003

    Circola in questa vigilia di guerra la bella favola dei falchi americani feroci ma provvidenziali che seguendo la loro natura artigliano e divorano i più deboli ma al contempo cancellano gli stati canaglia e assicurano il trionfo della democrazia. Nella bella favola i signori della guerra, da Reagan a Bush, espongono il mondo intero al rischio totale e finale di un conflitto atomico, ma questo rischio si dice, ha pagato, l´impero del male, il comunismo è stato sconfitto e ora con le guerre preventive e continue scompariranno l´uno dopo l´altro gli stati canaglia, il loro terrorismo sarà debellato, uno dopo l´altro i paesi del fanatismo islamico si convertiranno alla democrazia, non taglieranno più la mano dei ladri, non applicheranno più la fatwa della giustizia coranica, passeranno ai codici garantisti e smetteranno di minacciare il mondo civile. La favola è bella ma purtroppo è una favola.Affidato alla legge del più forte il mondo in cui viviamo ha prodotto dalla fine della Seconda guerra mondiale un centinaio di nuovi conflitti, milioni di vite spezzate, quasi tutte di civili innocenti, e l´intenzione dei benemeriti falchi pare sia quella di continuare la mattanza. Dal Pentagono informano che la strategia militare è cambiata: non più il presidio della vecchia Europa e l´equilibrio del terrore ma la "proiezione mondiale" come la chiamano per il nuovo ordine è la chirurgia del terrore. Purtroppo anche questa è soltanto una favola anche se cinica. Si comincerebbe nella prima giornata con alcune migliaia di bombe sugli obiettivi militari che per via degli "errori inevitabili" farebbero strage di civili, prezzo amaro ma inevitabile per l´avvento della democrazia nel campo degli infedeli. Al Pentagono e fra superfalchi si parla con assoluta franchezza di questa nuova strategia chiamata "proiezione mondiale". Per cominciare la forza militare americana deve essere tale da togliere al nemico, a qualsiasi possibile nemico, non solo la voglia ma ogni velleità di affrontarla. Gli avversari sono già vinti prima di combattere. Non basta: il soldato americano non deve solo vincere, deve "fare bella figura in televisione" cioè nell´unico modo consentito al resto del mondo di seguire la guerra e deve evitare tassativamente di morire "perché, se Dio vuole, la pubblica opinione americana non tollera più la morte dei suoi uomini". E queste non sono invenzioni dei pacifisti, sono dichiarazioni dei più alti gradi. Per evitare che muoiano la scienza ha messo a loro disposizione le armi migliori, le più avveniriste: robot che trasportano le impedimenta dei soldati, che vanno all´attacco delle posizioni più munite, che usano visori e sensori per avere sempre un quadro chiaro e completo del campo di battaglia. Non mancano gli aerei senza pilota, le tute che fermano le pallottole nemiche, quelle che immediatamente tamponano le ferite. Le pillole che placano l´ansia, e infondono coraggio, la trasmissione degli ordini, cifrati, non intercettabili quattro volte più veloce che nei giorni della pur recente guerra del Golfo o tempesta nel deserto. E anche questa può rivelarsi un favola come accadde durante la guerra del Vietnam e giornali e televisioni erano pieni delle meraviglie tecnologiche, un vietcong individuato e fotografato a distanza da chilometri come se fosse a due passi, la notte chiara come il giorno ai raggi infrarossi, gli elicotteri corazzati, le fortezze volanti che non impedirono all´esercito stracciato dei vietcong di vincere la guerra e di rimandare a casa i più ricchi e potenti del creato.Al Pentagono e alla Casa Bianca si fanno progetti per la guerra preventiva e continua contro il terrorismo, un lavoro metodico e ben fatto che la superpotenza può sostenere in tutti i paesi del mondo, duri pure un trentennio. Le cause del terrorismo sono molteplici e in parte misteriose, ma è molto difficile negare che ci sia una relazione fra la potenza dei ricchi e sapienti e laici e la reazione terroristica dei poveri e fanatici e barbari e come si vuole nemici dell´umanità che usano le armi terroristiche di cui dispongono, le tecnologie rubate o imitate, i kamikaze le bombe umane. E infatti la risposta del dittatore iracheno è stata di tipo terroristico. Ha minacciato di uccidere un milione di nemici con le sue armi segrete e nascoste, ha detto che userà anche lui i votati alla morte.In questa vigilia circolano le favole dei falchi feroci ma a fin di bene che fanno la guerra, se occorre, anche con la "piccola" atomica, piccola ma cento volte più potente che quella di Hiroshima. Sono tutti azionisti dei colossi del petrolio o degli armamenti ma ripetono, e forse anche ci credono, che questa guerra potrà ottenere una sorta di rinascenza araba, laica e moderata, esattamente la stessa tesi filantropica del globalismo economico.Anche le belle favole della libertà per tutti servono a vincere le guerre. Resta poi è cosa molto più difficile da vincere la pace per cui non bastano i protettorati e le superarmi. Davvero si crede che la legge del più forte possa risolvere i guai antichi del mondo?



    Giorgio Bocca:
    Le guerre di ieri la guerra di oggi
    Tratto da “la Republica”; 20 febbraio 2003

    Fra le guerre del secolo scorso e le presenti c´è in comune che la gente non vuol farle ma le fa e chi fermamente le vuole, un numero ristretto di persone, non sa bene perché si fanno e manda gli altri a farle. Ero uno dei giovani che nei primi mesi del 1940 riempivano le piazze per gridare i motivi irragionevoli per cui saremmo dovuti entrare in guerra e morirci, cioè le rivendicazioni territoriali: Corsica, Tunisi e persino Trau, sconosciuta cittadina dalmata, per farci che cosa, per guadagnarci che cosa non si sapeva, ma intanto per gridare cose insensate come "Duce slegaci le mani", che quando ce le slegò, il 10 giugno del ´40, la stessa gente, nelle stesse piazze si sentì correre un brivido nella schiena e tornò a casa in silenzio a incollare ai vetri delle finestre le carte blu dell´oscuramento.Fra i pochi che mandano gli altri a far le guerre c´era, allora, il maresciallo Pietro Badoglio, che, nominato capo di stato maggiore, aveva scritto a Mussolini con il disinteresse dei monferrini di Grazzano: "Poiché è nota la vostra generosità nel premiare i suoi fedeli collaboratori, mi rivolgo a lei perché mi proponga a SM il re per la concessione di un titolo nobiliare estensibile ai figli. Per poter tenere la carica con il decoro che impone il mio grado mi sarà corrisposto lo stipendio che avevo come ambasciatore in Brasile" (superiore a quello militare).Il maresciallo Badoglio aveva una sua geniale idea monferrina per vincere la guerra: farla fare agli altri, come del resto pensava anche Mussolini: "La guerra sarà breve e io ho bisogno di un certo numero di morti per sedere al tavolo della pace". Ecco perché noi, gli altri e i nostri reggimenti Alpini fummo spediti al fronte occidentale, sulle Alpi delle nevi perenni con la divisa estiva di tela e con gli scarponi senza chiodi.Nelle guerre del secolo scorso milioni di uomini sono morti da entrambe le parti, non come ora che muoiono solo o quasi i più poveri e deboli, e le guerre duravano quattro o cinque anni. Adesso durano anche di più, anche una trentina di anni ma tutto sembra deciso in uno o pochi giorni, quando quelli che hanno gli aerei e le bombe le scaricano sugli altri praticamente disarmati che, come se non bastasse, vengono additati come i nemici del genere umano.Nelle nostre guerre di sessant´anni fa c´era una certa chiarezza, c´erano i confini da difendere o da superare, c´erano dei nemici, con un nome e una storia. Nelle attuali, il nemico non si sa bene cosa sia: se "il caro popolo iracheno" a cui pensa paternamente Bush o la masnada di Saddam versata in tutti i delitti. Questo nemico indefinibile sta in tutti i luoghi e in nessuno, non ha una storia precisa, i confini del suo Stato sono stati inventati dai nostri padri colonialisti, l´angoscia con cui li attendiamo ricorda il Deserto dei Tartari, il deserto da cui arriveranno i nuovi mongoli.In comune, le guerre del Novecento e le attuali hanno che tutti, anche gli atei, anche i laici ci mettono un afflato religioso. Il superterrorista Osama Bin Laden e il feroce satrapo Saddam Hussein si dicono inviati da Allah per una guerra santa e George W Bush nel discorso allo Stato dell´Unione ha detto: "Noi dobbiamo ricordarci che la missione di questo benedetto paese è di rendere migliore il mondo. Noi esercitiamo il potere senza conquista e ci sacrifichiamo per la libertà degli altri". Pare che la religione sia indispensabile alla guerra. Bush e Blair sono degli integralisti cristiani, le riunioni del governo americano si aprono con la preghiera dei ministri tutti con le mani sul volto mentre invocano il dio dei cristiani, un ministro della Giustizia come Ashcroft che ha accettato 248.000 dollari dalla Enron per la sua campagna elettorale, è membro e guida di una chiesa Battista rigorosissima, un vero wasp bianco, protestante e anglosassone. E questa missione del bene contro il male, questa lotta hobbesiana del bene contro il mostro immondo è condivisa da filosofi kantiani come il francese Gluxmann, che sentenzia: "La sola cosa da fare è riconoscere il male, combattere il male". Che è poi lo stesso discorso che Osama Bin Laden ci fa arrivare dalla sua caverna. Molti saggi ammoniscono a non trasformare le guerre del petrolio in guerra santa, la guerra al non meglio definito terrorismo in una guerra per la democrazia. Ma è difficile negare che le guerre passate e attuali per la democrazia abbiano avuto come effetto la riduzione o la distruzione della medesima. Dalla Prima guerra mondiale combattuta per la libertà dei popoli nacquero i fascismi e dalle attuali i fascismi mascherati e le democrazie limitate. È del 17 novembre 2001 il Military order che fa del segretario alla Difesa Rumsfeld il plenipotenziario della giustizia militare e dell´ordine interno. Egli ha il potere di istruire i processi, di nominare i giudici delle corti speciali, da tre a sette, che decidono le pene di morte o dell´ergastolo.I militari sono autorizzati a entrare nelle case dei sospetti, nei loro computer, nei loro archivi senza dover provare che sono dei sovversivi; gli basta dire che sono pericolosi o soltanto utili alle indagini. La legge Holman ha creato per la prima volta un ministro degli Interni, un "ministro di polizia", che ha ai suoi ordini 170.000 funzionari cedutigli da altri ministeri anche per il controllo dei trasporti e delle dogane, quanto a dire una democrazia militarizzata. E da noi ci si stupisce che il capo del governo di un paese subalterno come il nostro voglia fare, si provi a fare le stesse cose che si fanno nel nome dell´impero.Le guerre coloniali del Novecento erano giustificate dal "fardello dell´uomo bianco" che doveva sobbarcarsi il sacrificio di civilizzare i selvaggi. Nelle attuali, il conquistatore si presenta come il campione della libertà e della democrazia, ma se si guarda agli ultimi cinquant´anni, al dopoguerra virtuoso e filantropico delle guerre di liberazione e delle Nazioni Unite, c´è poco democraticamente da stare allegri.Ora a questa pratica cinica del potere si è aggiunta la guerra al terrorismo per giustificare tutti gli espansionismi e i controterrorismi.Nelle belle guerre d´antan pareva che valessero ancora il diritto internazionale e i rapporti cavallereschi. Nella guerra mondiale morirono cinquanta milioni di persone ma in Africa il visconte Montgomery riconosceva l´onore delle armi al teutonico Rommel e la Royal Navy rispettava i nostri arditi del mare.Dietro questa patina di civiltà il terrorismo più spietato veniva usato da entrambe le parti, i bombardamenti inglesi al fosforo su Lipsia e su Amburgo, la atomica americana su Hiroshima e Nagasaki, i campi di sterminio nazisti e sovietici, i nostri rastrellamenti efferati in Jugoslavia e in Libia. Dopo l´11 settembre del 2001 si disse: nulla sarà più come prima: gli Stati Uniti per non essere più un´isola inattaccabile, gli europei per essere definitivamente marginali nel governo del mondo, il governo mondiale per essere fallito con l´Onu, e le altre organizzazioni internazionali. Anche la lotta di classe avverte Vittorio Foa, è stata superata da qualcosa di diverso, dalla differenza incolmabile fra quelli che stanno sopra e quelli stanno sotto e che nella loro impotenza possono tentare la strada disperata del terrorismo.È scomparsa anche la relativa stabilità degli armamenti. Fino alla bomba atomica, le guerre del Novecento erano la continuazione di quelle in cui l´uomo uccideva l´uomo con le stesse armi, il fucile, le baionette, il cannone, i carri come nelle guerre medievali. Poi è cominciata la corsa senza freni.Nelle guerre di adesso, dieci anni equivalgono a un millennio, chi ha la superiorità delle armi può reinventare la dottrina della guerra, la superpotenza americana deve vincere prima di combattere, la sua forza deve essere tale da togliere agli avversari ogni voglia, ogni pretesa di contrastarla.È cambiata molto anche l´informazione, a volte si è tentati di dire che è stata completamente sostituita dalla propaganda. Il ministro americano della Difesa Rumsfeld tiene le sue conferenze stampa in piena tranquillità. I giornalisti in sala sono dei suoi amici e dipendenti, li chiama per nome ci scherza insieme, sono - come li si chiama - dei suoi functionnaires.In una recente c´era anche il giornalista americano diventato famoso per aver trovato centotrenta cassette di riunioni dei talebani e un cagnolino appena ucciso con un´arma chimica in una caverna dell´Afghanistan in cui erano passati i reparti antiguerriglia i servizi segreti di tutti i paesi della coalizione, centinaia di reporter, insomma premiato per essersi messo al servizio della Cia. La stessa mitica Cnn, simbolo dell´autonomia del giornalismo americano, è diventata - come dice la sua ex segretaria di Stato Albright - "il sedicesimo membro della commissione esecutiva delle Nazioni Unite" .Qualcosa del genere avveniva anche nelle guerre passate ma in misure contenute e in modi quasi dilettanteschi: il fotografo Kapa che si inventava l´alzabandiera americano in un´isola del Pacifico, appena conquistata, i tedeschi che usavano il campione del mondo di pugilato Max Schmeling per il lancio dei paracadutisti a Creta da pubblicare nelle pagine patinate di Signal e da esso passate a Tempo Illustrato. Le guerre del passato si accontentavano di pianificazioni semplici: lo sbarco in Normandia e in Provenza basato sulla schiacciante superiorità quantitativa: mille navi, diecimila aerei, seimila carri armati contro un nemico provato e ormai rassegnato alla sconfitta. Ora in apparenza la programmazione è più sofisticata, più intellettuale. Non si programma una sola campagna ma una "proiezione nel mondo", non una guerra contro un solo nemico e in un solo teatro ma la guerra continua contro un terrorismo mondiale di cui si devono ancora definire gli elenchi e le provenienze. Una nuova guerra dei trent´anni, i cui progetti e le cui pratiche saranno riviste nei tempi lunghi. Un progetto talmente assurdo e con tali lampi di schizofrenia da rendere impossibile un´analisi. Ma accadeva già nelle guerre del Novecento: come poteva Hitler muover guerra al mondo senza avere i soldati per occuparlo, senza avere il controllo degli oceani su cui si fondava la superiorità del nemico? Eppure lo fece e fior di scienziati, di economisti, di sociologi, di costruttori lo seguirono. Forse la ragione delle attuali guerre inspiegabili è proprio la loro inspiegabilità, la loro istintualità anarcoide, il mistero delle pecore e dei cavalli che si buttano in mare o in burrone. Il richiamo non resistibile di Thanatos.



    Intervista a Pierre-Jean Luizard su La questione irachena
    a cura della redazione di www.feltrinelli.it

    Come vede il ruolo della comunità sciita? Un conflitto tra sciiti e sunniti è un’ipotesi possibile?La comunità sciita è la più importante comunità dell’Iraq. Rappresenta circa il 54 per cento della popolazione irachena e più di tre quarti della popolazione araba del paese. A questo va aggiunto che l’Iraq è la culla dello sciismo: è qui che, nel VII secolo, nasce questa seconda branca dell’Islam. Infine, le quattro città sante dello sciismo in Iraq: Najaf, Kerbela, Kazimayn e Samarra sono, dal XIX secolo, sede di un’autorità spirituale che rivendica ugualmente un ruolo di direzione politica. Gli sciiti sono, fra tutte le comunità irachene, quella che offre il ventaglio più aperto di appartenenze sociali e politiche. Sono sciiti sia gli iracheni più poveri sia quelli più ricchi. Gli sciiti si sono manifestati principalmente attraverso il movimento religioso che fino al 1925 ha svolto un ruolo chiaramente patriottico contro il dominio politico, poi attraverso un’adesione massiccia al comunismo – principale avversario laico del movimento religioso che a poco a poco ritroverà il suo ruolo, dopo una traversata del deserto di quasi mezzo secolo. Ma qualsiasi fossero i legami politici del momento, gli sciiti hanno sempre optato per una scelta irachista, che preservasse la specificità dell’Iraq, dove sono in maggioranza, all’interno di un mondo arabo a maggioranza sunnita. Sono anche sempre stati in prima linea nella lotta contro il dominio europeo. Questo è il cuore dell’identità irachena. Tutto questo dà agli sciiti un’importanza che dovrebbe essere loro riconosciuta in un sistema politico che non li escludesse come accade attualmente. Questo ruolo non ha una rappresentanza politica perché la repressione di decenni ha decimato le varie direzioni sciite, religiose e non. Questo aspetto li differenzia dai curdi che hanno invece i loro partiti che li rappresentano legittimamente. Gli sciiti sono orfani di direzione religiosa e politica, e questo vuoto è un’ipoteca grave per il futuro dell’Iraq. Per quel che riguarda i rapporti con gli arabi sunniti, non esiste la base per un federalismo confessionale sunnita-sciita, simile al federalismo etnico proposto dai curdi. Sunniti e sciiti appartengono alla stessa società araba e condividono gli stessi valori di origine beduina. Uno scontro fra sunniti e sciiti è poco probabile oggi che la maggior parte dei sunniti è stata a sua volta vittima della repressione del regime di Saddam Hussein.Qual è il peso dell’Iran nell’evoluzione dell’Iraq?L’Iran è il paese vicino all’Iraq che ha il più grande potenziale in questo paese, grazie al legame religioso con la maggioranza sciita dell’Iraq. La maggior parte dei capi religiosi sciiti d’Iraq sono tuttora persiani. Ma l’Iran ha voltato la pagina della rivoluzione islamica e Teheran vede la questione sciita in Iraq come un semplice vettore d’influenza e non come una testa di ponte della rivoluzione islamica. La maggioranza sciita in Iraq condanna questo paese ad avere relazioni amichevoli con l’Iran, anche se l’immensa maggioranza araba degli sciiti iracheni desidera preservare la sua specificità e indipendenza. Tuttavia, è probabilmente in Iran che Washington potrebbe trovare un partner sufficientemente affidabile per concepire un dopo-Saddam che non sia semplicemente una prolungata occupazione militare americana.Possiamo affermare che il Baath ha oramai tradito gli ideali originali di unione di socialismo e arabismo, in Siria come in Iraq?Gli ideali panarabi e laici del Baath sono sempre stati strumentalizzati da un gioco comunitario che sta alla base delle società mediorientali. Così il panarabismo, in quanto nazionalismo etnico esclusivo, si è sviluppato contro l’Islam, mentre la laicità difendeva le minoranze contro la maggioranza musulmana, con la complicità delle potenze europee. Il Baath è servito ad alcuni gruppi minoritari (cristiani, alawiti) per meglio definire il loro status di componenti minoritarie. In Iraq, è servito come paravento al dominio di élite della minorità arabo-sunnita. Ma il Baath oggi è solo una scatola vuota. Quasi tutti i suoi dirigenti sono stati esiliati o liquidati. Saddam Hussein e il suo clan hanno usato l’esercito per investire il Baath e trasformarlo in istituzione al servizio di interessi familiari e tribali. Da tempo non è più il Baath a dirigere l’Iraq.E’ possibile una ricostruzione civile in Iraq? Sarà possibile gestire la transizione post-Saddam?Se la caduta del regime di Saddam Hussein avviene a seguito di una guerra americana, esiste un grosso rischio di ritrovarsi molto rapidamente di fronte a una situazione ingestibile. Gli americani si rendono conto che nessuna delle ipotesi che avevano costruito per il dopo-Saddam si sta imponendo, e sembra che non avranno altra scelta che quella di un’occupazione militare diretta e senza fine. Gli Stati Uniti sono responsabili della stabilità del regime di Saddam Hussein dalla Seconda guerra del Golfo: hanno una responsabilità nel vuoto attuale. Gli americani hanno fatto in modo di impedire ogni soluzione irachena, durante la repressione dell’Intifada irachena nel febbraio-marzo 1991. Oggi i tre quarti della popolazione irachena ha meno di trent’anni e non ha memoria di nessuna delle grandi correnti politiche che hanno animato la società irachena. Sono ripiegati su solidarietà familiari e regionali, e la ricostruzione civile sarà solo più difficile.Nel suo libro, lei presenta la politica estera degli Stati Uniti come molto più sofisticata di quello che si immaginano gli europei. Sono davvero diventati i padroni assoluti dell’area?La vittoria americana della Seconda guerra del Golfo nel 1991 ha consacrato gli Stati Uniti come l’unica potenza nella regione da cui tutto sembra dipendere. Tutti gli attori hanno integrato quest’onnipotenza americana. Oramai, ci si aspetta tutto dagli americani e solo da loro. E’ probabilmente la sopravvalutazione della loro potenza a essere il pericolo principale per gli americani in una regione in cui i problemi sono al di sopra delle loro possibilità…La questione del petrolio è davvero così cruciale per capire il conflitto in corso?Si e no. Gli Stati Uniti non dimenticano che l’Iraq nasconde enormi riserve di petrolio, ma contrariamente al Giappone e all’Europa, non si approvvigionano principalmente del petrolio mediorientale. Non sono interessati al controllo diretto del petrolio iracheno, del quale si approvvigionano relativamente poco, ma al controllo dei prezzi del petrolio a livello mondiale. Ora, questa posizione vantaggiosa, l’avevano negli anni novanta, grazie alla messa sotto tutela dell’Iraq e al deturnamento della risoluzione dell’Onu "petrolio per cibo" e alle "sanzioni intelligenti" del dicembre 2001. Potevano controllare il ritorno illimitato del petrolio iracheno sul mercato mondiale, ma in un regime di sanzioni in cui sono molto influenti.La lobby petrolifera americana è stata molto ostile al cambiamento della politica americana del dopo 11 settembre, perché la precedente situazione era molto vantaggiosa. La logica di potenza ha vinto su interessi ben definiti, senz’altro perché i decisori americani hanno pensato che i rischi della perdita di questi vantaggi erano meno gravi di quelli che potevano risultare dalla perdita di credito della potenza americana.



    Judith Butler:
    Noi, gli «antipatrioti»
    Tratto da “Il manifesto”, 24 marzo 2003

    I miei amici europei mi chiedono, con qualche trepidazione, se è proprio vero che tutti gli americani appoggiano questo sforzo bellico. E' importante perciò far sapere che ce ne sono milioni contrari, inequivocabilmente contrari. Le manifestazioni di protesta di San Francisco, New York e Washington, per citarne solo alcune, non trovano nei media quell'attenzione che pure avrebbero ricevuto durante la prima guerra del Golfo, per non parlare di quella del Vietnam, quando si poteva ancora contare su una certa simpatia per il movimento antibellico. Dopo l'11 Settembre, la paura di passare per "antipatrioti" o di essere identificati per le proprie opinioni con i "terroristi" che hanno attaccato il World Trade Center, non solo ha soffocato il dissenso, ma ha prodotto il blackout dei media sulle manifestazioni e le mobilitazioni pacifiste.I media temono talmente tanto di essere accusati di pregiudizio "liberal", e che il concetto stesso di "liberalismo" possa essere fatto passare per un concetto tacitamente simpatizzante con il terrorismo, che è venuto fuori una sorta di contro-discorso compensatorio, per cui chiunque abbia qualcosa di critico da dire si sente obbligato a premettere "amo il mio paese e quello che sto per dire non è antipatriottico...". Dunque, chi si oppone all'attuale regime degli Stati Uniti con le sue violazioni dei precedenti e delle leggi internazionali e la sua auto-legittimazione nell'infliggere violenza, ha grandi difficoltà a trovare nei media lo spazio per esprimere opinioni contrarie alla guerra che non siano intrise di devozione patriottica. E così i dissenzienti devono parlare a voce più alta per sopravanzare giornali e televisioni e infrangere la presunzione di un generale sentimento favorevole alla guerra. E' quello che ha cominciato a verificarsi con le mobilitazioni di massa per le strade, le azioni di disobbedienza civile, i concentramenti in punti cruciali di transito nel centro di San Francisco per interrompere il normale tran tran degli affari e costringere la polizia a scendere per le strade, in modo che siano i poliziotti stessi a sabotarlo bloccando il traffico.Ci sono stati tempi, nella storia della cultura politica americana, in cui il dissenso veniva valutato come uno dei fondamenti chiave della democrazia. Ma dopo l'11 settembre, il dissenso è stato avvolto da un nuovo scetticismo, sì che è diventato difficile per le voci di forte opposizione trovare modo di esprimersi pubblicamente. O vengono bollate come nostalgiche o anacronistiche, o vengono liquidate come strategicamente e politicamente ingenue. Eppure milioni di persone sono scese in piazza, molte dichiarando di non avere mai partecipato a una dimostrazione in passato. Le mobilitano la paura e l'ansia, la sensazione di essere sopraffatte dall'unilateralismo americano, l'opposizione alla bruta aggressione e all'assassinio da parte dell'amministrazione, la soppressione della libertà di parola all'interno del paese, il monitoraggio e la regolamentazione delle comunità arabe negli Stati Uniti che sono tali da sfidare le leggi anti-discriminazione e quelle sul rispetto della privacy.Il governo Bush è arrivato al potere con mezzi che molti considerano al di fuori della legalità, impedendo il conteggio completo dei voti in Florida. E da quel momento l'uso di tattiche illegali ha contrassegnato questa amministrazione, determinata a seguire la propria strada con o senza imprimatur legale, indifferente ai divieti costituzionali e ai precedenti della legislazione internazionale. Alla denuncia del trattato sui missili antibalistici, apripista di una serie di azioni che avrebbero infranto le relazioni internazionali multilaterali, è seguita la sospensione non dichiarata della convenzione di Ginevra, con il trasferimento nella Baia di Guantanamo di presunti membri di Al-Qaeda privi di qualsiasi difesa legale e al di fuori di qualsiasi giurisdizione; il disprezzo per l'Onu e l'elaborazione di un sistema legale parallelo - definito da molti un sistema giudiziario "canguro" - delineato nell'U.S Patriot Act, che nega le libertà fondamentali ad individui fermati e incarcerati e privi di adeguata tutela legale.Secondo un recente sondaggio Gallup, almeno il 46% degli americani è contrario all'attuale guerra in Iraq. Non so chi siano quelli della Gullup né chi intervistino, dal momento che non hanno mai chiamato né me né nessuno fra i miei amici. E bisogna fare molta attenzione al modo in cui sono formulate le domande, e chiedersi che genere di persone siano quelle che accettano di parlare con loro. Bene, io non posso dire né di amare né di odiare il mio paese in sé e per sé, né capisco esattamente che cosa voglia dire. Ma mi oppongo a questo governo e alla sua guerra, insieme a milioni di altre persone, non solo perché viola vergognosamente la sovranità di un altro paese per infierire sulla sua gente e minarne le già precarie infrastrutture, ma anche perché si autolegittima nell'infliggere questa violenza e nel propagandare la propria distruttività come un segno della potenza degli Stati Uniti.Il governo Bush, nella preparazione di questa guerra, ha propagandato i suoi fasti militari come un fenomeno visuale decisivo. Il fatto che il governo e l'apparato militare Usa abbiano battezzato la propria strategia "colpisci e terrorizza" indica che stanno mettendo in atto uno spettacolo visuale che ottunde i sensi e, come il sublime, mette fuori gioco la capacità stessa di pensare. E' una messa in scena a uso non solo della popolazione irachena, i cui sensi si suppone saranno vinti sul campo da questo spettacolo, ma anche dei consumatori della guerra che si affidano alla Cnn. La Cnn infarcisce sistematicamente i suoi servizi con didascalie in cui rivendica di essere la "più affidabile" fonte di notizie sulla guerra. La strategia "colpisci e terrorizza" mira non solo a costruire una dimensione estetica della guerra, ma a sfruttare e strumentalizzare l'estetica visuale come parte della stessa strategia di guerra. La Cnn fornisce l'estetica visuale, il New York Times, sebbene tardivamente dichiaratosi anti guerra, sforna quotidianamente immagini romantiche di ordinanza militare nella luce del tramonto iracheno oppure "bombe che scoppiano in aria" al di sopra delle strade e delle case di Baghdad (naturalmente escluse dalla vista).Ovviamente è stata la distruzione del World Trade Center che per prima ha imposto l'effetto "colpisci e terrorizza", e gli Stati Uniti ora mostrano, affinché tutto il mondo lo veda, che possono essere altrettanto distruttivi. I media sono rapiti dall'aspetto "sublime" della distruzione, e le voci di dissenso ed opposizione devono trovare un modo di intervenire su questa macchina onirica desensibilizzante che produce la distruzione massiccia di vite e case, centrali d'acqua, elettricità e calore come segno delirante di un potere militare Usa resuscitato. Abbiamo bisogno di immagini differenti, che mostrino gli effetti sulle persone in carne e ossa di questa distruttività, e abbiamo bisogno di voci differenti che affermino le proprie convinzioni e le proprie verità senza temere di essere oggetto di false accuse. Ma non possiamo farlo individualmente: bisogna che i media si risveglino dal loro sogno e vincano le loro paure. Altrimenti torneremo al maccartismo, quando la paura, la paralisi e la complicità con un governo illegale furono superate solo ricordando all'opinione pubblica che non può esserci esercizio di libertà senza dissenso.I media che mettono in atto la strategia del "colpisci e terrorizza" informano sulla violenza producendo e capitalizzando la sua presunta irrealtà. Non c'è compito più urgente che rompere le costrizioni che oggi obnubilano l'analisi critica: che si tratti di una presunta infallibilità morale che si droga da sola, o del delirio del "colpisci e terrorizza". Il compito di restituire il carattere reale di questa violenza in tutta la sua povertà morale e distruttività umana, per poterla, infine, fermare.



    Marco D'Eramo:
    La guerra come dottrina
    Tratto da “il manifesto”, 28 gennaio 2003

    Ospita una scuola materna la settecentesca Villa Oliveto che da un poggio si affaccia sul placido paesaggio di una Val di Chiana che sembra lontanissima dall'operoso alveare di capannoni e fabbrichette pullulanti intorno alla vicina Arezzo. Nulla ti lascia pensare che in questo luogo sereno si aggirino i fantasmi delle più sanguinose tragedie del secolo scorso. Eppure l'attuale scuola materna fu prima, negli anni `30, un centro di addestramento per gli ustascia croati, e poi, durante la seconda guerra mondiale, un campo di concentramento dove furono deportati ebrei libici.E proprio qui il Centro di documentazione sui campi di concentramento, l'Istituto Gramsci di Roma e il comune di Civitella in Val di Chiana hanno deciso di celebrare in modo originale il giorno della memoria. Leonardo Paggi e gli altri organizzatori hanno raccolto sabato scorso una ventina di esperti e studiosi italiani e americani a discutere per tutta la giornata. Scopo: cercare di tracciare la memoria della guerra a venire. Le tragedie di ieri sono state così evocate alla luce della tragedia di domani, visto che la drammatica domanda a cui i relatori dovevano rispondere era: sembra che d'invadere l'Iraq a George Bush glielo abbia ordinato il medico, ma non si capisce affatto in base a quale diagnosi di quale malattia sia stata emessa quest'inesorabile prescrizione.Si è ottenuto così il massimo dell'anacronismo e dell'anatropismo, dove i termini alla moda della politologia, come nation-building, si sovrapponevano agli spettri dei fascisti croati, le prospettive di attacchi preventivi acquistavano nuova luce a guardare le minuscole tazze allineate nella toletta per i più piccini, e dietro ai bombardieri Stealth pronti a decollare restava ancora impressa l'orma della shoah.Il punto da cui i relatori erano invitati a partire è il documento presidenziale sulla National Security Strategy (Nss) reso pubblico quest'estate, con cui l'amministrazione repubblicana ha affermato al mondo il proprio unilateralismo e l'abbandono della strategia della deterrenza, a favore dell'attacco preventivo.Poiché il dibattito riuniva economisti di fama come Marcello De Cecco, Mario Nuti e Andrea Ginzburg, giuristi come Luigi Ferraioli a Salvatore Senese, politologi e storici come Pietro Gargiulo, Adolfo Pepe, Isidoro Mortellaro, studiosi dell'Europa orientale come Silvio Pons e delle religioni come Renzo Guolo, è inutile riportare il dibattito intervento per intervento, tesi per tesi. Tanto più che le posizioni erano assai variegate, e con strane distorsioni, per cui un intelligente repubblicano americano come David Calleo si è collocato all'estrema sinistra rispetto a un riformista italiano come Federico Romero. Anche per non affliggere il lettore con certi manierismi espressivi, e con piaggerie, come il termine "visionaria" con cui alcuni (John Harper, Mario Del Pero) hanno voluto qualificare con cortigiana scaltrezza la strategia neoconservatrice, dove "visionario" può essere un elogio adulatorio di straordinaria lungimiranza profetica, ma anche un eufemismo per dire "Questi sono pazzi".A suo tempo la Nss fu definita "una svolta epocale", ma ha ragione De Cecco quando osserva che ormai di svolte epocali ce ne sono una ogni paio d'anni. In effetti, in quel documento si ritrovano temi ed espressioni già presenti nella dottrina Truman. Soprattutto, questo documento riprende pari pari il National Defence Guidance for the 1994-1999 Fiscal Years presentato nel 1992 da Dick Cheney (allora segretario della difesa e oggi vicepresidente degli Stati uniti), documento che era stato redatto insieme a Colin Powell (allora capo di stato maggiore dell'esercito, oggi segretario di stato) e Paul Wolfowitz (allora sottosegretario e oggi vicesegretario alla difesa). Questo documento fu ripresentato con variazioni minime nel 1992, nel 1993 e l'anno scorso (un'analisi della straordinaria somiglianza di questi testi è stata condotta da David Armstrong su Harper's Magazine dello scorso ottobre). Anche in quei documenti erano presenti i temi che caratterizzano la cosiddetta dottrina Bush, in particolare la volontà dichiarata di aumentare spese militari e forza bellica nonostante la fine della guerra fredda, il mantenimento di una schiacciante superiorità tecnologica, la marginalizzazione della Nato e dell'Onu, l'unilateralismo e la dottrina dell'attacco preventivo (che, a sua volta, richiama il first strike - primo colpo - nucleare della guerra fredda).La "dottrina Bush" si configura allora non come una svolta epocale, ma come la ripetizione ossessiva e paranoica delle stesse idee, qualunque sia la situazione che esse pretendono di affrontare. Lo stesso 11 settembre si presenta allora in una luce diversa. Non più come l'evento "dopo il quale niente sarà più uguale a prima" (never again) quale una ormai insopportabile retorica ce l'ha instancabilmente dipinto, ma come l'occasione - dolorosa sì, ma anche insperata - per portare a termine un vecchio programma politico. In fondo, il "secolo americano" cominciò nel 1898 con l'invasione di Cuba, giustificata in modo assai pretestuoso dall'esplosione della corazzata Maine nel porto dell'Avana.Nello stesso tempo però la dichiarazione Bush, ma soprattutto l'ormai inevitabile invasione dell'Iraq segnano davvero una svolta, e cioè il passaggio da una fase di "impero informale" (come l'ha definito Chalmers Johnson in Gli ultimi giorni dell'impero) a una vera e propria auto-incoronazione imperiale.In due sensi gli Usa costituivano un "impero informale". Il primo senso è che i cittadini americani sono stati (e sono) ignari di costituire un impero. Pensano di essere la nazione più ricca e più potente, ma non un impero, e nulla li ha preparati a diventare tali, né a conseguire le doti per gestire un impero, come ha detto David Calleo. Anche all'opinione pubblica internazionale la natura imperiale del potere americano era oscurata dalla guerra fredda. In presenza del nemico sovietico, le basi americane non erano truppe di occupazione ma bastioni difensivi contro le orde cosacche (che mai si sono abbeverate a San Pietro). Gli Usa erano i "paladini del mondo libero" e alimentavano l'ingenua credenza (così definita dallo storico Howard Zinn) per cui Gli Stati uniti pensano di essere "la nazione boy scout che aiuta gli altri paesi del mondo ad attraversare la strada". Ma dopo la fine della guerra fredda ci si può chiedere da chi stiano difendendo l'Italia le decine di basi militari Usa che la costellano, da Napoli alle Puglie, da Aviano a Livorno, dalla Maddalena a Verona: da un'invasione francese, o egiziana, o greca?Informale era anche quest'impero, dopo il crollo dell'Unione sovietica, perché fautore di quel che alcuni strateghi hanno chiamato soft power, messo in atto dall'amministrazione Clinton e che i repubblicani oggi al potere deridono come "goody-goody", cioè come buonismo: il soft power consiste nel creare le condizioni (economiche, militari, diplomatiche) per cui gli altri paesi siano costretti a fare spontaneamente ciò che vuoi tu senza che tu debba ordinarglielo. Da qui la preferenza democratica di esercitare l'"impero informale" attraverso le cinghie di trasmissione internazionali: Onu, Nato, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale. La "dottrina Bush" - e l'attacco all'Iraq - relega in soffitta l'idea di governare il mondo attraverso intermediari internazionali, e costituisce una dichiarazione di impero: "Io ho il diritto di attaccare chiunque, ovunque, nel momento che mi pare, a mio totale arbitrio". L'impero è legibus solutus, ha detto Salvatore Senese: non ratifica il trattato di Kyoto, processa i criminali di guerra degli altri paesi ma chiede l'immunità per i propri crimini di guerra (fu questa la ragione per cui a Norimberga, tra i crimini di guerra non furono inclusi i bombardamenti delle popolazioni civili inermi, per non mettere sul banco degli imputati i generali americani accanto a quelli tedeschi).È questo vero e proprio "proclama imperiale" a preoccupare Cina, Russia, Francia e Germania, molto più che l'attacco all'Iraq in sé. Se per scatenare un'invasione basta che non piaccia a Dick Cheney la foggia dei baffi di Saddam Hussein, allora la marcia su Baghdad è solo la prima tappa della "guerra dei trent'anni" che ci è stata promessa (tra parentesi, la Guerra dei trent'anni 1618-1648, fu la più sanguinosa della storia, come percentuale di popolazione uccisa). La prossima tappa potrebbe essere la marcia su Teheran, e non solo. Poiché gli Usa considerano che la sola, vera potenza rivale sarà la Cina, non conviene forse fermarla prima che - attorno al 2020 - il suo peso economico superi quello degli Stati uniti? E perché Parigi dovrebbe sentirsi al sicuro, visti i suoi costanti attriti con Washington sull'Africa in particolare? Se l'impero deve essere mondiale, non possono esservi limiti agli obiettivi su cui intervenire.Ma come ha scritto Chalmers Johnson, erigere un impero implica costi che crescono esponenzialmente mano mano che l'impero si espande. In primo luogo costi economici. Mantenere più di mille installazioni militari all'estero e combattere una, due o più guerre contemporaneamente, pone il bilancio federale Usa sotto tale sforzo da creare una serie di tensioni internazionali.Come ha notato Marcello De Cecco, il deficit della bilancia dei pagamenti Usa è ormai strutturale e il paese è mantenuto a galla dall'acquisto di dollari da parte dei paesi che hanno un immane attivo commerciale con gli Stati uniti e che, oltre agli arabi produttori di petrolio (Sauditi, Kuwait, Emirati), sono soprattutto gli esportatori asiatici, Cina, Taiwan, Corea. Uno dei fattori decisivi nella crisi prossima ventura, ha detto perciò De Cecco, sarà il tasso di cambio della valuta cinese. Se Pechino svaluterà lo yuan, altre monete asiatiche svaluteranno, ma gli Usa non permetteranno a Tokyo di riallineare lo yen e questo potrebbe innescare una crisi internazionale.Ma i costi dell'impero sono anche politici. Da un lato, il flusso di fondi pubblici verso la difesa prosciugherà ogni fonte per le spese sociali accentuando l'approfondirsi delle diseguaglianze Usa, che già sono un baratro, e mettendo in pericolo la stessa coesione interna, ha detto Giorgio Fodor. Dall'altro lato, come ha scritto David Ignatieff in un lungo saggio di tre settimane fa sul New York Times Magazine, si viene a creare negli Stati uniti una vera e propria delega politica alla casta militare. Già oggi la diplomazia Usa è formulata più dal Pentagono che dal Segretariato di stato, più dai proconsoli militari delle basi d'occupazione che dagli ambasciatori sul posto. Come da sempre ripete lo studioso di strategia francese Alain Joxe, "assistiamo a una totale militarizzazione del pensiero politico americano". La soluzione della crisi viene affidata alla sola superiorità militare, con una carenza di azione politica (costruzione delle coalizioni, e "uso del terzo", per usare la bella espressione di Carl Schmitt).Un esito di tutto ciò è il sostanziale annientamento dell'Onu come camera di compensazione, come "luogo neutro" dove dirimere i conflitti. Luigi Ferrraioli ha notato con forza che - comunque vada - questa crisi segna la fine dell'Onu: se gli Usa attaccheranno da soli, l'Onu sarà marginalizzato e non conterà più nulla; se l'Onu accetterà di seguire gli Usa nell'invasione commetterà un suicidio politico poiché una guerra di aggressione è esplicitamente vietata dallo steso atto fondativo delle Nazioni unite.Ma quest'approccio moltiplica l'ostilità circostante, mettendo in prospettiva a repentaglio l'intero progetto imperiale. Ecco perché molti dei partecipanti alla giornata di studi hanno espresso dubbi sulla vivibilità a lungo termine di un unilateralismo esasperato.L'ultima conseguenza della "dottrina Bush" è l'allontanamento tra Usa ed Europa, tanto che alcuni commentatori parlano ormai non più "dell'Occidente", ma "degli Occidenti", al plurale. A tal punto che David Calleo chiede agli europei di crescere come potenza per controbilanciare gli Usa (e, sottinteso, salvarli da Bush). La prima ragione del crescente divario è che gli alleati di un tempo sono ridotti a sudditi di oggi, gerarchizzati come lo erano i vassalli, valvassini e valvassori (il che non può non suscitare scontenti). La seconda ragione, più profonda, è che gli stessi modelli di civiltà si stanno separando sulle due sponde dell'Atlantico. Su temi come pena di morte, regime carcerario, servizio medico nazionale, scuola pubblica, trasporti in comune, pensioni, dopo gli anni dell'euforia liberista e della bolla speculativa, oggi i governi europei cominciano a puntare i piedi, anche per la crisi morale, di legittimità, e finanziaria, che ha colpito il capitalismo americano. Pensate, con i crolli in borsa che ci sono stati, se avessimo seguito le indicazioni Usa di affidare a fondi azionari le nostre pensioni! Persino Tony Blair ha dovuto rinazionalizzare le ferrovie.Europa e Stati uniti si separano anche perché ognuno ha un'immagine distorta degli altri. Gli Usa ritengono - opinione interiorizzata al 100% da Federico Romero - che l'Europa sottovaluti il rischio terorismo, che sia imbelle, impotente, incapace d'intervenire a casa propria, come avrebbe dimostrato la crisi nei Balcani: l'Europa vuole la sicurezza senza pagarne le spese nel budget militare. Giusto che gli Stati uniti assicurino le truppe d'assalto e l'Europa l'intendenza e il personale di servizio.Gli europei dal canto loro hanno una visione degli Usa come di un bullo planetario che ostenta a ogni piè sospinto i propri quadricipiti nucleari e i polpacci supersonici. Il pericolo di questa visione è che gli europei siano contagiati dalla malattia che affligge gli americani: un'errata percezione di sé (per gli individui la distanza fra come ti vedi tu e come ti vedono gli altri è una buona misura della tua follia). Gli Stati uniti si vedono infatti come nice guys ("brava gente") e non capiscono come gli altri non li amino. L'arroganza Usa sta spingendo gli europei nella stessa direzione: ad avere un immagine troppo buona di sé, continente garante dello stato sociale, del compromesso pubblico-privato, della soluzione pacifica dei conflitti. Ma se vai in giro per il mondo, non è che gli europei siano amati molto più degli americani. Vai a chiedere in Somalia se gli italiani sono nice guys, o in Costa d'Avorio i francesi sono des mecs bien!Vi è però almeno un involontario effetto positivo della dottrina Bush, ed è che sta rafforzando l'unità franco-tedesca. Se infatti oggi francesi e tedeschi non stanno più combattendo per la seicentesima volta per un fazzoletto di terra ghiacciata sul Reno, è solo grazie agli Stati uniti. Solo di fronte a questo gorilla da una tonnellata, francesi e tedeschi, da semplici umani di 80 chili, hanno capito che da soli non saranno mai di taglia sufficiente (ne font pas le pois). Senza la spaventosa pressione Usa, non avrebbero potuto essere superati odi e pregiudizi millenari tra boches e "mangiatori di rane". Paradossalmente perciò, l'unilateralismo Usa costituisce da questo punto di vista la spinta propulsiva più forte per un'Europa unita, anche se c'è la quinta colonna di Tony Blair e Silvio Berlusconi.



    Marco D'Eramo:
    Stufo
    Tratto da “il manifesto”, 17 gennaio 2003

    Bush il giovane è stufo. Che sia stufo di Saddam lo si può pure capire: "Ha cercato di ammazzare il mio babbo", spiega. Però è stufo anche di Schröder in Germania che si oppone alle sue guerre preventive - peccato che per il momento non può detronizzarlo. È seccato con Chavez in Venezuela, e fa di tutto per aiutare a rovesciarlo: il massimo sarebbe rinchiuderlo a Guantanamo. È al limite della sopportazione con Arafat e con quei fastidiosi bambini palestinesi che continuano - inopportuni - a farsi sparare: meno male che c'è Sharon che si occupa di questa grana. Ma è nauseato anche dalla legalità del diritto americano che ostacola le detenzioni segrete, senza limite di tempo, di cittadini statunitensi. Bush è stufo che le nuove centrali elettriche debbano rispettare limiti ecologici. Ne ha abbastanza che gli ultramiliardari (in dollari) debbano pagare tasse sui dividendi. Gli è insopportabile che i vecchi non debbano pagare le medicine. La pazienza di Bush è al limite contro le donne che vogliono abortire. E mercoledì ci ha fatto sapere che stavolta ne ha davvero le scatole piene delle discriminazioni positive, le affirmative actions (in questo caso dell'Università del Michigan) tese a favorire l'iscrizione degli studenti neri: comunque i neri non votano per lui, tanto vale accontentare la parte più razzista della propria base elettorale. Sulle affirmative actions ci sarebbe molto da discutere, come sulle quote delle donne in politica in Italia e sulle discriminazioni positive dei paria - intoccabili - in India, proposte dalla Mandal Commission, e che hanno provocato una serie di spettacolari auto-immolazioni da parte di giovani bramini che si sentivano "discriminati". È certo discutibile un'iniziativa che riappiattisce una persona, rispalma un individuo, sulla sua casta, sulle sua razza, sul suo genere. Ma senza le discriminazioni positive, centinaia di migliaia di neri e di latinos non avrebbero frequentato l'università, e oggi non esisterebbe affatto quella tanto decantata "nuova borghesia nera", che - paradossalmente - è assai conservatrice, come i suoi più celebri esponenti reaganiani: Condoleezza Rice e Colin Powell.C'è da scommettere che Bush non si è mai avventurato a Detroit, una città al 95% nera, più disperante di Calcutta: forse gli verrebbe il sospetto che le affirmative actions servono anche a lui, per impedire le sommosse nere.Certo è che, per Bush il giovane, il 18 brumaio cade un giorno sì e un giorno no, e in alcune stagioni, cade tutti i giorni. Come altro si può infatti chiamare questo stillicidio di leggi liberticide, inquino-incentivi, minacce nucleari, assassinii a distanza, detenzioni illecite, regali ai più ricchi, furti ai poveri, se non un colpo di stato permanente? Nel dicembre 2000 fu un golpe della Corte suprema a regalare a Bush una presidenza non vinta nelle urne. E l'11 settembre 2001 fu l'attacco al World Trade Center, un incendio del Reichstag versione newyorkese, a consentirgli di mettere in atto - in nome del patriottismo e della "guerra al terrorismo" - tutta la sua piattaforma politica ultraconservatrice.La società che, con i suoi golpe quotidiani, l'amministrazione Bush sta plasmando, somiglia come una goccia d'acqua a quella descritta da George Orwell nel suo 1984. Solo che, ironia della sorte, il Grande Fratello ci sorveglia per conto non dei bolscevichi staliniani, ma della finanza ultramiliardaria: per controllare le devastazioni sociali del liberismo sfrenato, serve sempre più repressione, in una spirale senza fine. Bush il giovane non dovrebbe però dimenticare che suo padre non fu rieletto anche perché nell'anno del voto, 1992, il ghetto nero di Los Angeles si era rivoltato e aveva messo una fifa blu ai ceti agiati bianchi repubblicani, rinchiusi nei loro paradisi di periferia.



    L'estratto di "Stanca di guerra" di Lella Costa

    E io che faccia faccio? Che faccia si può fare o forse che faccia si deve fare quando si prova ad affrontare un argomento così grande e terribile come la guerra? Che poi non si sa neanche bene dove, come, quando, perché sia cominciata. No, non è vero, in realtà questo un po’ si sa. Anzi, forse all’inizio è stata anche una faccenda relativamente semplice, una roba tipo: “Tu hai la caverna più calda, la donna più pelosa, la ruota più rotonda. Io ho la clava più grossa”. E felicemente ignara della simbologia: “Te la spacco sulla testa, così mi prendo quello che mi piace”. Rozzo, ma mica poi tanto. Forse il significato vero, l’essenza della guerra sta proprio tutto qui, visto che alcuni millenni dopo un teorico della guerra, un signore che si chiamava von Clausewitz – nella sua vita si è occupato solo e soltanto di guerra, ha scritto un unico libro intitolato Della guerra, un maniaco –, ha definito la guerra “un atto di violenza attraverso il quale costringiamo il nemico a fare la nostra volontà”; quindi colpi di armi sempre più precise, letali, raffinate. Poi gli uomini hanno cominciato ad aggregarsi, a mettersi insieme per poter fare meglio la guerra e sono intervenuti gli dèi che mandavano gli uomini a fare la guerra per loro conto e in loro nome, e a un certo punto gli uomini hanno cominciato addirittura a spostarsi per fare la guerra, non più soltanto vicino a casa o nei territori confinanti. No, partivano, andavano lontano apposta per farla, lasciavano a casa moglie e figli e dicevano: “Scusa cara, devo andare in guerra”. Probabilmente prima di uscire a comprare le sigarette avevano quella scusa lì; si facevano incidere sullo scudo “nuoce gravemente alla salute” – dagli torto – e andavano. E che cosa fa un uomo che arriva in un territorio, in un paese che gli è totalmente estraneo? Probabilmente cerca di renderselo amichevole, quindi cerca di renderlo il più possibile simile al luogo da cui lui proviene. Forse da queste prime esperienze di guerre itineranti sono nati anche i primi concetti di patria, di appartenenza, di identità nazionale, di colonie, di confini e poi... e poi i monumenti ai caduti. Che basterebbe vedere quanto son brutti loro, per capire quanto è brutta la guerra. I monumenti ai caduti son brutti per definizione, vengon fuori male comunque, e a volte fanno anche involontariamente ridere. Per esempio, in provincia di Pisa c’è un paese che si chiama Calci. Sul monumento c’è scritto: “Calci ai suoi caduti”. Vergogna.A volte si può perfino ridere, sorridere della guerra; sì, perché a volte la guerra è paradossale, grottesca, assurda, contraddittoria. Per esempio, in diverse fasi della storia dell’umanità si sono affermate delle religioni fondamentali, importantissime, che ponevano come principio irrinunciabile l’opposizione a qualunque forma di guerra e di violenza. Bene, nel nome di quelle stesse religioni si sono fatte e si continuano a fare delle guerre spaventose. Sembra sempre che ci sia qualcosa per cui è indispensabile farla, la guerra, che sia la libertà, la giustizia, l’onore, le proprie idee. E poi, qua e là nel mondo, qualcuno ha cominciato a rendersi conto che non si poteva andare avanti così, perché gli orrori della guerra diventavano sempre più orrori, ma non se ne veniva a capo e quindi bisognava smettere; e allora è cominciata la denuncia contro la guerra fatta più che altro di dati, di cifre, di elenchi: gli elenchi delle vittime, dei deportati, degli internati, dei torturati, delle nefandezze della guerra, elenchi che andavano continuamente aggiornati con notizie di prima mano per cui: alé, cronisti di guerra mandati al fronte – moglie e figli sempre a casa ad aspettare – e poi interviste sui campi di battaglia, diari dei soldati in trincea, fotografie della guerra, telecamere sulla guerra, cineprese sulla guerra, la fiction sulla guerra... Però niente di tutto questo è servito a farla finire la guerra, anzi, sembra quasi che più tu la descrivi e più lei prolifera – verbo che non a caso si usa solo per certi virus tremendi e per la guerra. E allora che cosa c’è dentro la guerra, che la rende così terribile ma anche invincibile e insieme affascinante. E noi con che faccia possiamo pensare di guardare, capire, raccontare la guerra, la guerra che poi c’è. Io che faccia devo fare davanti ai reportage di guerra dei telegiornali, con che faccia posso guardare le foto di guerra pubblicate dai quotidiani. Che faccia devo fare? Che faccia fare? Che faccia fare?



    Maurizio Maggiani:
    La pace riparte da quel mare di ventenni
    Tratto da “Il Secolo XIX”, 17 febbraio 2003

    È domenica, è mezzogiorno; pigro, morbido meriggio a passeggio per Roma. Salgo in San Piretro in Vincoli, voglio portare la giovane donna che è con me a vedere una cosa segreta. Gliela faccio notare; lei non la vedrebbe: è troppo piccola, nascosta dietro una guida turistica elettronica a gettoni. La mia amica guarda ed è estasiata, come me ogni volta: dentro una nicchia scavata nel muro della facciata, non più grande di un pugno, c’è una testa d’uomo dipinta. Quel viso ha un’espressione dolce e forte, pensosa ma di un pensiero assieme lontano e sorridente: è un viso bellissimo e complicato. È molto antica, bizantineggiante, e non so chi l’ha dipinta né di chi sia quella testa, non l’ho mai chiesto, non c’è scritto nulla. Credo che sia del Cristo, ma è solo quello che mi piace pensare. E adesso porto l’amica all’altro capo della chiesa, dove c’è, guardata da un possente scudo di pubblicità della Lottomatica, l’attrazione turistica del posto, la roba che sta facendo impazzire la comitiva coreana in adorazione schierata sull’attenti: il Mosè di Michelangelo. Le chiedo, sperando ardentemente nella risposta che io già mi sono dato: cos’è ora, dopo quel viso, il Mosè? Niente, mi risponde. Be’, una reazione superiore alle aspettative, ma non molto diversa dalla mia reazione la prima volta che ho fatto il confronto, ogni volta che lo rifaccio. Oggi poi, l’esito del confronto era per me molto, molto importante: veniamo io e lei dalla strana, intensa giornata di ieri, dal giorno dell’oceano pacifico, come titola un giornale stamattina. Si, ho letto i giornali, ho visto la televisione e ascoltato la radio; ho saputo tutto quello che chi partecipa di un avvenimento non può sapere –quando sei nel mezzo difficilmente vedi i contorni, mai il quadro complessivo- e mi sono chiesto: cosa resta di tutto questo, di ciò che ho vissuto e di quello che ha significato; c’è una lezione che posso portare con me per capire cosa succederà domani, per sapere se l’oceano pacifico bagnerà in qualche modo la storia che verrà? Si, ho pensato, andiamo in San Pietro in Vincoli a vedere il viso nascosto e il Mosè.Questo, comunque vadano le cose, resterà. Ieri non è sceso in guerra il giovane, l’irruente Davide contro l’obeso gigante Golia, ieri si è disvelato il piccolo volto nascosto nel muro e il mondo intero ha potuto guardare con occhi diversi il possente Mosè. Ieri non c’è stata battaglia per le strade del mondo, non un decisivo scontro di politiche e di poteri. Se la vogliono fare, la guerra la potranno fare comunque. Ma è successo qualcosa di più importante per un orizzonte ancora più lontano. Si è messo in chiaro, in concreta materia che nell’universo globale, unipolare, non c’è una sola cultura e qualche sottoprodotto di nicchia, un pensiero dominante e sacche di resistenza, ma due culture, due visioni del mondo, due modi di vivere nella storia diversi. Antagonisti come lo possono essere l’ignoto Cristo nel muro e il Mosè nella sua navata. Ieri l’oceano pacifico non ha semplicemente manifestato contro Bush e la sua guerra: quelle erano soltanto le prime parole, la prima frase di un lungo discorso sotteso. Ha manifestato per e contro qualcosa di molto più grande e vasto. Di fatto non è Bush, il Mosè: la sua supremazia, il suo immenso potere sono una contingenza assai circoscritta nell’epoca che stiamo vivendo; e Bush, figlio e nipote e pronipote, non valicheranno quest’epoca. È il pensiero che l’ha generato, l’idea del mondo che lo ha fatto prosperare, la diga contro cui ha dilagato la marcia delle 120 città. Non è Bush che genera la guerra, è la guerra che ha generato Bush. E il pensiero dominante, il pensiero che include la guerra tra le opzioni di potere, da ieri sa con certezza che il suo dominio ha iniziato ha declinare; non tra i suoi sudditi lontani, ma nel suo cuore, nella mente delle sue elites civili.Dell’ignoto Cristo di San Pietro in Vincoli si vede solo il viso, manca tutto il suo corpo. Così come l’oceano pacifico è ancora un’immagine magmatica, cangiante, non definita nella sua materia se non per quello che ha cominciato a essere e quello che potrà diventare. Non come partito, ma come cultura, non come movimento, ma come comunità. C’era ieri un mare di ventenni nell’oceano, avranno tutto il tempo per darsi un corpo e darlo al mondo.



    Maurizio Maggiani:
    Qualche domanda sui perché di una guerra
    Tratto da "Il Secolo XIX", 11 febbario 2003

    Immagino che per qualcuno tra voi possa risultare difficile, forse anche innaturale, ma vorrei pregarvi, amici lettori, di considerarvi per qualche minuto quel genere di cittadino medio un po’ astratto, un po’ fittizio, così adatto alle prospezioni sociologiche, che non ha nessuna spiccata tendenza e pulsione circa le sorti dell’umanità, ma molto proteso su di sé, sulla propria sorte, sul proprio futuro. Non siete pacifisti, né guerrafondai; la parola guerra –se non è combattuta contro di voi e ciò che amate- non suscita in voi emozioni forti. Se combattuta altrove non avete abbastanza fantasia per vedere la guerra con gli occhi delle sue vittime, o, addirittura, pensate assieme alla signora Condoleezza Rice che “500,000 vittime civili siano un doloroso ma necessario sacrificio”. Concentratevi su voi stessi, non sull’astratto pietismo; provateci, perché vorrei farvi qualche domanda. Qualche domanda su come ve la passate in questa vigilia di guerra, su come ve la passerete durante e dopo la guerra che oggi i bookmaker danno al 97% delle probabilità. Ditemi: non vi sentite un poco a disagio, non avvertite che qualcosa non va? Qui da noi, non laggiù in Iraq. Non vi sentite trattati come degli idioti? Anzi, non vi sentite quasi in dovere di esserlo?Chiedetevi questo. Stanno cercando le armi di orrenda distruzione di massa che Saddam forse nasconde, forse no. Gli ispettori chiedono di poterle cercare con comodo per dimostrare al mondo l’una cosa o l’altra, il presidente Bush, e il nostro primo ministro tra altri, dicono che è Saddam che deve dimostrare di non averle. Se voi vi trovaste davanti a un tribunale che invece di incaricarsi di dimostrare la vostra colpevolezza, pretendesse da voi che dimostriate la vostra innocenza, non vi sentireste, come dire, in un perverso, kafkiano sistema giudiziario? Chiedevi quest’altro: le armi chimiche, batteriologiche ecc. sono servite a Saddam per commettere atrocità di ogni genere. Quelle armi gliele abbiamo date noi perché commettesse quelle atrocità di cui siamo stati a suo tempo debitamente conserzienti. Se è giusto punire Saddam per questo, perché non dovremmo punire noi stesso per averlo messo nelle condizioni di farlo? Vi sentireste a vostro agio in un paese dove viene punito che commette il delitto e assolto chi gli ha fornito l’arma per compierlo? Vi sentite davvero a posto ad accordarvi un’impunità perenne, ad assegnarvi lo status di irresponsabili per tutto ciò che avete causato e permesso che accadesse? Chiedetevi ancora: vogliamo portare la democrazia in Iraq, a costo di raderlo a zero. Se davvero che non esiste una via meno macabra per il trionfo della democrazia, perché allora, invece di bombardarli a tappeto, abbiamo fino a oggi lavorato alacremente ovunque nel mondo, in quel mondo, da Timor alla Liberia, al Guatemala ecc. ecc. solo per instaurare o mantenere in vita delle dittature, teorizzando che la democrazia tra i popoli “immaturi” è solo fonte di instabilità e grattacapi di ogni genere? Perché le dittature africane e asiatiche, perché i battaglioni della morte latino americani hanno usato e usano armi che gli abbiamo venduto noi? Questo sta accadendo oggi, non ieri, in contemporanea con il nostro slancio di democratizzazione globale. Quanta fiducia pensate di poter nutrire nella sete di democrazia e giustizia nello staff dirigenziale di un’industria armiera? Chiedevi ancora una cosa: Saddam non è il primo capo di stato arabo ad essere appellato come novello Hitler dall’Occidente. È toccato anche al presidente egiziano Nasser all’epoca della crisi di Suez e al colonnello Gheddafi fino a ieri. Lasciate perdere Nasser che nell’Enciclopedia Brittannica oggi viene menzionato come il padre dell’Egitto indipendente e uno dei massimi leader del movimento dei non allineati, un grande della storia contemporanea. Pensate a Gheddafi, ieri dichiarato mandante di orribili stragi di innocenti, a cui oggi il nostro primo ministro chiede di mediare tra USA e Saddam. Come vi sentite a vivere in un mondo dove Hitler in capo a dieci anni diventa babbo Natale? E il rapporto ufficiale del governo inglese sulle armi in possesso a Saddam scopiazzato da internet? E la comunicazione priva di informazioni? Sapete che qualche mese dopo la fine della prima guerra del Golfo la CNN ha scoperto che il filmato fornitole dal pentagono sulla violazione delle incubatrici all’ospedale di Kawait City era stato girato nell’ambasciata di Kuwait a Washington e la principale attrice, nella parte della madre disperata, era la figlia dell’ambasciatore? Vi siete accorti che gl istessi leaders che invocano la volontà del popolo contro i poteri forti della giustizia, ad esempio, non danno il minimo segno di recepire che la grande maggioranza del popolo è contraria alla guerra, almeno così come la si sta teorizzando? Questi leader dicono –impudicamente- che a cose fatte il popolo capirà. Come vi sentite nelle vesti di quel popolo? Non vi sentite un tantino insicuri? Non per le sorti del mondo, che da cittadini medi poco vi importa, ma per voi stessi. Lasciate perdere l’Iraq, che è laggiù, pensate piuttosto che la stessa visione del mondo e delle leggi per regolarlo possono essere usate per regolare e governare voi. Perché no? È un buon sistema per risolvere i problemi in fretta: troppo chiasso sull’autobus e l’autista ha bisogno di essere lasciato in pace. Il ministro dell’economia USA ne è già convinto; teorizza la “democrazia sostenibile”, ovvero: troppa democrazia indebolisce la crescita economica. Per quanto tempo vi sentirete sazi e felici in un mondo così?



    Michael Walzer:
    Come fare per opporsi alla guerra
    Tratto da “la Repubblica”, 19 febbraio 2003

    Esistono due modi per opporsi ad una guerra contro l´Iraq. Il primo è semplice ma sbagliato; il secondo è giusto tuttavia difficile. Il primo consiste nel confutare che il regime iracheno sia particolarmente odioso e che si collochi in una dimensione poco chiara, al di là della sfera in cui operano i paesi normali, oppure nell´asserire che per quanto odioso sia, tuttavia non rappresenta una minaccia significativa per i paesi confinanti o per la pace del mondo. Forse, nonostante Saddam lo neghi, il suo governo sta effettivamente cercando di acquisire armi nucleari. Però anche altri governi fanno la stessa cosa, e se e quando l´Iraq dovesse anche riuscire a sviluppare simili armi - così continua il ragionamento - si potrebbe affrontare il problema facendo ricorso alla consueta politica della deterrenza, esattamente nello stesso modo in cui gli Stati Uniti e l´Unione Sovietica si tennero reciprocamente a bada durante gli anni della Guerra Fredda.Ovviamente se questo ragionamento fosse corretto, non ci sarebbe ragione alcuna per attaccare l´Iraq. E neppure vi sarebbe motivo di servirsi di un rigoroso sistema di ispezioni, o dell´embargo - tuttora in vigore - , o delle no-fly zones nel nord e nel sud del paese. Sembra che sia questa l´ottica prescelta da alcuni degli organizzatori dei movimenti che si oppongono alla guerra e che protestano a gran voce sia qui che in Europa, così come pare proprio che questa sia l´opinione sbandierata dai portavoce delle grandi dimostrazioni contro la guerra. Ritengo invece che molti dei manifestanti non condividano questo parere, come non lo condivide del resto la maggior parte degli oppositori reali e teorici della politica estera di Bush. Tuttavia dobbiamo ammettere il persistere di una tentazione specifica da parte delle politiche che si oppongono alla guerra: il fatto che pretendano che in realtà, in giro, non ci sia alcun nemico.Questa loro pretesa, ovviamente, rende tutto più semplice, ma è assolutamente sbagliata. La tirannia e la brutalità del regime iracheno sono ben note a tutti, e non è possibile negare che esistano. L´uso che il regime ha fatto delle armi chimiche in un passato ancora recente; la sconsideratezza con la quale ha invaso prima l´Iran e poi il Kuwait; la retorica della minaccia e della violenza, standard comunemente adottati a Baghdad; quanto accadde negli anni '90, quando le ispezioni delle Nazioni Unite furono sistematicamente ostacolate; la crudele repressione delle sommosse che avevano fatto seguito alla Guerra del Golfo del 1991; la tortura e l´assassinio metodico degli oppositori politici - come è possibile che seri movimenti politici ignorino tutto ciò?D´altro canto, non è pensabile che qualcuno accetti l´idea che l´Iraq abbia armi nucleari, ma poi metta in atto la politica della deterrenza allo scopo di impedire che ne faccia effettivamente uso. Non soltanto non è affatto scontato che con un regime come quello di Saddam la deterrenza abbia chance di successo: l´equilibrio della politica di deterrenza che ne risulterebbe, come se non bastasse, sarebbe altamente instabile. Questo perché non sarebbero coinvolti soltanto gli Stati Uniti e l´Iraq: il sistema dovrebbe includere anche un rapporto di deterrenza tra l´Iraq e Israele. Se l´Iraq avesse il permesso di acquisire potenzialità nucleari, Israele dovrebbe poter acquisire ciò di cui non dispone al momento, ovvero la capacità di rispondere ad un attacco. E di conseguenza nel Mediterraneo e nell´Oceano Indiano dovrebbero potersi muovere navi israeliane con armi nucleari a bordo e in costante stato di allerta. Si tratterebbe di una forma di "deterrenza" in senso tradizionale, ma è pura follia scommettere in questa direzione.Il giusto modo di opporsi ad una guerra consiste nel ritenere che l´attuale sistema di contenimento e di controllo funziona e può essere ulteriormente migliorato. Questo significa che dovremmo prendere atto degli orrori del regime iracheno e della minaccia che esso costituisce, e in seguito puntare a risolvere questi pericoli tramite misure di coercizione, prima di pensare ad una guerra. Questa non è una politica facile da difendere, perché sappiamo molto bene quali misure coercitive siano necessarie e sappiamo anche quanto siano costose e che cosa implichino.Prima di tutto l´embargo, tuttora in vigore: sarebbe opportuno e doveroso modificarlo, in modo tale che alla popolazione civile fosse accessibile una gamma più vasta di prodotti indispensabili, continuando nel contempo ad escludere forniture militari di ogni genere e prodotti tecnologici necessari allo sviluppo di armi di distruzione di massa. Per quanto "intelligenti" possano essere le sanzioni, tuttavia, esse rappresenterebbero soltanto un blocco parziale delle merci, una semplice restrizione del commercio, e tenendo conto di come Saddam investe i fondi a sua disposizione, le sanzioni si limiterebbero in realtà ad imporre ulteriori ristrettezze soltanto ai comuni cittadini iracheni. Onestamente, dobbiamo dire che è il governo iracheno a portare la responsabilità delle ristrettezze irachene, perché avrebbe potuto spendere differentemente quel denaro. Ma anche se questo è un fatto incontestabilmente riconosciuto, affermarlo non rende più tollerabile la loro situazione: bambini denutriti, ospedali privi di medicinali, declino dei tassi di longevità sono tutte conseguenze (indirette) dell´embargo.Secondariamente, le no-fly zones che impediscono agli aerei iracheni di sorvolare un´area grande approssimativamente quanto metà del paese esigono un costante controllo da parte degli americani, il che a sua volta impone una media di due bombardamenti alla settimana su postazioni radar o antiaeree. Finora nessun aereo o pilota è andato perduto e credo che siano pochi i civili rimasti uccisi o feriti nel corso di questi raid aerei. Si tratta ciò nondimeno di un´attività costosa e rischiosa, e se anche non contempla azioni di guerra vera e propria, non ne è poi molto distante. D´altra parte se Saddam avesse carta bianca nel nord e nel sud dell´Iraq, contro i Curdi e gli Sciiti, la conseguenza più probabile sarebbe una repressione così brutale da giustificare - forse da esigere addirittura - un intervento militare per ragioni umanitarie. E si arriverebbe quindi ad una guerra nel pieno senso della parola.Terzo, le ispezioni delle Nazioni Unite: queste dovrebbero continuare a tempo indeterminato, quasi entrare nella routine del panorama iracheno. Perché sia nel caso in cui gli ispettori trovassero e distruggessero le armi di sterminio (alcune delle quali sono molto facili da nascondere), sia nel caso in cui non ci riuscissero, costituirebbero di per sé un impedimento di rilievo frapposto al dispiegamento di simili armi. Finché gli ispettori si potranno muovere nel paese in piena libertà e senza vedersi negato alcun accesso, seguendo la tabella di marcia che loro stessi deliberano, l´Iraq si troverà sotto un crescente controllo. Il regime delle ispezioni però fallirebbe, come avvenne negli anni Novanta, qualora non ci fosse una palese disponibilità a ricorrere all´uso della forza per continuare a imporlo. Questo significa che nelle vicinanze ci devono essere delle truppe, esattamente come quelle che il governo americano ha attualmente schierato e dispiegato. Ovviamente sarebbe auspicabile che queste truppe non fossero composte unicamente da soldati americani, e anche in questo caso mantenere in loco un dispiegamento di tale fatta presupporrebbe costi e rischi molto elevati, indipendentemente da chi debba poi sostenerli.Patrocinare l´embargo, il controllo aereo americano e il regime di ispezioni delle Nazioni Unite è un modo giusto di opporsi - e di evitare - una guerra. Eppure questo dà adito ad un´altra obiezione, quella secondo cui una guerra breve, che ponga fine all´embargo, al bombardamento bisettimanale e al regime delle ispezioni sarebbe politicamente preferibile a questa propensione che induce ad "evitare" la guerra. Una guerra breve, un nuovo regime, un Iraq demilitarizzato, cibo e medicine che affluiscono copiosi nei porti iracheni non sarebbero maggiormente auspicabili, rispetto ad un sistema permanente di coercizione e di controllo? Sì, forse. Ma chi ci garantisce che la guerra sarebbe davvero breve, e che le ripercussioni nella regione e altrove sarebbero circoscritte?Noi diciamo che la guerra è "l´ultima risorsa" per gli imprevedibili, inattesi, inintenzionali e inevitabili orrori che la guerra sempre comporta. In realtà la guerra non è mai l´ultima risorsa, in quanto il concetto di "ultimo" è una condizione metafisica che nella vita reale non è oggettivamente raggiungibile: esiste sempre la possibilità di fare ancora altro, o di ripeterlo, prima di passare a fare quello che definiamo essere proprio l´"ultima" cosa. Il concetto di "ultimo" è una pura precauzione, una precauzione tuttavia indispensabile che induce, prima di dare "briglia sciolta alla guerra", a cercare attentamente ogni possibile alternativa.Ancora adesso, perfino all´ultimo momento, esistono sempre delle alternative, ed è questo il migliore ragionamento da opporre contro la guerra. Credo che si tratti di un´argomentazione condivisa da molti, anche se non è facile patrocinarla in una manifestazione. Che cosa si potrebbe mai scrivere sui cartelli? Quali slogan si potrebbero urlare? Contro la guerra occorrerebbe una campagna molto complessa, in cui i manifestanti fossero disponibili a prendere atto e ad ammettere le difficoltà e i costi delle loro politiche. Oppure, e meglio ancora, occorrerebbe una campagna che non si focalizzasse soltanto sulla guerra (e che possa pertanto andare oltre) - una campagna a favore di un forte sistema internazionale, concepito e strutturato in modo tale da poter sconfiggere le aggressioni, fermare i massacri e la pulizia etnica, tenere sotto controllo le armi di distruzione di massa, e garantire l´incolumità fisica di tutti gli esseri umani. La triplice restrizione imposta al regime di Saddam costituisce soltanto un esempio - un esempio molto importante, per altro - di come dovrebbe funzionare un simile sistema.Questo sistema internazionale, però, dovrebbe essere il prodotto di molti Stati, non di uno soltanto. Dovrebbero esserci molte parti, non una soltanto, pronte ad assumersi le responsabilità del successo di un simile sistema. Oggi il regime di ispezioni delle Nazioni Unite sta dando frutti in Iraq soltanto in ragione di quello che molti americani liberali e di sinistra - e anche molti europei - hanno definito l´incessante minaccia statunitense di andare in guerra. Senza quella minaccia, infatti, i diplomatici delle Nazioni Unite starebbero ancora discutendo con i diplomatici iracheni, lavorando strenuamente senza mai trovare un accordo definitivo sui dettagli previsti per il sistema delle ispezioni; gli ispettori non avrebbero nemmeno preparato le valigie (e molti leader europei direbbero che si tratta di una cosa positiva). Alcuni di noi sono quasi imbarazzati, quando pensano a come la minaccia che abbiamo sbandierato è stata la ragione principale grazie alla quale si è arrivati alla definizione di un rigoroso regime di ispezioni, e come la messa in atto di questo apparato sia tuttora il migliore ragionamento da opporre alla guerra.Certo, sarebbe stato molto meglio se la minaccia statunitense non si fosse resa necessaria - se la minaccia fosse arrivata, per esempio, dalla Francia o dalla Russia, i partner commerciali più importanti dell´Iraq, la cui riluttanza a prendere di petto Saddam e a mostrare i muscoli con il progetto delle Nazioni Unite ha costituito una delle cause determinanti del fallimento delle ispezioni negli anni '90. E´ proprio questo che richiede l´internazionalismo: che altri Stati - oltre agli Stati Uniti - si assumano la responsabilità di far rispettare la supremazia della legge globale e siano pronti per questo fine ultimo a scendere in campo, sia politicamente che militarmente. Gli internazionalisti americani - siamo un buon numero, ma non ancora abbastanza - dovrebbero stigmatizzare le tendenze all´unilateralismo dell´amministrazione Bush e il rifiuto a collaborare con gli altri Stati in una consistente compagine di questioni, che vanno dal riscaldamento del pianeta al Tribunale Penale Internazionale.Il multilateralismo richiede collaborazione al di fuori degli Stati Uniti. Sarebbe più facile essere convincenti in merito alla giustezza della nostra posizione se fosse palese che nella società internazionale ci sono altri attori in grado di agire indipendentemente e se necessario fare anche ricorso all´uso della forza, pronti a entrare in azione ovunque debbano, in Bosnia come in Rwanda o in Iraq. Quando manifestiamo contro una seconda Guerra del Golfo, al tempo stesso dovremmo promuovere questo tipo di responsabilità multilaterale. Questo significa che dobbiamo esercitare precise pressioni non soltanto su Bush e company, ma anche sui leader francesi, tedeschi, russi e cinesi, che sebbene abbiano di recente dato il loro sostegno affinché continuino le ispezioni a vasto raggio, in passato e in differenti occasioni sono stati molto solleciti a mostrarsi indulgenti nei confronti di Saddam. Se questa guerra evitabile sarà infine combattuta, tutti loro ne condivideranno la responsabilità, al pari degli Stati Uniti. E quando la guerra sarà finita, dovrebbero risponderne tutti.(Traduzione di Anna Bissanti)copyright "The New York Review of Books"/"la Repubblica")



    Paolo Rumiz:
    Quel no alla guerra gridato con passione
    Tratto da “la Repubblica”, 26 gennaio 2003

    PERCOTO (UDINE) Sarà stata la piccola patria friulana con le Alpi piene di neve, la sua nostalgia di un mondo laborioso e quieto. Sarà stato il clima di retrovia a due passi dal fronte dell´Isonzo e dalla Jugoslavia franata nel sangue. Sarà stato questo cielo già orientale dove si arrampicano i jet della base americana di Aviano. Ma a quella grande festa delle grappe e della cultura che è il premio Nonino - alla ventottesima edizione - si è parlato di pace con un´enfasi inedita, che ha fatto scendere sui seicento invitati prima attimi di silenzio, poi liberatori applausi. Ne hanno parlato tutti i premiati, in modo diverso ma con identica passione. Lo ha fatto il pittore Emilio Vedova, gridando un «no» rabbioso «all´umano impazzito», e rivendicando il diritto di battersi «anche le unghie», «darsi alla pace» usando «il vento della creatività». Lo ha detto l´irlandese John Banville, scrittore-segugio di storie d´amore e tenebra, paragonando il 2003 al 1939 e al 1914, descrivendo un´umanità «rannicchiata nella paura di un futuro incerto» e rilanciando l´idea militante dell´opera d´arte «come fatto morale». Lo ha voluto dire il portoghese Antonio Damasio, tra i massimi esperti mondiali del cervello, indicando nella neurobiologia uno strumento per «prevenire e attenuare i conflitti».Anno speciale, anno di bilanci, questo 2003. Trent´anni fa, in casa Nonino, scoccava la prima «rivoluzione della grappa» che trasformò l´acquavite da Cenerentola a regina dei distillati. Una scommessa pazzesca, che aprì la strada alle grappe di monovitigno partendo dall´uva più nobile e più difficile del Friuli, il «Picolit». Così ieri, accanto ai riconoscimenti all´arte e alla cultura, si è voluto premiare proprio il grappolo di Picolit e la famiglia Perusini che salvò dall´estinzione il grande vitigno autoctono. Un simbolo, ha detto lo scrittore Ulderico Bernardi, di come un «piccolo prodotto locale» può diventare patrimonio universale. Tra le botti e gli alambicchi di Percoto amano le figure schive, lontane dal consumismo culturale, genuine come le vigne, i formaggi e i salami. E anche stavolta la giuria, presieduta da Claudio Magris, ha lavorato seguendo questo criterio. Ermanno Olmi, premiando Emilio Vedova, ha parlato della gioia di aver scoperto in lui «un uomo semplice». Magris ha descritto di Banville la curiosità dei dettagli, l´umiltà di cercare negli angoli, nelle vie, nei retrobottega. E Peter Brook, del biologo Damasio ha raccontato l´interesse per le arti, la letteratura, la musica, l´etica, la filosofia e la politica.Il gusto della vita, insomma. Lo stesso che ti travolge qui, ogni anno, in una baldoria come non se ne fanno più, con rape calde e anatre, le bellissime Nonino-girls che volano tra distilleria e cucina, Ottavio Missoni allegrotto che dirige la banda di Pozzuolo. E l´alpinista Mauro Corona barbuto come un talibano, in canottiera nera, accanto a Inge Feltrinelli in piume di struzzo.



    Riccardo Staglianò:
    Pacifisti e strateghi on line il web si prepara alla guerra
    Tratto da “la Repubblica”, 27 febbraio 2003

    Una telefonata al minuto per intasare le linee del Senato e della Casa Bianca. Questo il programma della "Marcia virtuale su Washington" di ieri, organizzata dai pacifisti online di MoveOn.org e quelli tradizionali dalla "Win Without War Coalition". Duecentomila persone si sono iscritte all´iniziativa sul sito impegnandosi a bombardare di messaggi gli indirizzi elettronici dell´Amministrazione Usa. Se le stime degli organizzatori sono esatte, l´offensiva si è tradotta in almeno mezzo milione tra telefonate, fax ed e-mail. Un trillo continuo nelle stanze del potere per recapitare un unico messaggio: «Non invadere e occupare l´Iraq». La guerra al tempo di Internet si combatte - o si cerca di evitare - anche così. Non è il primo conflitto in cui la rete gioca un ruolo importante ma questa volta, oltre che per documentare, il web diventa uno dei teatri dell´azione.Il caso della manifestazione organizzata ieri da "MoveOn", il gruppo di attivisti online che vanta oltre 600 mila membri e recluta celebrità come Susan Sarandon e Martin Sheen, è un esempio eloquente sul versante pacifista. Ma non ne mancano neppure sul fronte opposto. In attesa che quella vera inizi, la guerra psicologica ha aggiornato il suo arsenale alle e-mail. Milioni di messaggi di posta elettronica sono stati spediti già dal mese scorso da specialisti dell´esercito americano a ufficiali militari iracheni e semplici cittadini con l´invito a pensare alla sicurezza delle proprie famiglie e a isolare Saddam Hussein. «E´ il primo uso riconosciuto di messaggi di posta elettronica come parte di un´offensiva di contro-informazione» dichiara a "Wired" William Knowles, esperto di intelligence. L´Iraq ha però reagito in maniera radicale, censurando la maggior parte delle e-mail in ingresso. Il dissenso nei confronti dell´eventualità dell´attacco è, in rete, largamente maggioritario. Un indirizzo che assolve bene il compito di elencarne i siti è la selezione fatta dal britannico Guardian a www.guardian.co.uk/antiwar/. Tra le iniziative che hanno avuto vita online c´è quella di "Peaceful Tomorrows" (www.peacefultomorrows.org), un´organizzazione fondata da familiari delle vittime dell´11 settembre che cerca di concepire risposte non violente al terrorismo con un argomento incontrovertibile: «Vogliamo evitare ad altre famiglie innocenti quello che abbiamo patito noi». Ma ancora più eclatante è il caso degli "scudi umani" (www.humanshields.org), il movimento scaturito da un messaggio postato dall´attivista Ken Nichols O´Keefe sul sito IndyMedia (www.indymedia.org): «Assieme a un amico sto per partire in auto per Bagdad per fare da "scudo umano"». Di lì a pochi giorni erano centinaia le persone, da tutto il mondo, che avevano seguito il suo gesto. Per l´equipaggiamento il pacifista elettronico può rifornirsi dal popolare Waketheworld.org da cui si possono scaricare poster anti-guerra (ma anche proporne di propria creazione) mentre l´International Herald Tribune racconta la storia del grafico di Seattle Art Boruck (www.boruckprinting.com) divenuto una celebrità per gli oltre 75 mila cartelli "No Iraq war" venduti in tutto il mondo. Esistono, poi, anche le presenze telematiche dei sostenitori delle ragioni dell´attacco come quella dei "falchi" di Americans for Victory over Terrorism (www.avot.org) e Patriots for the Defence of America (defenseofamerica.org). Dappertutto, nascono blog (giornali amatoriali on line) per prendere posizione a favore o contro l´intervento in Iraq. In questi diari aggiornati di continuo come Stand Down (www.nowarblog.org) e Killing Goliath (www.killinggoliath.com) si oppongono e coagulano le opinioni anti-belliche. Di avviso opposto sono altri one-man-newspaper raccolti dal Warblogger Watch (warbloggerwatch.blogspot.com), tra cui spicca quello di Andrew Sullivan (www.andrewsullivan.com), ex direttore di "The New Republic". Ce n´è, infine, uno che ha attirato di recente molta attenzione nonostante rimangano dubbi sulla sua autenticità. E´ quello di "Salam Pax" (dear_raed.blogspot.com), un iracheno che racconta la vita a Bagdad nell´attesa del primo missile.



    Slavoj Zizek:
    Salvo incidenti previsti
    Tratto da “il manifesto”, 10 febbraio 2003

    In Minority Report, il film di Steven Spielberg basato su un racconto di Philip Dick, i criminali vengono arrestati prima di commettere il reato poiché tre umani - che, attraverso mostruosi esperimenti scientifici, hanno acquisito la capacità di prevedere il futuro - riescono a predire esattamente le loro azioni (il "rapporto di minoranza" del titolo si riferisce a quei rari casi in cui uno dei tre medium utilizzati dalla polizia è in disaccordo con gli altri due su un crimine che sta per essere commesso)... Se trasferiamo questa idea alle relazioni internazionali, non otteniamo forse la nuova "dottrina Bush (o, piuttosto, Cheney)", annunciata ormai pubblicamente come "filosofia" ufficiale degli Usa in politica internazionale (nel documento di 31 pagine intitolato The National Security Strategy, diffuso dalla Casa Bianca il 20 settembre 2002)? I suoi punti principali sono: nel prossimo futuro la potenza militare americana deve restare "indiscussa"; poiché oggi il nemico principale è un fondamentalista "irrazionale" che, al contrario dei comunisti, manca persino del più elementare senso della sopravvivenza e del rispetto per la sua stessa gente, l'America ha diritto ad attacchi preventivi, ossia ad aggredire i paesi che non costituiscono ancora una chiara minaccia per gli Usa, ma potrebbero costituirla in futuro; pur ricercando coalizioni internazionali ad hoc per tali attacchi, gli Usa si riservano il diritto di agire indipendentemente se non otterranno sufficiente appoggio internazionale. Così, mentre presentano la loro dominazione su altri stati sovrani come fondata su un benevolo paternalismo che tiene in considerazione gli interessi degli altri stati, gli Stati Uniti riservano a se stessi il diritto ultimo di definire i "veri" interessi dei loro alleati. La logica è formulata chiaramente: persino la pretesa di un diritto internazionale neutro è abbandonata poiché, quando percepiscono una potenziale minaccia, gli Usa chiedono formalmente ai loro alleati di sostenerli, ma l'adesione di questi ultimi è un optional. Il messaggio sottostante è sempre "noi lo faremo, con o senza di voi", cioè voi siete liberi di essere d'accordo, ma non liberi di dissentire. Qui viene riproposto il vecchio paradosso della scelta forzata, la libertà di compiere una scelta a condizione che sia la scelta giusta.Lo scontento degli Usa nei confronti di Gerhard Schröder nel settembre 2002, quando questi ha vinto le elezioni con la sua ferma presa di posizione contro l'intervento militare americano in Iraq, era dovuto al fatto che Schröder si è comportato così come si comporterebbe un normale politico in una democrazia funzionante e il leader di uno stato sovrano. Pur concordando sul fatto che il regime iracheno costituisce una minaccia, egli ha semplicemente espresso il suo disaccordo sul modo in cui il governo Usa propone di trattare tale minaccia, esprimendo così un'opinione condivisa non solo da molti altri stati, ma anche da una percentuale considerevole di americani e di parlamentari americani. Schröder è stato così il primo ad assaporare appieno la dottrina Bush. E, per spingere ancora più in là l'analogia, il suo disaccordo rispetto al piano statunitense di attaccare preventivamente l'Iraq non è stato forse, precisamente, una sorta di "rapporto di minoranza" nella vita reale indicante il suo disaccordo verso il modo in cui altri vedono il futuro?Noi tutti ricordiamo la logica della "distruzione reciprocamente assicurata" ("mutually assured destruction") elaborata nel pieno della Guerra Fredda. Dal nostro punto di vista retrospettivo, in confronto alla dottrina Bush, oggi tale logica non può che apparire relativamente razionale. Negli anni `70 Bernard Brodie ha spiegato come questa logica funzionasse effettivamente: "È uno strano paradosso del nostro tempo che uno dei fattori cruciali che fanno effettivamente funzionare, e funzionare così bene, la dissuasione nucleare è il timore sottostante che, in una crisi veramente grave, essa possa fallire. In tali circostanze, non si gioca con il destino. Se fossimo assolutamente certi che la dissuasione nucleare è efficiente al cento per cento nella sua funzione di proteggerci contro un attacco nucleare, allora il suo valore dissuasivo contro una guerra convenzionale scenderebbe praticamente a zero".In breve, la strategia della "distruzione reciprocamente assicurata" funzionava non perché fosse perfetta, ma per la sua stessa imperfezione. La strategia perfetta (se una parte sferrerà un attacco nucleare, l'altra risponderà automaticamente e così saranno entrambe distrutte) aveva un difetto fatale. Che cosa accadrebbe se la parte attaccante contasse sul fatto che, anche dopo il primo attacco, il nemico continui a comportarsi da soggetto razionale? Ora le sue opzioni sarebbero le seguenti: con il suo paese in gran parte distrutto, potrebbe o attaccare a sua volta, causando così la catastrofe totale, la fine dell'umanità, oppure non rispondere, consentendo così la sopravvivenza dell'umanità e dunque almeno la possibilità di una rinascita del suo paese in futuro. Un soggetto razionale sceglierebbe la seconda opzione... Ciò che rende efficiente la strategia è il fatto stesso che non possiamo mai essere sicuri che funzionerà perfettamente: che cosa succederebbe se una situazione sfuggisse al controllo per una quantità di motivi facilmente immaginabili (dall'aggressività "irrazionale" di una parte ai semplici guasti tecnologici o errori di comunicazione)? È per via di questa minaccia permanente che entrambe le parti non vogliono neanche avvicinarsi troppo alla prospettiva della "distruzione reciprocamente assicurata", perciò evitano anche la guerra convenzionale; se la strategia fosse perfetta, al contrario, essa consentirebbe l'atteggiamento "Combattiamo una guerra convenzionale totale, poiché sappiamo entrambi che nessuna delle due parti rischierà il passo fatale verso un attacco nucleare!". Così l'effettiva costellazione della logica della deterrenza nucleare non è: "Se seguiremo la logica della deterrenza nucleare, la catastrofe nucleare non avverrà", ma: "Se seguiremo la logica della deterrenza nucleare, la catastrofe nucleare non avverrà, salvo incidenti imprevisti". (E lo stesso vale oggi per la prospettiva della catastrofe ecologica: se non facciamo niente, succederà, e se facciamo tutto il possibile, non succederà salvo incidenti imprevisti.)Il problema dell'attuale "dottrina Bush" è che con essa il cerchio si chiude. Non c'è più spazio neanche per la "realistica" apertura all'imprevedibile che sosteneva la dottrina della "distruzione reciprocamente assicurata": la "dottrina Bush" poggia sull'affermazione violenta della logica paranoica del controllo totale sulla minaccia futura e sugli attacchi preventivi contro tale minaccia. L'inadeguatezza di un tale approccio per l'universo di oggi, in cui la conoscenza circola liberamente, è evidente. Così il cerchio tra presente e futuro si chiude: la prospettiva mozzafiato dell'attentato terroristico è ora evocata allo scopo di giustificare incessanti attacchi preventivi. Lo stato in cui oggi viviamo, nella "guerra al terrore", è quello della minaccia terroristica continuamente sospesa: la Catastrofe (il nuovo attentato terroristico) è data per scontata, tuttavia infinitamente posticipata - qualunque cosa accadrà effettivamente, anche se sarà un attacco molto più orribile di quello dell'11 settembre, non sarà tuttavia "quello". Ed è cruciale qui afferrare come la vera catastrofe sia già questa vita sotto l'ombra della minaccia permanente di una catastrofe.Recentemente Terry Eagleton ha richiamato l'attenzione sulle due modalità opposte della tragedia: l'Evento catastrofico grande e spettacolare, l'irruzione improvvisa da qualche altro mondo, e il cupo persistere di una condizione senza speranza, la triste esistenza che va avanti indefinitamente, la vita come una lunga emergenza. Questa è la differenza tra le grandi catastrofi del Primo Mondo come l'11 settembre e la cupa catastrofe permanente, diciamo, dei palestinesi in Cisgiordania. La prima modalità di tragedia, una figura con uno sfondo "normale", è caratteristica del Primo Mondo, mentre in gran parte del Terzo Mondo la catastrofe designa lo stesso, onnipresente sfondo.Ed è così che la catastrofe dell'11 settembre ha in effetti funzionato: come una figura catastrofica che ha reso noi, in Occidente, consapevoli del beato sfondo della nostra felicità e della necessità di difenderlo contro l'attacco feroce degli stranieri... in breve, ha funzionato esattamente secondo il principio di Chesterton della gioia condizionata: alla domanda "Perché questa catastrofe? Perché non possiamo essere sempre felici?", la risposta è: "E perché dovremmo essere felici tutto il tempo rimanente?" L'11 settembre ha dimostrato che noi siamo felici e che gli altri ci invidiano questa felicità. Seguendo questa riflessione, dovremmo arrischiare la tesi che, lungi dall'aver scosso gli Usa dal loro sonno ideologico, l'11 settembre è stato usato come un sedativo che ha permesso all'ideologia egemonica di "rinormalizzarsi": per l'ideologia egemonica il periodo successivo alla guerra del Vietnam è stato un lungo trauma sospeso. Essa doveva difendersi da dubbi critici, il tarlo era continuamente al lavoro e non poteva essere semplicemente soppresso, ogni ritorno all'innocenza veniva immediatamente sentito come falso... fino all'11 settembre, quando gli Usa sono diventati la vittima. Questo ha permesso loro di riaffermare l'innocenza della propria missione. In breve, lungi dall'averci risvegliati, l'11 settembre è servito a rimetterci a dormire, per proseguire il nostro sogno dopo l'incubo degli ultimi decenni.Qui l'ironia finale è che, per riaffermare l'innocenza del patriottismo americano, l'establishment conservatore statunitense è ricorso all'ingrediente chiave dell'ideologia del politicamente corretto che ufficialmente disprezza: la logica della vittimizzazione. Facendo leva sull'idea che abbia legittimità (solo) chi parla dalla posizione di vittima, esso è ricorso al ragionamento implicito: "Ora le vittime siamo noi, e questo ci legittima a parlare (e agire) da una posizione di autorità". Così quando, oggi, sentiamo slogan secondo i quali il sogno liberale degli anni `90 sarebbe finito, con gli attacchi al World Trade Center saremmo stati rigettati violentemente nel mondo reale, e i facili giochi intellettuali sarebbero finiti, dobbiamo ricordare che tale richiamo ad affrontare la dura realtà è pura ideologia. L'invito attuale "Americani, svegliatevi!" richiama lontanamente il "Deutschland, erwache!" di Hitler che, come scrisse molto tempo fa Adorno, significava esattamente il contrario.Per che cosa, allora, veniamo accecati quando sogniamo il sogno della "guerra al terrore"? Forse la prima osservazione da fare qui è la profonda soddisfazione dei commentatori americani nel constatare come, dopo l'11 settembre, il movimento anti-globalizzazione abbia perso la sua raison. E se questa soddisfazione dicesse più di quanto non intendesse dire? E se la Guerra al Terrore fosse non tanto una risposta agli attacchi terroristici stessi, quanto una risposta alla crescita del movimento anti-globalizzazione, un modo per contenerlo e deviare l'attenzione da esso? E se questo "danno collaterale" della Guerra al Terrore fosse il suo vero obbiettivo? Si è tentati di dire che qui stiamo trattando un caso (ideologico) di ciò che Stephen Jay Gould avrebbe chiamato "ex-aptation" (eterogenesi dei fini, ndt): l'apparente profitto o effetto secondario (il fatto che ora anche la protesta anti-globalizzazione sia finita nell'elenco dei sostenitori "del terrorismo") è cruciale.(Traduzione di Marina Impallomeni)



    Il no degli intellettuali americani
    di Riccardo Staglianò,
    tratto da "la Repubblica", 12 marzo 2003

    Quattordicimila intellettuali americani contro la guerra. Gli accademici Usa ieri hanno comprato una pagina pubblicitaria sul New York Times per mettere nero su bianco la loro opposizione alla prospettiva di un attacco all´Iraq. «Non è stata offerta alcuna prova schiacciante di un´imminente minaccia alla nostra sicurezza nazionale tale da giustificare l´uso della forza militare», si legge nel testo che spiega le ragioni del gesto.E per questo, per il fatto di essere una guerra «di scelta» e non «di necessità», l´esercito di accademici arruolati via Internet in meno di 60 ore da Joshua Cohen, direttore della prestigiosa rivista Boston Review, la definisce «moralmente inaccettabile» e chiede al governo di non farla. Una petizione, spiega Cohen al telefono dal Massachusetts, nata la settimana scorsa da una provocazione europea: «Un mio amico professore di scienze politiche in Olanda mi aveva mandato un messaggio che chiedeva: "Dove sono finiti gli intellettuali americani?". E così, punto sul vivo, ho deciso di dimostrargli che c´erano ed erano per la stragrande maggioranza contrari all´intervento bellico contro Saddam».Per prima cosa, quindi, ha messo insieme gli oltre 50 mila dollari che servivano per pagare la pagina sul quotidiano newyorchese: «Ho fatto una colletta tra colleghi universitari e altre persone che sapevo sensibili all´argomento, con donazioni da 500 a 1000 dollari l´uno». Poi è scattata la raccolta di firme sul sito della rivista, facilitata da una catena di Sant´Antonio via posta elettronica. La risposta è stata sbalorditiva: nella lunga lista di nomi che corre intorno all´annuncio sul Times figurano, tra gli altri, i premi Nobel Eric Chivian e Walter Gilbert, i filosofi Robert Dahl e Martha Nussbaum, il critico letterario Edward Said, l´ex ministro del lavoro Robert Reich, le star del femminismo Gloria Steinem e Susan Sontag e inoltre Natalie Zemon Davis, Richard Sennett, Judith Butler, Sherry Turkle e Martha Nussbaum.



    Giulietto Chiesa:
    Diario pacifista
    Tratto da "La Stampa", 31 marzo 2003

    Non ci aspettavamo tanti morti, diciamocelo con franchezza. Ci avevano detto, spiegato, raccontato in anticipo, che lo spietato dittatore sarebbe caduto in fretta. E che le truppe liberatrici sarebbero state accolte dal trionfo popolare. Alcuni bombardamenti essenziali, qualche cadavere eccellente da esporre al ludibrio mondiale, nessuna battaglia seria. Adesso contiamo i cadaveri, ormai tanti, da una parte e dall'altra. Per la verità tantissimi da una parte, quella dei bombardati, e molti meno dall'altra, quella dei bombardanti. Ma, tenuto conto che ciascuno di questi ultimi vale mille, il conto è comunque alto. E il dolore lo è altrettanto. Anche se, chissà perché, il "loro" dolore ci viene mostrato (quando ci viene mostrato) come una merce di scarso valore.Non è nemmeno esteticamente bello. Di regola scomposto, volti di donne urlanti, pugni irati alzati verso il cielo, ambienti squallidi di povertà che fanno da contorno alla scena di una sofferenza elementare. Appunto elementare, selvaggia, primitiva. E, per ciò stesso, per noi che ascoltiamo la musica sinfonica e guardiamo Spielberg, quella sofferenza "vale meno". Almeno secondo i criteri di quella casa di profumi che ha riempito di suoi manifestoni tutti gli aeroporti del pianeta: "Perché io valgo". Perché noi valiamo, noi abbiamo un costo assicurativo, noi abbiamo un Pil rispettabile. E quando moriamo ci sono danni da pagare. E questa è una sofferenza vera, oltre che esteticamente qualificata."Loro" invece non hanno niente di tutto questo. E, di regola, non sono neanche belli. Ragion per cui non è possibile che soffrano come noi. Basta guardare le fotografie dei funerali dei caduti americani. Scendono dai giganteschi bombardieri che hanno appena sganciato le loro bombe (se non sono gli stessi ha poca importanza) le bare coperte dalla bandiera della patria, lente, solenni. I soldati sono in alta uniforme e si muovono con grazia militaresca e triste.Ai lati delle corsie rosse e nere la folla dei parenti è composta in un suo lutto spartano e dimesso. Il dolore è filtrato dall'ordine e dalla coreografia, poiché non si deve dare impressione di debolezza, ma solo di una fredda e assoluta determinazione. La musica è quella delle nazioni civili: colta cioè, perché noi siamo la civiltà, mentre i nemici sono la barbarie. Per definizione. Noi siamo quelli che fanno la guerra controvoglia, solo per nobili motivi.Se tutto ciò che vediamo provoca dolore e tristezza, è soltanto perché abbiamo compiuto il nostro dovere contro un nemico che non rispetta la buona educazione. Un nemico che, quando riesce ad abbattere un aereo nemico, va poi alla caccia del pilota mosso da una furia selvaggia di rancore. Davvero incivili questi barbari.



    Giulietto Chiesa:
    Diario pacifista. Nessuno vuol mostrare le immagini degli iracheni uccisi
    Tratto da “La Stampa”, 24 marzo 2003

    Una manifestazione per la pace va bene, due manifestazioni per la pace vanno benissimo. Ma solo se in città diverse, o in giorni diversi. Domenica, a Roma, non è stato così. Cioè è andata male. Ma oggi è già un altro giorno. Un giorno terribile, come gli altri. Ma che ci apparirà come più terribile, perché abbiamo visto le immagini dei soldati americani morti e quelli dei piloti americani catturati.Mentre Al Jazeera ce le mostrava, con insistenza, pensavo - provando orrore - che non avevo ancora visto le immagini di soldati iracheni uccisi. Che stranezza? Non trovate? Invece è spiegabile benissimo. I morti iracheni noi non abbiamo alcun interesse a mostrarli, perché ci farebbero venire sensi di colpa (solo in alcuni, i più sensibili, altri non hanno dubbi).Gli iracheni, avrebbero interessi a mostrarli i loro morti, ma ne fanno un uso moderato per non demoralizzare le truppe. Invece i morti americani hanno interesse a mostrarli, perché pensano di demoralizzare le truppe avversarie e di far calare il "rating" di George Bush. E noi quei morti li vediamo, attraverso i nostri media, che sono vittima della coazione a ripetere. E quei morti ci appaiono "più morti" dei morti nemici. Perché sono nostri, in primo luogo. E, in secondo luogo, perché, in fondo, non pensavamo che ci sarebbero stati. Invece è accaduto.Penso all’effetto che quelle immagini crude provocheranno negli Stati Uniti. Si credeva che dei morti americani avrebbero potuto esserci, ma li si immaginava colpiti dai gas, dalle armi biologiche. Invece Saddam non ha usato quelle armi. Forse non le ha (non si capisce infatti perché, avendole, non le abbia ancora usate, visto che non ha via d’uscita).E penso all’effetto che quelle immagini stanno provocando nel mondo arabo. Gli Stati Uniti vinceranno in ogni caso, ma emerge ora, in grande evidenza, che anche loro sono "umani". Cioè fragili. E l’immenso esercito dei perdenti, che è dislocato ben oltre le frontiere dell’Iraq, ne trarrà motivo per sperare in mille rivincite.



    Giulietto Chiesa:
    I record di Bush
    Tratto da “il manifesto”,. 27 novembre 2002

    Ricordo che in altri tempi si levarono - giustificatamente - alti lai per l'introduzione della "sovranità limitata". Era il 1968 e Leonid Brezhnev chiudeva la Primavera. Allora si gridò - giustamente - contro un impero. Adesso nessuno grida, nemmeno quelli che gridarono allora. Silenzio tombale. Perché? All'apparenza tutto avviene in un clima di consenso. Piccoli paesi, appena liberati da un dominio che non avevano scelto, si affrettano, uno dietro l'altro, di corsa, con affanno, a sceglierne un altro. Ma solo i sepolcri imbiancati possono credere, o fingere di credere, che si possa scegliere la servitù con entusiasmo. In realtà tutti sanno che è stata una scelta obbligata. Troppo piccoli, in questo mondo imperiale, per poter scegliere altre vie. Aspiranti membri di un'Europa a sua volta strattonata, irresoluta, non potevano fare altro che inchinarsi agli Stati Uniti che regalavano loro l'ingresso nella Nato.In fila indiana. Romania e Bulgaria: ultimi bocconi del Patto di Varsavia che fu, deglutiti con disinvoltura come premio per essere entrati, con i loro aeroporti, nella guerra afghana. E i primi bocconi dell'ex Unione Sovietica, Lituania, Lettonia, Estonia, hanno fatto il loro ingresso reclamando subito un loro ruolo nella futura guerra contro Saddam. C'è entrato, con lo stesso entusiasmo, anche un pezzo della ex Jugoslavia, sebbene a fatica. E sapete perché? Perché spende troppo poco per la guerra. Lubiana è passata per la cruna dell'ago solo dopo aver promesso che in tre anni raggiungerà il target che la Nato gli chiedeva: cioè spenderà in armamenti il 2% del suo prodotto interno lordo.L'ultimo figliuol prodigo accolto nella grande casa di Marte è stato la Slovacchia. Ma, per entrare, ha dovuto eleggere un governo gradito agli Stati Uniti. Come ha scritto International Herald Tribune nei giorni di Praga, "gli alleati" hanno "iniettato" molto denaro nella campagna elettorale affinchè il nazionalista Meciar non potesse governare, anche se fosse finito primo - com'è avvenuto - nella conta dei voti. Il biglietto d'ingresso non lo ha staccato lui. E la sua carriera politica è finita, è solo questione di tempo. Viene in mente l'Italia del 1948 e la Jugoslavia del 2000. Tutto si decide ormai nella capitale dell'Impero. Questa Nato tutta americana è davvero un record per George Bush. Il cancelliere di Berlino e il Presidente di Parigi riluttano, ma Londra e Roma annuiscono. Il premier italiano ha addirittura cambiato in itinere lo statuto della Nato, per compiacere l'Imperatore (facente funzione, FF), annunciando che l'Italia seguirà le decisioni della Nato. Espressione priva di senso logico in quanto la Nato non vota a maggioranza e, in essa, fino a cambio ufficiale delle regole, per ora ogni paese contribuisce alla decisione. Solo l'Italia, dunque, lascerà decidere gli altri.George Primo ha accumulato in pochi mesi anche il secondo record. Il primo era stato il voto unanime con il quale il Consiglio di Sicurezza ha sanzionato, suicidandosi, che il governo dell'uso della forza non è più soggetto alla legge internazionale. Il precedente jugoslavo è stato consolidato. Allora il Consiglio di Sicurezza non autorizzò l'uso della forza e la Nato non si curò neppure di invocare la clausola della legittima difesa per attaccare. Adesso l'Imperatore (FF) teorizza addirittura la guerra preventiva, il cui solo concetto cancella tutti gli Statuti delle Nazioni Unite. La legalità è stata abolita.Si ricorda che quando Robin Cook, all'epoca cancelliere dello scacchiere, disse a Madeleine Albright di avere "qualche problema con i suoi consiglieri legali" nel decidere la guerra contro Milosevic, la signora di Praga gli rispose seccamente: "cambi i suoi legali".Furono cambiati sollecitamente. Ma Clinton, che pure parlava anche lui di "secolo americano", non era ancora diventato imperatore. C'è voluto l'11 settembre per incoronare un presidente non eletto alla carica di Imperatore (FF).Adesso, alla vigilia della guerra, l'ex ministro della Difesa americana, Caspar Weinberger, che servì con Ronald Reagan , dice che bisogna andare oltre. L'Onu, dice, bisogna eliminarla del tutto. E sostituirla con questa nuova Nato, "sostanzialmente fedele agli Stati Uniti e ai loro interessi". Dovremmo ringraziarlo per la franchezza. Più che un'anticipazione è una fedele descrizione di ciò che sta accadendo.



    Giulietto Chiesa:
    Le divisioni del Papa
    Tratto da “La Stampa”; 21 febbraio 2003

    C'è una ragione del perché il movimento italiano contro la guerra è divenuto, all'improvviso, inequivocabilmente - tanto che nessuno, proprio nessuno, ha contestato questa valutazione - maggioranza netta, schiacciante, dell'opinione pubblica italiana.Questa ragione si chiama divisioni del Papa. E', cioè, la svolta operata dalla Chiesa cattolica e la sua entrata in campo massiccia, a sostegno della pace. Svolta sostanziale, ben oltre il tradizionale, e minoritario, pacifismo cattolico di base. Che ha invece coinvolto settori decisivi delle gerarchie e del clero. Gli uni e gli altri certo spinti da un movimento inedito per dimensioni e forza, maturato nelle organizzazioni e comunità cattoliche di base e di movimento, che ha finito per contagiare anche i piani superiori.Ma non si è trattato soltanto di spinte e di pressioni dal basso. Al contrario è visibile anche, in parallelo,una scelta strategica, politica ed etica, che ricolloca la Chiesa rispetto all'intera crisi mondiale. Tanto evidente che una tale virata - perché non vi fossero equivoci sulla sua portata epocale - è stata impersonata direttamente, personalmente, dal Pontefice.Questa è anche la ragione per cui il movimento italiano contro la guerra è divenuto il più vasto in assoluto tra i movimenti europei e, quindi, il più grande del mondo.Vi sono alcuni corollari da trarre e da evidenziare subito. Il primo di questi è che attorno alle parole d'ordine di pace e contro la guerra, si è creato uno schieramento tanto possente quanto inedito. Cioè questo movimento non è più soltanto, o prevalentemente, "di sinistra". In passato era stato sempre così, adesso non più. Esso fa breccia, nettamente, in settori di opinione pubblica che mai, prima d'ora, avevano osato, o voluto, marciare insieme alla sinistra.Non solo. Questo movimento esprime spesso, in molte sue componenti non "di sinistra", posizioni più intransigenti di quelle espresse da alcuni settori della sinistra e del centro-sinistra. Non violenza ma anche intransigenza.Questo schieramento non costituisce - né c'è da attendersi possa farlo in futuro - una nuova maggioranza politica, ma mostra plasticamente il formarsi di una maggioranza "psicologica", niente affatto silenziosa, un atteggiamento etico, che scompagina tutte le precedenti, e prevalenti, rappresentazioni di un'Italia "conservatrice e di destra".E' evidente che, da questo dato nuovo non potrà più prescindere nessuno, né a destra, né a sinistra. A destra, dove Berlusconi e la sua coalizione non sono più maggioranza. A sinistra, dove l'attuale opposizione è oggi, dopo il 15 febbraio, un contenitore del tutto inadeguato a rappresentare questa nuova realtà.



    Gino Strada:
    "Questa guerra è una follia. Bush la fa per il petrolio"
    Intervista di Massimo Giannini, tratta da “la Repubblica”, 15 febbraio 2003

    Allora, ci spieghi bene qual è il messaggio forte della grande manifestazione sulla pace di oggi.Oggi milioni di persone scenderanno in piazza per dire no a questa guerra. Per esprimere il sentimento più nobile dell´umanità: no alla soppressione di vite umane, no alla trasformazione della vita umana, che cessa di essere un valore, un fine, e diventa solo un mezzo, assoggettato alle ragioni più diverse: l´economia, la politica, il potere.Insomma, pacifismo assoluto, "né con Bush né con Saddam".Sì, pacifismo assoluto. Che non ammette deroghe, che reclama il primato, sempre e comunque, della vita umana. La pace non ha colore. Non è gialla, nera o rossa. Non è né di destra né di sinistra. Io faccio il chirurgo, mi schiero sempre e solo dalla parte delle vittime.Troppo semplice, e troppo comodo. L´11 settembre non è stato forse un attacco all´America e a tutto l´Occidente? E´ oggi non è giusto porsi il problema di alcuni regimi islamici che alimentano il terrorismo internazionale?Al legame tra gli attentati dell´11 settembre e questa guerra all´Iraq non ci crede nessuno. L´Iraq di oggi, come l´Afghanistan di ieri, non è una minaccia per nessuno: né per gli Stati Uniti, né per gli alleati occidentali.Indovino dove vuole arrivare: la guerra a Saddam si fa per il petrolio.E per quale altra ragione, se no? È una scelta politica compiuta da una banda di petrolieri che vuole mettere le mani sul greggio iracheno. Le riserve petrolifere di Bagdad ammontano a 326 miliardi di barili, il 25% in più di quelle dell´Arabia saudita, principale produttore di greggio nel mondo. Le dice niente tutto questo? Le dice niente il fatto che chi decide di fare la guerra a Saddam, oggi, sono Bush junior della Harken, Dick Cheney della Hulliburton, Condoleeza Rice della Chevron, Rumsfeld della Occidentale? E a lei dicono niente gli interessi petroliferi dei Paesi pacifisti in quell´area, come la Francia con la TotaFinaElf e la Russia con la Loukoil?Nulla a che vedere. Gli americani attaccano perché vogliono fare oggi in Iraq quello che hanno fatto un anno fa in Afghanistan, dove la guerra è servita solo a far passare gli oleodotti. Non a caso oggi a Kabul governa un signore che si chiama Karzai, che prima era un impiegato al servizio degli americani della Unicall. D´altra parte non c´è da stupirsi: è normale che accada, quando la principale superpotenza mondiale è governata dai petrolieri. Non lo dico io, lo scrive Brzezinsky nel suo ultimo libro "La grande scacchiera". In una grande società multiculturale come l´America è sempre più difficile garantirsi consensi in politica estera, "se non in presenza di minaccia nemica diretta e percepita a livello di massa". È la strategia di Bush: serve creare un mostro ogni volta, magari con un bel gioco mediatico, serve a questi gangster camuffati da politici per poter dire "ci difenderemo". Oggi il mostro di turno è Saddam, e così gli fanno una guerra di aggressione.Cos´è Saddam Hussein, per Gino Strada e per i pacifisti? Una vittima dell´imperialismo americano? E le vittime che ha mietuto lui in questi anni? I quasi 3 milioni di morti che il Rais si porta sulla coscienza? I civili curdi gasati, i 70 mila massacrati tra la minoranza scita? Questo per voi è un martire o un dittatore sanguinario?Ci sono tanti dittatori sanguinari nel mondo....Se ce n´è uno in meno si starà comunque un po´ meglio, no?Sì, ma chi decide quali sono i dittatori da eliminare? Oggi dicono che Saddam è un dittatore, ma ai tempi della guerra all´Iran gli americani lo trattavano in guanti bianchi.Per questo anche oggi i pacifisti sfileranno bruciando bandiere americane e gridando slogan contro Bush, ma non sapranno dire una parola contro Saddam e contro il terrorismo di Bin Laden?Io spero che non si bruci nessuna bandiera, e che nei cortei sventolino solo le bandiere della pace. Poi certo, in un evento che coinvolge milioni di persone qualche intemperanza ci può stare. Ma io sono contro qualunque violenza. E comunque sulla parola terrorismo dobbiamo intenderci bene.Ce n´è uno buono e uno cattivo, magari?Le spiego. Terrorismo vuol dire "violenza premeditata contro civili indifesi". Lo definisce così il sito Internet della Cia. Allora le chiedo: cosa è stato l´embargo all´Iraq, con mezzo milione di bambini uccisi? Non è stata anche quella una strage di civili innocenti, secondo la definizione della Cia? Per loro ovviamente no, perché c´è terrorismo solo se la violenza la compiono i gruppi clandestini, mentre se la compiono gli Stati la chiamano "peacekeeping". Ma per me non c´è differenza.Quindi per lei l´embargo all´Iraq equivale all´attacco alle Twin Towers? Non la sfiora proprio il sospetto che quei bambini siano morti anche perché Saddam, invece di impiegare i proventi del petrolio e gli aiuti umanitari del programa Onu "Food for Oil" per dare pane e lavoro alla popolazione civile, li usa per le ville presidenziali e gli arsenali militari?Io dico che se il governo di un Paese, quello di Saddam o dei talebani fa lo stesso, ritiene più giusto spendere mille dollari in armi anziché in medicine, questa è una ragione in più per portare medicine in quel Paese. Più un governo si dimostra dittatoriale e criminale, più c´è bisogno di aiutare la popolazione civile. Seminando democrazia, non facendogli la guerra. Ma si sa, agli americani interessa il petrolio, non la democrazia.Da quello che dice mi pare di capire che per lei resta perfettamente valida l´equazione Bush=Bin Laden.Quella mia frase è stata strumentalizzata. Quello che io non accetto è che per una ragione qualsiasi, etica, politica, religiosa o economica, si possa dichiarare una guerra.Insisto: la guerra all´Occidente l´ha dichiarata il terrorismo, con gli attentati dell´11 settembre. O quelle tremila vittime, in quanto americane, valgono meno delle altre?Quell´attacco ha fatto a pezzi tremila esseri umani. Ho pianto, a Ground Zero. Ma dovete capire che l´11 settembre non è stata una dichiarazione di guerra all´Occidente. Dovete capire che cinquemila civili afgani uccisi con i bombardamenti dell´anno scorso sono la stessa cosa. Insomma, dovete capire che l´11 settembre, per la maggior parte del mondo, è stato un giorno come un altro, perché per la maggior parte del mondo l´11 settembre è ogni giorno.Accetto la provocazione. Allora mi dica perché voi pacifisti assoluti non avete mai organizzato una marcia, una sola marcia contro i massacri quotidiani in Costa d´Avorio o nello Zimbabwe, in Cina o in Cecenia. In compenso, cortei oceanici ogni volta che alza un dito il "terrorismo americano".Io parteciperei a qualunque manifestazioni in cui si lottasse contro un sopruso. Ma andiamo a vedere: quali sono i paesi che hanno compiuto atti di terrorismo in questi decenni?.È ovvio, gli Stati Uniti...Senza ironia. Non sono stati condannati dalla Corte di giustizia internazionale per i bombardamenti sulle comuni agricole in Nicaragua? Non hanno sostenuto tutti i terrorismi più oscuri ed efferati del pianeta, dal Sudamerica dei desaparecidos alla Corea, dal Vietnam al Laos ad Haiti. Sono dati di fatto, e non si possono cambiare. Com´è un dato di fatto che Bush faceva affari con Bin Laden, prima che diventasse il Male assoluto.Bush è il nuovo Hitler, lo dice persino qualche intellettuale. Lo pensa anche lei?Siamo a un passo dalla guerra mondiale e forse da una guerra nucleare. Gli Usa sono pronti ad attaccare, con o senza l´Onu. Mi pare che le analogie con Hitler siano evidenti. Basterebbe chiederlo ai 6 miliardi di cittadini del mondo: chi è secondo voi il nuovo Hitler del terzo millennio? Sarebbe un plebiscito per Bush, sono sicuro.Continua a sfuggirle un dettaglio: l´America è una grande democrazia, non una dittatura come quelle che voi troppo spesso difendete.Affermare questo è un insulto alla democrazia. Lo chieda ai cittadini americani di oggi. Lo chieda alle migliaia di desaparecidos arrestati dopo l´11 settembre, di cui non si sa più niente. Lo chieda ai prigionieri di Guantanamo.Naturalmente per voi non cambierebbe nulla se anche l´Onu autorizzasse un intervento armato contro l´Iraq?No, non cambierebbe nulla. D´altra parte, che cosa è diventata ormai l´Onu?.Ma con questa linea di delegittimazione continua delle Nazioni Unite voi non fate altro che legittimare l´unilateralismo americano.Il punto è un altro. L´Onu di oggi non ha più nulla a che vedere con la Dichiarazione universale del ´48. Oggi siamo al paradosso che l´80% delle armi vendute nel mondo sono prodotte dai primi 5 paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza. L´Onu non rappresenta più la volontà delle opinioni pubbliche del pianeta.E se ci fosse una nuova risoluzione sull´Iraq?L´Onu violerebbe il suo statuto. L´articolo 5 autorizza l´uso della forza a patto che non ci siano danni alle popolazioni civili. Peccato che in Afghanistan siano state massacrate 5 mila persone.E l´Italia che dovrebbe fare, secondo lei?L´Italia deve chiamarsi fuori da questa follia criminale. Con l´Onu o senza l´Onu, la linea deve essere: non un soldo, non un uomo, non una base aerea a questa sporca guerra. Non possiamo esser complici un´altra volta. Ancora mi vergogno di avere il passaporto di un Paese in cui il 92% del Parlamento ha votato sì ai bombardamenti in Afghanistan. Noi vogliamo la pace, la pace è un valore della Costituzione.Resta quel piccolo problema, al quale non sapete rispondere: come ci si difende dal nuovo terrorismo.Il terrorismo islamico non fa mistero sulle ragioni dei suoi attentati: questione israelo-palestinese, embargo contro l´Iraq, occupazione militare dei luoghi sacri dell´Islam. Ma nessuno di questi problemi viene affrontato.Tutta colpa di Israele, presumo.È un fatto che Israele abbia violato sistematicamente le risoluzioni dell´Onu, e che abbia trasformato Gaza in un campo di concentramento.Per questo nei cortei non dite mai una parola per condannare i kamikaze palestinesi?Quelli che mettono le bombe nelle discoteche di Tel Aviv sono terroristi. Ma lo sono come i soldati di Sharon che lanciano missili su Gaza. C´è anche un terrorismo di Stato. Ed è quello di Israele e degli Usa.Vede che alla fine torna sempre fuori questo anti-americanismo di fondo, che sembra il vero collante del movimento pacifista.Io non sono antiamericano. In questi giorni sto lavorando per costruire Emergency negli Stati Uniti. Ma se in queste occasioni ci mobilitiamo, dipende dal fatto che siamo delusi. Quell´esperimento al quale avevamo creduto anche noi, il "sogno americano", ha significato valori e speranze. Era quello di Madison, il padre della Costituzione americana che scriveva "la guerra è la peggiore nemica dell´umanità". Ma quell´esperimento è fallito. Oggi Madison non c´è più. Oggi c´è Bush. E se noi siamo così reattivi, è perché la "nuova America" fa le guerre in nome dei principi di libertà, giustizia, democrazia. Sono i principi ai quali noi stessi crediamo. E non accettiamo che siano usati per commettere tante atrocità.



    testoGino Strada:
    "Vi spiego perché la pace conviene"
    Intervista di Piero Sansonetti, tratta da “l’Unità”, 9 gennaio 2003

    Ogni tanto qualcuno dice: "io sono pacifista, ma non sono pacifista alla Gino Strada". Com’è il pacifismo di Strada? Non saprei, bisogna chiedere a loro cosa intendono. D’accordo, ma per lei cos’è il pacifismo? La scelta della pace per me è una scelta etica e politica. Si basa sui valori e sul buonsenso, sulla pratica, cioè sulle cose che ho visto nella mia vita. Io sono convinto che la guerra non sia mai un modo per risolvere i problemi ma sia un modo per ingrandirli. E che la guerra inneschi una spirale che nessuno poi riesce a spezzare. La politica internazionale dell’ultimo anno lo dimostra. Mi chiedo: dove ci porta questa spirale? Vorrei che ce lo chiedessimo tutti. La pace, secondo me, non è solo un dovere, un imperativo morale: la pace è una necessità. Se non riusciamo ad affermare un cultura di pace e una politica di pace, sono convinto che andiamo verso un’avventura il cui punto finale è l’autodistruzione. Non sono un catastrofista, non esagero: è così. L’autodistruzione è la conclusione logica della cultura della guerra. Io pongo questa domanda semplicissima: e se il conflitto tra Usa e Iraq si trasformasse in conflitto nucleare, cosa succederebbe del mondo? È un’ipotesi estrema, abbastanza irreale... No, non credo che sia irreale. Gli americani hanno già dichiarato in modo abbastanza esplicito che sono pronti a valutare l’ipotesi di usare bombe atomiche tattiche. E a quel punto non è da escludere una reazione devastante del mondo islamico fondamentalista, e l’uso di strumenti nucleari anche da parte loro. Queste sono le ragioni "politiche" del pacifismo integrale, alla "Strada". E le ragioni etiche? Sono i miei princìpi. I princìpi che nascono da quello che ho fatto in questi anni. Io lavoro per provare a salvare vite umane: sarebbe per me un controsenso essere favorevole a pratiche politiche e militari che hanno come obiettivo fondamentale quello di annientare vite umane. La mia etica nasce dalle cose che vedo. Lei non è religioso, se non sbaglio... No, da quando sono adulto non lo sono mai stato. Sono assolutamente un laico. Però il mio punto di vista etico si incontra spesso con quello di tanta gente che ha un profondo senso religioso. Oggi per esempio torno da Jesi, dove abbiamo creato un centro di "Emergency" in un istituto di monache clarisse... Faccio un’obiezione che le avranno fatto spesso. Se si esclude la guerra come "estrema ratio", se si esclude in via di principio l'uso della forza, non c’è il pericolo che il mondo cada in mano ai prepotenti? Ho già detto che le mie posizioni sono ispirate al buon senso e alle cose che vedo e che so. Non è giusto semplificarle. È del tutto evidente che se l’Italia fosse invasa da un esercito straniero che ruba, stupra, uccide e prende a mitragliate la gente, io reagirei. Mi ribellerei. Va bene? Però non mi sembra che questo scenario sia all'orizzonte, giusto? E allora perché discuterne? Discutiamo dei fatti reali, che succedono, che si profilano all’orizzonte. Il problema casomai è il seguente: come si evita che i cosiddetti "mostri" - diciamo i dittatori - salgano al potere e poi diventino potentissimi? Io credo che la risposta sia molto semplice: si evita di costruirli. Una volta che sono stati costruiti, appoggiati, coperti, foraggiati, e che questi dittatori sono diventati molto forti, certo, a quel punto è difficile liberarsene con mezzi pacifici. L’occidente, in genere, non si preoccupa di questo. Crea mostri e poi si indigna per il fatto che ci sono. Oggi tutti dicono che Saddam è uno spietato dittatore. Giustissimo. E ricordano le sue nefandezze, soprattutto lo sterminio di 5000 curdi. Benissimo. Quando avvenne lo sterminio? Nell’88. Allora le autorità americane sai come chiamavano Saddam? Lo chiamavano il presidente, ne erano amici, lo aiutavano, lo armavano. Oggi lo chiamano il dittatore. E invece chiamano presidente il signor Musharraf, il pachistano, che pure ha svariate bombe atomiche. Vedrai un giorno ci ripenseranno, si accorgeranno che è un dittatore... Recentemente lei ha detto che i paesi che fanno uso delle mine, e che le producono (quindi anche l’Italia) sono paesi che praticano il terrorismo. Le mine sono terrorismo. Mi sembra che su questo c’è poco da obiettare. Però ha anche detto che le sanzioni contro l’Iraq (cioè l’embargo) è terrorismo. Non è un’esagerazione? Le sanzioni spesso sono l’alternativa alla guerra. Sono l’unica possibilità di fare politica sul piano internazionale senza ricorrere alle armi. Non è così? E non furono giuste le sanzioni contro Mussolini, negli anni 30, o quelle contro il Sudafrica di Botha, negli anni della apartheid? Proviamo ad esaminare la questione ponendoci dal punto di vista delle persone che vivono lì. Cioè in alcuni paesi concreti, reali, dove sono in atto le sanzioni. Per esempio l’Iraq (era dell’embargo contro l’Iraq che io parlavo quando ho usato il termine terrorismo). L’embargo funziona da 12 anni. Se io e te ci chiamassimo Mohamed e avessimo un figlio, un ragazzo, malato di leucemia, e non potessimo avere le medicine che ci servono per curarlo perché così hanno deciso le nazioni dell’occidente e gli americani, e vedessimo il nostro bambino morire per questo, cosa credi che penseremmo di quelli che ci impediscono di curarlo? Penseremmo: sono terroristi. Qui da noi invece invertiamo tutte le logiche. Siamo abituati a chiamare "Opinione Pubblica" l’opinione di un gruppetto di governati e commentatori, siamo abituati a chiamare "Legalità Internazionale" la prepotenza degli stati più forti, e a chiamare "diritti umani" i nostri privilegi. Noi viviamo in una parte del mondo che ospita il 20 per cento della popolazione e consuma l’85 per cento della ricchezza, e siamo convinti che i diritti umani siano i diritti di questo 20 per cento di mantenere o aumentare le proprie ricchezze a danno degli altri... Lei non fa nessuna distinzione tra uso della forza e terrorismo? Il terrorismo è la forma moderna della guerra. È stato terrorismo l’uso dei gas in Russia, che ha ucciso gente inerme in un teatro, lo è stato l’uso del napalm, i bombardamenti contro i nicaraguensi, le bombe a Tel Aviv dei palestinesi e le rappresaglie israeliane. È terrorismo anche l’embargo contro l’Iraq. La guerra, fino al primo conflitto mondiale, produceva l’85% delle vittime tra i militari. Nella seconda guerra mondiale cambiò tutto: il 65% delle vittime fu tra i civili. Ora siamo arrivati a percentuali ancora più alte: 9 morti su dieci sono tra la popolazione civile. In Afghanistan, nei bombardamenti americani, secondo le stime più ottimiste sono morti cinquemila civili. Le vittime tra i soldati saranno state alcune decine, al massimo qualche centinaia. Noi non possiamo sapere cos’è il terrorismo. Per capirlo bisogna conoscerlo, averlo sperimentato. Quando vedi che uccidono i tuoi parenti, i tuoi vicini, e sai che non hanno fatto niente, mai un reato, mai un delitto, mai un atto di violenza, che non hanno mai tenuto in mano un fucile, allora capisci che quelli che li hanno uccisi sono terroristi. Si ma lei parla di terrorismo per l’embargo contro l’Iraq.... Un milione e mezzo di morti in dodici anni di embargo. Come dobbiamo valutarli, come opera di bene? Quando si attua una politica che uccide i civili e mantiene in vita i regimi, anzi li rafforza, cosa si sta facendo? Io sono medico, sarebbe come se decidessi di usare per il mio lavoro delle medicine che rafforzano i batteri e indeboliscono l’organismo da curare. Come mi considereresti? Un delinquente... Non mi ha risposto però all’obiezione sulle sanzioni a Mussolini o quelle a Botha... Io non sono contrario in via di principio alle sanzioni. Sono contrario alle sanzioni che uccidono la gente per bene e rafforzano i dittatori. Tutto qui. Sono favorevole, eventualmente, a sanzioni che non uccidono gli innocenti.... Conosce anche l’altra obiezione al pacifismo. Quella, diciamo così, storica: cosa sarebbe successo se le potenze europee avessero lasciato fare Hitler? Le potenze occidentali hanno lasciato fare Hitler. La guerra è scoppiata nel ‘39. Precedentemente Hitler aveva annesso l’Austria, la Renania, era entrato nelle zone smilitarizzate, aveva riarmato la Germania violando l’armistizio, aveva negli anni venti tentato un colpo di Stato, eccetera eccetera. C’erano state mille occasioni per fermarlo, ma non conveniva a nessuno. Il riarmo della Germania fu una grande affare per tutti... Dunque se Saddam è come Hitler, prima si interviene per fermarlo e meglio è. Saddam Hussein è come Hitler? Guarda, se si facesse un referendum mondiale, e si chiedesse ai sei miliardi di cittadini che popolano il mondo in chi vedono il pericolo di un nuovo Hitler, so con certezza chi vincerebbe il referendum: lo vincerebbe George W. Bush. Non è così? del resto chi è che oggi più di chiunque altro al mondo mette a rischio la sicurezza internazionale? Quel guerrafondaio, petroliere, figlio di petroliere guerrafondaio, che è George W. Bush. I paesi più pericolosi per il mondo, in questo momento sono tre: al primo posto gli Stati Uniti, al secondo Israele, al terzo la Russia. Strada, perché il pacifismo è filopalestinese? Non sarebbe giusto mettere sullo stesso piano il terrorismo palestinese e le rappresaglie di Sharon? Noi di "Emergency" mettiamo sullo stesso piano il terrorismo di frange palestinesi e quello del governo israeliano. Recentemente ci siamo offerti per realizzare un servizio di ambulanze che intervenisse sia per le vittime palestinesi che per quelle israeliane. Trattammo con l’ambasciatore di Israele a Roma, studiammo tutti i dettagli per dare al governo israeliano ogni garanzia possibile. L’autorità palestinese ha subito accettato la nostra offerta, il governo israeliano neanche ci ha risposto. Detto ciò, noi non abbiamo sposato la causa palestinese, nel senso che non abbiamo sposato i metodi di lotta che stanno usando (difendiamo invece il diritto di avere una terra, una patria e la pace). L’autorità palestinese ci ha invitato per una manifestazione di solidarietà politica: non ci siamo andati, noi non facciamo testimonianza, lavoriamo come medici per salvare delle vite. La sinistra italiana, per la prima volta nel dopoguerra, sembra finalmente unita nel no alla guerra. È un fatto importante, non crede? Io spererei che tutto il Parlamento italiano sia unito contro la guerra. La pace non è un valore di sinistra o di destra, è di tutti gli uomini. Dopodiché, vedremo cosa succederà. L’Ulivo sarà unito nel no alla guerra? Ne sarei felice. Anche se alcuni dirigenti dell’Ulivo non mi sembrano molto convinti. Fassino molte volte ha polemizzato con me... Se però, pur polemizzando, si ritrovasse nel no alla guerra... Ne sarei molto contento, figurati. Però non sono sicurissimo di come andranno le cose. Ho visto che molti dicono: " no alla guerra, a meno ché l’Onu non l’autorizzi...". Per Onu si intende Consiglio di sicurezza dell’Onu. I cinque stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza e con diritto di veto sono i produttori dell’85 per cento degli armamenti che esistono al mondo. Cioè sono quelli che alimentano i 50 conflitti attualmente aperti nel mondo (e ci guadagnano sopra). Strada, secondo lei la guerra in Iraq è inevitabile o ci sono ancora speranze di evitarla? Non credo che ci siano speranze di evitarla. Alcuni studi dicono che l'America nei prossimi diciassette anni prevede di aumentare dal 50 al 65 per cento la quota di petrolio che importa per coprire il proprio fabbisogno nazionale. Dove andrà a trovare tutto quel petrolio, e in che modo potrà controllarne il prezzo e dunque governare la propria economia? Te lo dico io: nei cinque paesi del centro-Asia, a partire dall’Afghanistan, e in Iraq che è il paese al mondo che ha più riserve petrolifere. Chi controlla i pozzi dell'Iraq (che è fuori dall’Opec) è colui che fa il prezzo del petrolio nel mondo. Per questo l’America farà la guerra. E spenderà, per fare la guerra - dicono gli esperti- non meno di 200 miliardi di dollari. Pensa che il Wto ha stimato che con 13 miliardi di dollari si può battere per un anno la fame in tutto il mondo. Vuol dire che coi soldi che si spenderanno per la guerra si fa sparire la fame per una quindicina d’anni. Gliene frega niente a nessuno? No, tutti dicono: be, la guerra... io sono contrario per carità... però l’estrema ratio....". Mentono: non è l'estrema ratio, è la prima scelta. E sai perché? Perché la politica oggi, in molti paesi, è nelle mani di gruppi di gangster.



    Giulietto Chiesa intervista Gino Strada
    Tratto da “la Stampa”, 18 febbraio 2003

    Si era detto da più parti che il mondo non sarebbe stato più lo stesso dopo l'11 settembre. E dopo il 15 febbraio delle manifestazioni pacifiste in tutto il mondo? Penso che il 15 febbraio sia un giorno della stessa grandezza dell´11 settembre, in senso positivo. Quello fu una tragedia, questo è una speranza. E penso che dovremmo esserne tutti contenti. Penso che resterà come una data fondamentale per l'Europa, sempre che ce ne sia una. Si era creato un buco enorme nella democrazia europea, un vuoto tra rappresentanti e rappresentati. Adesso l'Europa dei poteri è divisa in due, ma il vallo tra la politica e l'opinione pubblica europea si è ridotto. E' un grande evento. E vedremo che cosa succederà ora, per esempio in quella dependance della Casa Bianca che è il governo britannico, dopo l'immensa manifestazione di Londra. Che cosa vuoi che succeda: Tony Blair andrà in guerra, come ha promesso. Anche lui, come Berlusconi, è stato eletto dal popolo, e ritiene di essere in diritto di prendere le decisioni che vuole. Mi domando qual è il contenuto di questo contenitore democratico. Se Erode fosse stato regolarmente eletto, forse che la strage degl'innocenti sarebbe stata legittima? Forse che abbiamo considerato legittimo quello che ha fatto Hitler? Eppure anche lui era stato eletto dal popolo. Allora la questione è questa: se l'80% dei cittadini di un Paese dice che è contrario alla guerra, ha diritto il governo di quel Paese di ignorare la loro volontà? Io dico che, se lo facesse, violerebbe le regole democratiche. Eppure i segni del dibattito politico in Italia dicono che un cambio di direzione del governo non è all'orizzonte. Io penso, al contrario, che il 15 ha impresso una direzione obbligata. Andare in guerra in queste condizioni di sentimento popolare significa progettare consapevolmente uno scontro sociale di vaste proporzioni. Non credo che possano farlo. Piuttosto dovrebbero prendere atto e andare a contarsi. Facciamo un po' di conti. Il governo una maggioranza in Parlamento ce l'ha. E l'opposizione non è molto unita, e neanche molto ferma su una posizione definita. E allora? E io ripeto che, con una sinistra unita o divisa, il Parlamento non può andare contro la maggioranza del Paese. Quando andammo a votare nessuno, né a sinistra, né a destra, ci disse che avrebbe violato la Costituzione. Nessuno ci comunicò di ritenere che l'articolo 11 della Costituzione lo considerava non una norma tassativa, ma solo come un consiglio, di quelli che si possono seguire oppure no. Se hanno cambiato idea cammin facendo, allora prendano atto che sono in rotta di collisione con la maggioranza del Paese, e si torni a votare. So bene che la Costituzione è stata offesa già due volte negli ultimi tempi, una volta dal centro sinistra e l'altra dal centro destra, ma in entrambi i casi si è trattato di una grave violazione della norma, di un atto illegale. Adesso non si chiede loro niente di rivoluzionario. Che rispettino la legge e non portino l'Italia in una guerra di aggressione. Anche il Papa, che rivoluzionario non è, la considera tale. Ma come valuti quei politici che ora marciano per la pace dopo aver votato per la guerra? Se c'è qualcuno che finalmente ha capito e ha fatto un percorso verso la pace, ben venga. Tra l'altro non è neanche vero, come ha detto sarcasticamente qualcuno del governo, che è più facile affrontare la guerra stando all'opposizione che al governo. In realtà anche dal governo si potrebbe provare a immaginare la pace. Basterebbe farlo e già avremmo evitato una guerra inutile. Lo schieramento di pace è questa volta così vasto che non dovrebbe essere difficile trovarci compagnia. Boselli ha detto che non voterà una mozione dove ci sia scritto che l'Italia non deve dare una sola base, e nemmeno un uomo. Che lo dichiari forte, così i pochi cittadini che lo hanno votato sapranno con chi hanno a che fare. Sei diventato il bersaglio preferito di tutto lo schieramento bellicista. Che cosa rispondere a Ferrara, che dice che i pacifisti negano giustizia alle vittime delle Twin Towers e alle vittime israeliane del terrorismo palestinese? Dico che questo non è un ragionamento. E' un prodotto della cistifellea. Per me tutti gli esseri umani hanno diritto allo stesso rispetto. Un morto innocente a New York vale esattamente un morto a Kabul. Questa gente ha un tarlo nel cervello, secondo cui loro valgono meno e noi valiamo di più, molto di più. Le tremila vittime di New York sono per me parte di un´immensa tragedia, vittime della stessa follia che ne ha prodotto milioni negli ultimi trent'anni. Gli ottomila morti civili della guerra dell'Occidente contro l'Afghanistan sono la risposta barbara alla barbarie. L'altra scemenza è l'accusa di anti-americanismo. Il "New York Times" ha pubblicato recentemente i risultati di un sondaggio, dal quale emerge che la maggioranza degli americani pensa che questa Amministrazione rappresenti il pericolo maggiore per la pace mondiale. Tutti anti-americani questi americani? Ma c'è sempre chi ti accusa di non parlare mai del terrorismo, o addirittura di avere equiparato Bush a Osama, o a Hitler. E poi la tesi che risuona obbligatoriamente è che non si può essere pacifisti a senso unico. Come si fa a sedersi allo stesso tavolo con gente che ti vuole uccidere? Rispondano loro a questa domanda: perché esiste il terrorismo islamico? Intanto, come vedi, ci mettono l'aggettivo islamico, perché se lo togliessero resterebbe la nuda parola terrorismo. E questo terrorismo di Stato gli Stati Uniti l'hanno praticato sistematicamente negli scorsi decenni, provocando centinaia di migliaia di vittime. Basta ricordare Indonesia, Nicaragua e Cile. Per quanto concerne le cause non c'è niente da inventare. E' dal 1993 che i terroristi lo proclamano e lo ripetono. Il terrorismo islamico ha tre radici molto chiare e visibili: la questione israelo-palestinese; l'embargo contro il popolo iracheno; le basi militari americane sul territorio sacro all'Islam. Ciascuna di queste tre radici poteva essere estirpata o sanata se gli Stati Uniti avessero voluto. Gradualmente, pacificamente, politicamente. Molto dolore sarebbe stato risparmiato. Ma nulla è stato fatto. Al contrario, quelle radici sono state ingigantite con la prepotenza e l'offesa ai sentimenti e agl'interessi altrui. La svolta non è avvenuta l'11 settembre. Tutto diventò visibile nel 1993, quando la guerra santa contro gl'infedeli comunisti, organizzata e finanziata dagli Usa, si ritorse contro di loro. E´ di lì che bisogna partire, secondo te, per trovare le radici del terrorismo islamico. E tuttavia un evento come l´11 settembre non si può capire. La guerra tra estremismo islamico e interessi petroliferi Usa cominciò nel 1993 con il primo tentativo, fallito, di abbattere le due torri. Ma la leadership americana non fece nulla per prevenire gli sviluppi. E non lo fece perché non voleva ridurre il tasso di profitto che ricavava da quelle tre radici di cui sopra. Ma, in ogni caso, che c'entra l'Iraq con tutto questo? Dove sono le prove dei legami tra Al Qaeda e Saddam Hussein? Gli Stati Uniti si apprestano a occupare un altro Paese dichiarando al mondo che vanno a liberarlo. Di nuovo come in Afghanistan, dove il presidente in carica è un ex impiegato dell´impresa petrolifera americana Unocal, quella che contribuì all'ascesa al potere dei taleban per costruire un oleodotto. Il fatto è che per mantenere nel mondo l'attuale mostruoso divario nella distribuzione e nell'uso delle risorse e delle ricchezze, la giunta petrolifera che guida gli Stati Uniti ritiene che sia indispensabile l'uso della forza. Temo che la userà. Non lo so. Un mese fa ne ero sicuro anch'io, adesso non più. Intanto è successo un miracolo che non ritenevo possibile. Anche negli Stati Uniti c'è oggi un grande movimento per la pace. Anche questi sono tutti anti-americani secondo il metro di certi nostri commentatori "americani". Per quanto riguarda l'Italia, oggi penso che sia possibile tenerla fuori da questa guerra insensata. E, se così fosse, anche la grande macchina di guerra che Bush e i suoi hanno messo in piedi potrebbe essere seriamente inceppata.



    David Means
    Credo che il dovere di uno scrittore, o di un'artista, sia quello di descrivere la condizione umana, di scavare nella verità, e nel mistero, di quello che sono gli esseri umani. Ma questo è un compito senza fine, e può assumere mille forme diverse. Certo, sono convinto che se uno è contrario a questa guerra debba far sentire la propria voce. Esistono delle forze, qui in America, che vogliono reprimere la libertà di parola, sottomettere la gente onesta, toglierci i diritti che ci vengono garantiti dalla costituzione. Il Patriot Act, che è stato appena firmato, ci sta già portando via una parte di quella libertà. Ma in questo Paese la vera repressione è quella nascosta, strisciante e ingannevole. Tanto per cominciare, tutta la nostra cultura è ormai basata sul consumo: la forma principale di hobby o di divertimento per molti americani è andare al centro commerciale, fare spese e pensare alla prossima cosa da comprarsi. Non che io sia contrario a spendere soldi: mi piace la merce di qualità, come a chiunque altro, ma quando il consumismo diventa l'elemento fondamentale della cultura di popolo è un altro discorso. Per quanto mi riguarda, ho partecipato a una fiaccolata per la pace qui a Nyack subito prima della guerra, con i miei due bambini - sono gemelli - e abbiamo marciato in assoluto silenzio e poi ci siamo fermati tutti in un punto, eravamo circa quattrocento. Dall'altra parte della strada un testa di cazzo ha cominciato a gridarci insulti e oscenità. Poi ha urlato: "E come la mettiamo con l'11 settembre? Quelli sono morti per voi, stronzi!" Mi ha fatto veramente imbestialire. L'11 settembre era morta anche parecchia gente di Nyack, compreso un padre di due figli che abitava proprio accanto a casa mia. Insomma, a dirla tutta, avevo una gran voglia di andare da quel tizio e dargliele di santa ragione. Avrei voluto mollargli un cazzotto in faccia. Pensavo: Quella gente non è morta per un bel niente, si sono alzati la mattina, sono andati al lavoro e sono stati uccisi in una situazione assurda. La rabbia che provavo era completamente all'opposto della pace ma era un'emozione reale e onesta. Ma sono stato tenuto a freno dalla folla in mezzo a cui mi trovavo, dal fatto che ero sotto gli occhi dei miei figli e dalla consapevolezza che la scelta più sensata, in quel momento, fosse evitare la violenza. Comunque sia: sono profondamente contrario alla guerra, anche se devo dire che, adesso che è cominciata, e che c'è gente che muore da una parte e dall'altra, spero che almeno il mondo alla fine sia un posto migliore: la maggior parte degli americani sono di fatto persone dallo spirito positivo, che credono che ogni problema si possa risolvere. Questo è stato un enorme passo falso da parte del nostro Paese, ma sono convinto che molti americani vogliano che il mondo sia un posto migliore e abbiano sinceramente a cuore la sorte dell'Iraq. Quello che si dimenticano, però, è che la guerra significa sempre follia e morte. © minimumfax.com, 2003



    Harold Pinter:
    resistere agli Usa
    Alla vigilia del conflitto in Iraq, Harold Pinter (qui il suo sito ufficale), uno dei più prestigiosi autori inglesi del nostro tempo, ha tenuto un discorso alla House of Commons Speech. Più trascorrono le ore, più questo appello alla resistenza diventa potente e irrinunciabile. Harold Pinter è nato nel 1930. Ha rivoluzionato il teatro contemporaneo borghese con un'attività drammaturgica che lo ha spinto, a più riprese, nel novero dei candidabili al Nobel. I suoi lavori, da The Room ('57) al celeberrimo The Caretaker ('60), da Monologue ('73) a No Man's Land ('75), insieme alle sceneggiature cinematografiche (L'ultimo tycoon di Elia Kazan e La donna del tenente francese di Karel Reisz, tra gli altri) ne fanno una delle voci più insigni della cultura anglosassone oggi. Pinter si spende con forte impegno civile, che data dal colpo di Stato con cui Pinochet e la Cia presero il controllo del Cile, assassinando il legittimo presidente Salvador Allende.
    Appello contro la guerra
    di Harold Pinter

    Una delle immagini più nauseanti del 2002 è quella del Primo Ministro Tony Blair che si inginocchia in chiesa, il giorno di Natale, pregando per la pace sulla terra e per il bene dell'umanità. Nello stesso preciso momento Blair si preparava a partecipare e contribuire al massacro di migliaia di innocenti in Iraq. Per parte mia, sono stato interpellato sulla protesta contro l'ambasciata americana in Inghilterra - laddove si definiva l'Amministrazione Bush "un animale selvaggio assetato di sangue". Il mio laconico contributo è stato: date un occhio alla faccia di Donald Rumsfeld e il caso è chiuso. Sono dell'opinione che un atto bellico del genere non sia semplicemnte tacciabile di criminalità, perversione e barbarie - ravvedo in esso anche una forma di gioia nella distruzione. Il Potere, come spesso è stato sottolineato, è un grande afrodisiaco così come, almeno dalle apparenze, anche la morte altrui. Gli americani si garantiscono il cosiddetto appoggio della 'comunità internazionale' attraverso varie modalità di fuoco protetto, esploso a mo' di intimidazione: condizionamento, corruttela, ricatto, mistificazione. La cosiddetta 'comunità internazionale' si è trasformata via via in un'entità degradata, totalmente dedita a legittimare e appoggiare un'istituzione militarizzata completamente fuori controllo. Quanto all'Inghilterra, ciò che appare più deprecabile di ogni altra cosa è il fatto che essa pretenda di stare a fianco alla pari il suo grande alleato americano - quando invece viene trattata alla stregua di un cane indocilito a forza di percosse, esattamente come gli altri Paesi. Siamo umiliati, disonorati e messi in gravissimo pericolo dal comportamento servile senza riserve che il nostro governo ha adottato nei confronti degli Stati Uniti. Questa guerra che hanno pianificato può ottenere soltanto esiti come: il collasso di quanto rimane in piedi del sistema di infrastrutture in Iraq, la morte di massa, mutilazione e malattia, un milione circa di potenziali profughi, un'incontrollabile escalation di violenza in tutto il mondo. E tuttavia continuano a mascherarla come 'crociata morale', 'guerra giusta', un conflitto scatenato dalle 'democrazie in nome della libertà', al fine di portare 'democrazia' in Iraq. Il puzzo di ipocrisia è soffocante. Questa mascherata è un bel raccontino che dovrebbe coprire l'invasione di uno Stato sovrano, l'occupazione militare dello stesso e il controllo dei giacimenti petroliferi. Noi abbiamo un compito irrinunciabile e chiaro: resistere a tutto questo. Pubblicato da giuseppe genna at Marzo 31, 2003 06:13 AM www.carmillaonline.com



    Henry Miller:
    da "una tortura silenziosa"
    Nei prossimi mesi minimum fax pubblicherà una raccolta di saggi di Henry Miller sulla scrittura con il titolo Una tortura deliziosa. Pagine sull'arte di scrivere. In questa anticipazione riportiamo alcuni stralci tratti dal capitolo Scrittura e oscenità, in cui Miller - le cui opere furono per anni censurate - sottolinea con forza che la vera oscenità perpetrata dall'essere umano è la guerra.

    Parlare della natura e del senso dell'oscenità non è affatto meno difficile che parlare di Dio. Fintanto che ho messo il naso negli studi consacrati all'argomento non avrei potuto immaginare la palude in cui mi stavo avventurando. [...] Accusato d'adoperare un linguaggio osceno più spesso e più abbondantemente di qualunque altro autore di lingua inglese ad oggi vivente, i miei punti di vista sull'argomento possono essere interessanti. Dopo la pubblicazione di Tropico del cancro, nel '34 a Parigi, ho ricevuto centinaia di lettere di lettori d'ogni Paese, da uomini e donne d'ogni età e condizione, e nell'insieme erano messaggi di felicitazioni. Molti di quelli che denunciarono il libro a motivo del suo linguaggio sboccato confessarono dell'ammirazione su altri pani. Pochissimi, proprio pochissimi, gli rimproverarono di essere noioso o scritto male. Il libro continua a vendersi regolarmente "sotto banco" e si continua a parlarne, benché pubblicato da più di dieci anni e prontamente vietato in tutti i paesi anglosassoni. Il solo effetto che la censura ha avuto sulla diffusione è stato di farlo circolare di nascosto, limitando così la vendita ma assicurandogli la miglior pubblicità: il passaparola. [...] In questo periodo transitorio di guerre mondiali che può durare un secolo o due, l'arte ha tutte le possibilità per diventare sempre meno importante. Un mondo lacerato da indescrivibili sommosse, un mondo preuccapato di trasformazioni sociali e politiche, ha meno tempo ed energia per la creazione o l'apprezzamento delle opere d'arte. Il politico, il soldato, l'industriale, il tecnico, insomma tutti coloro che rispondono al bisogno immediato di comfort, a passioni, a pregiudizi transitori e illusori, avranno la precedenza sull'artista. Le invenzioni più poetiche, saranno quelle che potranno serivere ai fini più distruttivi. La poesia stessa sarà scritta in termini di esplosivi gas asfissianti, l'oscenità si esprimerà in tecniche di autodistruzione quasi inconcepibili, che il genio inventivo dell'uomo sarà costretto ad adottare. La rivolta e il disgusto che spiriti profetici nel mondo dell'arte hanno ispirato, per aver visto un mondo in divenire, troverà giustificazione negli anni futuri, man mano che questi sogni si realizzeranno. L'abisso che si scava tra l'arte e la vita - col divenire l'arte sempre più sensazionale e inintelligibile, e la vita sempre più smorta e disperata è stato trattato fino alla nausea. La guerra, colossale e sinistra com'è, non ha potuto sollevare una passione al livello della sua ampiezza e del suo significato. L'ardore dei greci e degli spagnoli era tale da confondere il mondo moderno. L'ammirazione e l'orrore che sollevò la loro lotta feroce fu rivelatrice. Li prendevamo per pazzi ed eroi, quasi già credevamo che una tale follia, un tale eroismo non esistessero più. Ma ciò che ci colpisce come "osceno", come insensato più che folle, è il carattere di prodigioso macchinismo di questa guerra condotta dalla grandi Nazioni. E' una guerra materialista, una guerra dove la statistica prevale, una guerra dove la vittoria è calcolata freddamente e pazientemente sulla base di più grandi e migliori risorse. Nella guerra che fecero gli spagnoli e i greci non soltanto c'era un elemento di disperazione circa l'esito immediato, ma, per così dire, diperazione circa l'esito eterno. Eppure si batterono con le unghie e con i denti e si batteranno ancora e poi ancora, sempre con disperazione e sempre gloriosamente, perché sempre con passione. Quanto alle grandi potenze che si avvinghiano in una lotta mortale, si capisce che sono solo sul punto di prepararsi per un'altra possibilità, in vista di una vittoria eterna, che è una perfetta illusione. Qualunque sia l'esito, si capisce che la vita non sarà mutata radicalmente, ma a un grado che la farà solo rassomigliare di più a ciò che essa era prima che cominciasse il conflitto. Questa guerra ha tutte le qualità masturbatorie di un combattimento tra incorreggibili recidivi. Se insisto sui lati osceni della guerra moderna non è solo perché io sia contro la guerra, ma perché c'è nelle emozioni ambigue che ispira, un elemento che mi permette di afferrare meglio la natura dell'oscenità. Sento che nulla sarebbe considerato osceno se gli uomini andassero fino al fondo dei loro segreti desideri. Ciò che un uomo teme di più è d'essere messo di fronte alla manifestazione, in parole o atti, di ciò che ha rifiutato di vivere, di ciò che ha soffocato, o rifiutato nel suo inconscio, come ora si dice. Le qualità sordide imputate al nemico sono sempre quelle che noi sappiamo nostre, di conseguenza siamo pronti a uccidere, perché dobbiamo proiettarle su altri per misurarne l'enormità e l'orrore. www.minimumfax.com



    In diretta dagli USA: Moore, Lipsyte, Moody...
    In questa pagina diamo spazio all'indignazione degli scrittori statunitensi nei confronti del proprio attuale governo. Alcuni dei nostri autori americani ci hanno scritto: qui di seguito trovate due lettere che Sam Lipsyte e Rick Moody (tra gli autori dell'antologia Burned Children of America) hanno inviato a Marco Cassini. In più una testimonianza di un'amica di Rick Moody che ha partecipato alla manifestazione di New York del 15 febbraio e ha rivelato quello che non è stato detto dai media... E ultima arrivata, una lettera di Michael Moore al presidente Bush, due giorni prima dello scoppio della guerra.
    17 marzo 2002

    Caro Governatore Bush, quindi oggi è quello che tu chiami “il momento della verità”, il giorno in cui “la Francia e il resto del mondo devono mettere le carte in tavola”. Sono felice che questo giorno sia finalmente arrivato. Perché, devo dirtelo, essendo sopravvissuto a 440 giorni delle tue menzogne e cospirazioni, non ero sicuro di poter resistere ancora. Quindi sono felice che oggi sia il Giorno della Verità, perché ho alcune verità che mi piacerebbe condividere con te: 1. Virtualmente non c’è NESSUNO in America (esclusi alcuni pazzi che parlano alla radio e Fox News) che sia entusiasta di andare in guerra. Credimi su questo punto. Esci dalla Casa Bianca, scendi in qualsiasi strada d’America e prova a trovare cinque persone che siano DESIDEROSE di voler uccidere gli iracheni. NON LI TROVERAI! Perché? Perché NESSUN iracheno è mai venuto qui a uccidere qualcuno di noi! Nessun iracheno ha mai minacciato di farlo. Perché vedi, questo è il modo in cui pensiamo noi Americani medi: se qualcosa o qualcuno non è percepito come una minaccia per le nostre vite, allora, che tu ci creda o no, noi non lo vogliamo uccidere! Buffo no, come funziona? 2. La maggioranza degli Americani – quelli che non ti hanno mai eletto – non si fanno ingannare dalla tua scusa delle armi di distruzione di massa. Siamo consapevoli dei problemi reali che riguardano le nostre vite , e nessuno di questi inizia per I e finisce per Q. Ecco cosa è per noi una minaccia: due milioni e mezzo di licenziamenti da quando hai preso il mandato, il mercato delle azioni che è diventato un gioco crudele, nessuno che sa se i propri fondi pensione ci saranno ancora , la benzina che costa ora più di un euro a litro, e la lista continua. Bombardare l’Iraq non farà in modo che nessuna di queste minacce scompaia. 3. Come ha detto Bill Maher la settimana scorsa, quanto schifo devi fare per perdere in una gara di popolarità contro Saddam Hussein? Il mondo intero è contro di te Signor Bush. E nel mondo includi anche i tuoi amici Americani. 4. Il Papa ha detto che questa guerra è sbagliata, che è PECCATO. Il Papa! Ma addirittura, le Dixie Chicks (gruppo di cantanti folk americane, n.d.t) adesso sono contro di te! A che punto bisogna arrivare prima che tu ti renda conto che sei un esercito di UNO in questa guerra? Certo, questa è una guerra che tu non devi combattere personalmente. Come quando hai disertato mentre i poveri venivano mandati in Vietnam al tuo posto. 5. Dei 535 membri del Congresso, solo UNO (il Senatore Johnson del Sud Dakota) ha un figlio o una figlia nelle forze armate! Se davvero vuoi sostenere l’America manda adesso le tue figlie gemelle in Kuwait con addosso le loro tute speciali per la guerra chimica. E fai in modo che ogni membro del congresso con un figlio in età militare sacrifichi il proprio ragazzo per questo sforzo bellico. Che cosa hai detto? Non CREDI? Be’, indovina un po’, neanche noi! 6. Infine, amiamo i Francesi. D’accordo, hanno fatto dei giganteschi casini. Sì, alcuni di loro possono essere terribilmente irritanti. Ma hai dimenticato che questo Paese non si sarebbe neanche chiamato America se non fosse stato per i francesi? Che è stato il loro aiuto nella guerra d’Indipendenza che ha vinto per noi? Che è stata la Francia che ci ha dato la Statua della Libertà, un uomo Francese che ha costruito la Chevrolet e un paio di fratelli francesi che hanno inventato il cinema? E ora stanno facendo quello che solo un buon amico può fare, cioè dirti la verità su di te, direttamente, senza bugie. Smetti di prendertela con i francesi e ringraziali di essersi comportati bene per una volta. Sai, dovresti aver viaggiato di più (tipo una volta) prima di smettere. La tua ignoranza del mondo non ti ha solo fatto sembrare stupido, ma ti ha lasciato in un angolo dal quale non sai come uscire. Bene, rallegrati, C’È una buona notizia. Se andrai avanti con questa guerra, molto probabilmente durerà poco perché non credo che ci siano tantissimi Iracheni disposti a dare la vita per proteggere Saddam Hussein. Dopo che avrai “vinto” la guerra potrai godere di un grande successo nei sondaggi sulla tua popolarità perché tutti amano un vincitore e a chi non piace vedere una bella sculacciata ogni tanto (specialmente quando chi la prende è un culo terzo mondo). E come per l’Afghanistan, ci dimenticheremo di cosa succede a un paese dopo che l’abbiamo bombardato semplicemente perché è troppo complicato! Allora metticela tutta per vincere questa guerra buona per le elezioni del prossimo anno. Certo la strada è ancora lunga e ci sarà da farsi delle grasse risate mentre guardiamo l’economia finire nel cesso! Ma, chissà, forse troverai Osama qualche giorno prima delle elezioni! Dài, prova a pensare positivo! Tieni accesa la speranza! Uccidi gli iracheni, hanno il tuo petrolio! Tuo, Michael Moore (copyright www.michaelmoore.com, 2003) *** Caro Marco, domani parto per l’Australia per sposarmi. Starò via solo qualche settimana ma mi chiedo in che tipo di paese tornerò. Se le cose rimangono come sono state negli ultimi tempi, non sarà più il paese nel quale sono cresciuto, che, nonostante i suoi ovvi e non-tanto-ovvi errori (e sono tanti e orribili), è rimasto perlomeno attaccato fino a un certo punto a una qulache nozione di libertà, giustizia, democrazia. Un mio amico si sta sforzando di tirar fuori uno slogan per il suo striscione per la manifestazione. Il suo ultimo è questo: “Ha chiamato Tom Jefferson, rivuole la sua repubblica”. Non avrei potuto dire di meglio. Gli americani devono affrontare il fatto che stiamo per diventare gli aggressori in una guerra ingiusta. Il nostro governo sta per uccidere centinaia di civili e il risultato sarà probabilmente più instabilità e più dolore per milioni di persone, americani inclusi. L’amministrazione Bush va fermata altrimenti il sogno americano morirà definitivamente. La tirannia regnerà. Servirà un’invasione franco-tedesca e una risoluzione di pace delle Nazioni Unite per liberarci e anche allora sarà troppo tardi per ricostruirlo. Gli americani stessi devono cercare di fermare questa follia. Dobbiamo rendere vera quella che forse è sempre stata una bugia, ma bella e piena di speranza. Tuo, Sam Lipsyte *** Il nostro governo è immorale, illogico e incoerente. Questa guerra imminente è immorale illogica e i princìpi su cui si basa sono contraddittori. Donald Rumsfeld se non è già un criminale di guerra lo sarà presto. George W. Bush è un inetto, non è stato eletto e non ha basi per intervenire in Medio Oriente. La sua è la presidenza più terrificante, più minacciosa dopo quella Ronald Raegan. La sua presidenza è, in effetti, peggiore di quella di Reagan. Bush non sostiene la libertà, ma è un fautore di principi fascisti come la sicurezza assoluta, l’obbedienza cieca all’autorità e l’uso della forza. La sua teologia è fallimentare e basata su interpretazioni erronee. Il suo mandato politico è la diretta emanazione di un potere economico incontrollato e lui non prova niente, nessuna compassione per nessun uomo o donna eccetto forse per Kenneth Lay della ormai defunta Enron. È uno spietato bugiardo e gli uomini del suo esecutivo, Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz e altri sono addirittura più crudeli di lui. Per quanto Bush non abbia ancora perpetrato attacchi chimici sul suo stesso popolo (il fatto di chi attacca chi è comunque da discutere) in ogni altro aspetto è dispotico esattamente come Saddam Hussein tanto che questa guerra imminente nasce unicamente da un impulso di rabbia filiale e da un narcisismo di pochissimo differente da quello di Saddam. Per queste ragioni e per assicurarsi un accesso sicuro al petrolio del medio Oriente migliaia di persone stanno per essere uccise. Quando qualsiasi governo fa appello alla sicurezza personale bisogna sempre iniziare a tremare di paura. Perché è l’inizio della fine dei diritti. Il governo più pericoloso del pianeta, nessuno eccettuato, è quello degli Stati Uniti d’America. Il Governo Americano ha creato l’ambiente nel quale hanno prosperato gli Khmer rossi, il Governo Americano ha creato l’ambiente nel quale hanno prosperato gli squadroni della morte in America centrale, il Governo Americano ha creato l’ambiente nel quale hanno prosperato i talebani, Il Governo Americano ha appoggiato l’Iraq nella guerra Iran/Iraq. Essere americani, questo è il punto, è essere omicidi. La sola posizione morale ragionevole, e credo sia chiaro a questo punto che G. W. Bush non legge molto di frequente la Bibbia, è quella di opporsi a qualsiasi omicidio e a qualsiasi guerra, in ogni circostanza. Rick Moody *** La verità sul 15 febbraio Okay, sono un po’ arrabbiata per la mancanza di una reale copertura mediatica sulla marcia per la pace del 15 febbraio a New York. So che molti di voi c’erano quindi ciò che sto scrivendo potrebbe essere cosa già nota. Ma nel caso in cui non foste stati nei pressi della polizia, nei “punti caldi”, invio questa e-mail perché la gente sappia che cosa è successo. Perché se questo può essere un minimo indicatore, gli Stati Uniti stanno diventando una dittatura e siamo sulla strada per diventare uno stato fascista. Forse sono melodrammatica. Ma da un altro punto di vista forse no. Centinaia di migliaia di noi hanno cercato di andare alla marcia e non gli è stato permesso. Le strade destinate al percorso della marcia erano barricate per miglia e miglia. La polizia ha usato spray al peperoncino sulla folla. Colpivano la gente e la buttavano a terra. La gente stava seduta per le strade per una protesta pacifica e la polizia tentava di calpestare la folla con i cavalli. Oltre cento persone sono state trascinate via e arrestate. Ho visto le notizie delle violenze in Turchia e in Grecia, ma pochissime notizie di quello che è successo a New York. Dobbiamo diffondere la verità: probabilmente c’era mezzo milione di persone a New York che ha provato a manifestare contro l’imminente guerra in Iraq. Tanya (Traduzioni di Lorenza Pieri) www.minimumfax.com



    Horace Plume contro Geprge W. Bush
    L’autore di Ohio Iowa Wyoming scrive un mantra contro il suo presidente.
    Di Horace Plume si sa poco o niente, come da tradizione per molti scrittori pop o postmoderni. A dodici anni viveva di sicuro a Cheyenne, Wyoming, ma dopo l’iscrizione a un college liberale del New Hampshire, di lui si perdono le tracce. Il suo nome, però, è stampato a caratteri cubitali sul romanzo-culto della narrativa Usa targata 2002: un poderoso volume intitolato Ohio Iowa Wyoming che può essere descritto come un lungo viaggio in acido attraverso il Midwest americano, un impossibile incrocio tra John Fante, Raymond Carver e Thomas Pynchon. In attesa che qualche editore italiano si assicuri i diritti del capolavoro del giovane Plume, potete ascoltare qualche estratto tradotto quasi clandestinamente da Gaetano Cappa e Marco Drago durante il programma «Razione K», in onda ogni sabato alle 9,30 su RadioTre. Sul web a questa pagina. Per esprimere il suo dissenso alla campagna di guerra che il presidente George W. Bush ha iniziato il 20 marzo scorso, Horace Plume ha scritto una poesia. minimum fax ha ottenuto il permesso di pubblicarla prima di tutti sul suo speciale e così eccola qua.

    I DID NOT by Horace Plume traduzione di Cappa/Drago per Razione K/minimum fax

    I did not see the sun go down
    behind the oil wells
    down in Texas

    I did not see my father
    declare war to the
    Persians in the winter
    sun of Washington D. C.

    I did not grow up a
    governor as a brother,
    my brother is a cast-out
    who drinks and lives
    begging

    I did not have a white-
    haired mother who
    talked about China and
    European silverware

    I did not discover I loved
    the American people
    only after I became a
    politician

    I did not wear boots and
    Stetsons to flatter the
    worst part of America

    I did not win the
    elections for one vote
    only

    I did not bring bad luck
    to my country, never

    I did not count war
    casualties, dozens of
    them, hundreds of them,
    thousands of them

    I did not leave Israel and
    Palestine by themselves,
    stuck in a problem
    bigger than themselves

    I did not invade foreign
    countries against
    everybody’s will

    I did not say that the
    forces of good will beat
    the forces of evil, it
    sounds bullshit to me

    I did not call “polonians”
    the Polish, live on TV

    I did not have problems
    with booze and coke.
    Never.

    I did not have hidden
    prompters to fill my
    lacks

    I did not have sexual
    relations with that
    woman, miss Lewinsky


    Non ho visto il sole
    tramontare dietro i pozzi
    di petrolio giù nel Texas

    Non ho visto mio padre
    dichiarare guerra ai
    persiani sotto il sole
    invernale di Washington DC

    Non sono cresciuto con
    un fratello governatore,
    mio fratello è un
    disadattato che beve e
    vive di elemosine

    Non ho avuto una madre
    dai capelli candidi che
    parlava di porcellana e di
    argenteria europea

    Non ho scoperto di
    amare il popolo
    americano soltanto dopo
    aver scelto di fare il
    politico

    Non ho indossato stivali
    e cappelli da cowboy per
    far colpo sulla parte
    peggiore dell’America

    Non ho vinto le elezioni
    per un solo voto

    Non ho portato sfortuna
    al mio paese

    Non ho contato i morti di
    guerra a decine, a
    centinaia, a migliaia

    Non ho lasciato Israele e
    la Palestina da sole
    dentro un problema più
    grande di loro

    Non ho invaso un paese
    straniero contro la
    volontà di tutti

    Non ho detto che le forze
    del bene sconfiggeranno
    le forze del male, mi
    sembra una gran
    stronzata

    Non ho chiamato
    “poloniani” i polacchi in
    diretta tv

    Non ho avuto problemi
    con la bumba e con la
    bamba, mai.

    Non ho avuto suggeritori
    occulti che ovviassero
    alle mie lacune

    Non ho avuto rapporti
    sessuali con quella
    donna, la signorina
    Lewinsky.



    WAR

    war, war, war
    the yellow monster,
    the eater of mind
    and body.
    war,
    the indescribable,
    tne pleasure of
    the mad,
    the final argument
    of
    ungrown men.

    does it belong?

    do we?

    as we approach
    the last flash of
    our chance.

    one flower left.

    one second.

    breathing like this.


    GUERRA

    guerra, guerra, guerra
    il mostro giallo
    la divoratrice di anime
    e corpi.
    guerra
    l'indescrivibile,
    il piacere del
    folle
    l'ultimo argomento
    a disposizione
    degli uomini non cresciuti.

    deve esistere per forza?

    e noi?

    e intanto ci avviciniamo
    all'ultimo lampo
    all'ultima chance che ci resta.

    resta soltanto un fiore.

    un solo istante.

    per respirare così.

    (Traduzione di Christian Raimo)


    Con questa poesia di esortazione Lawrence Ferlinghetti, il "poeta laureato" di San Francisco, nonché scrittore, pittore, editore della beat generation, ha partecipato al movimento statunitense Poets against the war (di cui potete visitare il sito internet all'indirizzo www.poetsagainstthewar.org) che ad oggi ha raccolto più di 5300 poeti/adepti. Ferlinghetti ha quasi 84 anni. Ma nessuna intenzione di abbassare la voce.


    SPEAK OUT

    And a vast paranoia sweeps across the land
    And America turns the attack on its Twin Towers
    Into the beginning of the Third World War
    The war with the Third World
    And the terrorists in Washington
    Are drafting all the young men
    And no one speaks
    And they are rousting out
    All the ones with turbans
    And they are flushing out
    All the strange immigrants
    And they are shipping all the young men
    To the killing fields again
    And no one speaks
    And when they come to round up
    All the great writers and poets and painters
    The National Endowment of the Arts of Complacency
    Will not speak
    While all the young men
    Will be killing all the young men
    In the killing fields again
    So now is the time for you to speak
    All you lovers of liberty
    All you lovers of the pursuit of happiness
    All you lovers and sleepers
    Deep in your private dreams
    Now is the time for you to speak
    O silent majority
    Before they come for you


    FATEVI SENTIRE

    E una paranoia immensa soffia sulla nazione
    e l’America trasforma l’attacco alle sue Torri Gemelle
    nell’inizio della Terza Guerra Mondiale
    la guerra contro il Terzo Mondo
    e i terroristi di Washington
    arruolano tutti i giovani
    e nessuno si fa sentire
    e danno la sveglia
    a tutti quelli col turbante
    e scaricano nel cesso
    tutti gli strani immigrati
    e rispediscono tutti i giovani
    di nuovo nei campi di morte
    e nessuno si fa sentire
    e quando vengono a fare una retata
    di tutti i grandi scrittori e poeti e pittori
    il Fondo Nazionale per le Arti dell’Autocompiacimento
    non si farà sentire
    mentre tutti i giovani
    stanno uccidendo tutti i giovani
    di nuovo nei campi di morte
    e così adesso è ora che vi fate sentire
    voi tutti amanti della libertà
    voi tutti amanti della ricerca della felicità
    voi tutti amanti e dormienti
    nel profondo dei vostri sogni privati
    adesso è ora che vi fate sentire
    o maggioranza silenziosa
    prima che loro vi vengano a prendere

    (Traduzione di Damiano Abeni)


    Da sempre impegnato in cause civili e politiche Harold Pinter, considerato il più importante drammaturgo inglese, ha preso posizioni nette e decise contro la politica dell'amministrazione Bush e contro la sua volontà di dare inizio a questa guerra insensata. Pubblichiamo qui una poesia e lo stralcio di un discorso da lui pronunciato recentemente alla Camera dei Comuni di Londra, senza nessuna paura di esporsi. Trovi questi e altri scritti di Pinter sul suo sito personale www.haroldpinter.org.


    GOD BLESS AMERICA

    Here they go again,
    The Yanks in their armoured parade
    Chanting their ballads of joy
    As they gallop across the big world
    Praising America's God.

    The gutters are clogged with the dead
    The ones who couldn't join in
    The others refusing to sing
    The ones who are losing their voice
    The ones who've forgotten the tune.

    The riders have whips which cut.
    Your head rolls onto the sand
    Your head is a pool in the dirt
    Your head is a stain in the dust
    Your eyes have gone out and your nose
    Sniffs only the pong of the dead
    And all the dead air is alive
    With the smell of America's God.
    © Harold Pinter, January 2003


    GOD BLESS AMERICA

    Rieccoli gli Yankee
    che sfilano corazzati
    e galoppano per il vasto mondo
    cantando ballate di gioia
    in lode del Dio americano.

    Le strade sono intasate di morti
    quelli che non sono riusciti ad arruolarsi
    gli altri che si sono rifiutati di cantare
    quelli che stanno perdendo la voce
    quelli che hanno scordato le canzoni.

    I cavalieri hanno fruste taglienti
    le teste rotolano nella sabbia
    le teste formano pozze per terra
    le teste formano macchie nella polvere
    gli occhi sono spenti e il naso
    sente solo la puzza dei morti
    mentre l'aria morta è viva
    del fetore del Dio americano.

    (traduzione di Riccardo Duranti)


    Una delle immagini più nauseanti del 2002 è quella del nostro Primo Ministro inginocchiato in chiesa a pregare pace in terra agli uomini di buona volontà il giorno di Natale, mentre in quello stesso momento si stava preparando ad appoggiare l’uccisione di migliaia di persone innocenti in Iraq. Recentemente sono stato ripreso dall’Ambasciatore Americano in Inghilterra per aver definito l’Amministrazione degli Stati Uniti un animale selvaggio assetato di sangue. Tutto quello che posso aggiungere è questo: date un’occhiata alla faccia di Donald Rumsfeld e il caso è chiuso. Credo che questa guerra non sia solo un atto criminale premeditato, malvagio e barbarico, ma che contenga in sé una tangibile gioia di distruggere. Il potere, come è stato spesso sottolineato, è un grandioso afrodisiaco, e sembra esserlo anche la morte degli altri. Gli americani hanno l’apparente appoggio della “comunità internazionale” attraverso vari sistemi di intimidazione a colpo sicuro: corruzioni, estorsioni, ricatti, balle. La “comunità internazionale” è diventata un’entità senza potere, forzata a piegarsi al servizio di una potenza militare brutale e senza controllo. La posizione più spregevole è di sicuro quella del nostro paese che crede di stare fianco a fianco con il suo grande alleato quando invece non è altro che un cane bastonato e sottomesso, più di qualsiasi altro paese. Lo spregevole servilismo del nostro governo nei confronti degli Stati Uniti ci umilia, ci rende deboli e disonorati. Questa guerra pianificata non porterà altro che al collasso definitivo di quello che rimane delle infrastrutture irachene, spargerà morti, mutilazioni e malattie, un numero di rifugiati stimato attorno al milione, provocherà un’escalation di violenza in tutto il mondo, ma sarà sempre spacciata come una “crociata morale”, una “guerra giusta”, una guerra intrapresa dalle “democrazie che amano la libertà” per portare la “democrazia” in Iraq. La puzza di ipocrisia è soffocante. Tutto ciò in realtà è una semplice storia di invasione di un territorio sovrano, di occupazione militare e di controllo del petrolio. Abbiamo un chiaro dovere, che è quello di opporre resistenza. (Dal discorso di Harold Pinter alla Camera dei Comuni tenuto il 21 gennaio del 2003. Traduzione di Lorenza Pieri www.minimumfax.com



    Scrittori e artisti firmano l'appello di Micromega contro la guerra
    5.2.2003 - Roma.

    Ci sono anche lo scrittore Umberto Eco e gli attori Claudio Amendola e Francesca Neri tra quanti hanno aderito all'appello della rivista MicroMega per un 'no, senza se e senza ma' alla guerra di Bush, che sottolinei il carattere al tempo stesso larghissimo e intransigente della mobilitazione europea del 15 febbraio. ''Larghissimo - spiegano i promotori - perche' va' ben al di la' del mondo pacifista, e raccoglie l'adesione di tanti che in occasioni precedenti avevano fatto scelte diverse, anche di appoggio a interventi armati. Intransigente, perche' contro questa guerra il minimo denominatore comune e irrinunciabile e' un no incondizionato all'intervento contro l'Iraq, anche se fosse approvato dall'Onu, e addirittura anche se fosse approvato dall'Ue''. L'appello, i cui primi firmatari sono Paolo Flores d'Arcais, Gianni Vattimo e Pancho Pardi, e sottoscritto da numerosissime personalita' della cultura tra cui Dario Fo e Franca Rame, Antonio Tabucchi, Laura Morante, Sabina Guzzanti, Alessandro Baricco e Michele Serra, dice: ''Non un uomo, non un euro, per la guerra privata del presidente Bush! A questa guerra diciamo no, assolutamente no, anche se ottenesse il pieno avvallo dell'Onu. O dell'Europa. Alcuni di noi sono pacifisti, altri non lo sono, e in passato hanno ritenuto inevitabili interventi armati che si proponevano come 'umanitari'. (!!??ndr) Ma la guerra privata che George W. Bush ha deciso di muovere all'Irak - prosegue l'appello - non puo' trovare giustificazione alcuna. Non servira' a combattere il terrorismo. Colpira' soprattutto la popolazione civile, rendendo ancora piu' tragiche e luttuose le condizioni di vita di chi gia' subisce gli orrori di una crudele dittatura. Ecco perche' tutti i democratici italiani devono dire no a questa guerra. Un no assoluto, senza incertezze, senza concessioni, senza scappatoie. Ecco perche' e' necessario che ciascuno di noi si impegni e si mobiliti perche' nasca subito nel paese un imponente movimento contro la guerra. Che, al di la' delle distinzioni di schieramenti partitici, costringa il governo italiano a rifiutare una guerra mostruosa, guerra di petrolio e di prepotenza, guerra che il popolo italiano gia' rifiuta''. I promotori dell'appello invitano, infine, ''tutti i cittadini a partecipare alla manifestazione nazionale del 15 febbraio a Roma, in concomitanza con le manifestazioni che si svolgeranno in Europa''.



    «Mi sento falco e colomba» di Ian McEwan
    Corriere della sera 12/03/03

    L'incertezza non è un sentimento proficuo sull'orlo della guerra, ma i miei cattivi presentimenti sull’azione militare sono stati temperati, o complicati, dagli scritti di vari esiliati iracheni come dalle testimonianze dei perseguitati dal regime di Bagdad. Nella situazione giusta, con le Ian McEwan aspirazioni giuste, potrebbe essere un'azione meritoria rimuovere con la forza Saddam e il suo odioso entourage, e restituire l'Iraq alla sua gente. Per situazione giusta, mi riferisco a un tentativo di avviare un processo per una soluzione focalizzata, creativa e onnicomprensiva del problema palestinese. Naturalmente, per fare questo occorrerebbe la guida americana, e in questo momento è una prospettiva assai remota. Ma, senza iniziative di questo tipo e con le conseguenze degli attacchi dell'11 settembre, l'intera regione è troppo instabile: ribolle d'odio. Le incomprensioni reciproche tra mondo arabo e occidentale hanno raggiunto un nuovo apice. Soltanto il mese scorso, i principali organi di stampa del Cairo andavano ripetendo la storia che gli stessi Stati Uniti avrebbero distrutto le Torri Gemelle, allo scopo di avere una scusa per attaccare l'Islam. Nel frattempo, l'Amministrazione Usa è vaga riguardo ai suoi progetti per il dopoguerra. Non c'è stata nessuna chiara promessa di un Iraq democratico. Un'azione militare in Medio Oriente potrebbe portare una quantità di conseguenze indesiderabili, se non tragiche. Nessuno, nessun «esperto» può sapere che cosa sta per succedere. Ma penso che si possa dare per scontato che, data l'attuale epidemia d'irrazionalismo, non sia questo il momento migliore per dichiarare guerra contro una nazione araba. Ciò malgrado, non posso dire di essere stato granché impressionato dagli argomenti del movimento britannico contro la guerra. I movimenti pacifisti sono per propria natura incapaci di scegliere il male minore ed è pensabile che invadere l'Iraq adesso potrebbe evitare più sofferenze e salvare più vite che il non fare nulla. Bisogna che questa ipotesi venga affrontata e che vi si ragioni sopra. Il fatto che il movimento non si sia interessato o non si sia voluto impegnare con gli esiliati iracheni è stata un'elusione morale, tanto più vergognosa in quanto una vasta parte dell'Iraqi National Congress, riunitosi recentemente a Londra, abbraccia i valori liberali o libertari e laici professati da tanta parte del movimento contro la guerra. Sento che cominciano a levarsi le voci di quelle stesse persone che avrebbero preferito lasciare i talebani al potere, e che erano pronte a permettere che i kosovari marcissero nei campi ai confini della loro terra, lasciando che il nazionalismo serbo genocida proseguisse per la propria strada. Perché adesso dovremmo fidarci di quelle voci? Tony Blair, all'epoca denigrato, ha partecipato a entrambe quelle campagne e i fatti gli hanno dato ragione. Vi sarebbe stata molta più sofferenza se non fosse stato fatto niente. L'accusa di essere un servo di Bush è debole. E' stata in primo luogo l'alleanza per il compromesso Blair-Powell a portare gli Stati Uniti davanti all'Onu. Un altro vano argomento che comincio a sentire in giro dice che sarebbe incoerente attaccare l'Iraq, siccome non attacchiamo la Corea del Nord o un altro paio di regimi dittatoriali. A questi rispondo che tre dittature sono meglio di quattro. Per gli indecisi, alcune argomentazioni delle colombe sembrano spuntare dal tepore viziato dell'illogicità (gli Stati Uniti, che prima erano amici dei dittatori, hanno cinicamente sostenuto Saddam nella sua guerra contro l'Iran), nessuna delle quali ci aiuta a decidere come esattamente dovremmo agire adesso nei riguardi di Saddam. Bisogna che il movimento pacifista tiri fuori proposte concrete per contenerlo, se non lo si vuole disarmare con la forza. Egli ha prodotto maniacalmente armi chimiche e biologiche su scala industriale. Che fare? Nessuno nega sul serio i suoi trascorsi di genocida: forse 250 mila curdi assassinati, migliaia dei loro villaggi distrutti, la persecuzione degli sciiti nel Sud, la crudele soppressione del dissenso, il diffusissimo impiego della tortura, delle carcerazioni e delle esecuzioni sommarie, con gli onnipresenti servizi segreti che pervadono tutti i livelli della società irachena. E' un oltraggio per chi ha sofferto sostenere che l'Amministrazione Usa sarebbe il male peggiore. Neppure giova alla causa della pace ignorare sia le occasioni sia le responsabilità di Saddam, perfino in questa fase estrema, di evitare una guerra. Quelli che, nel campo pacifista, propugnano il ritiro dei militari dall'area, ignorano che i curdi, senza l'attuale protezione delle no fly zone , andrebbero incontro a un ulteriore genocidio. Quanto ai falchi, hanno anch'essi le loro ambiguità. C'è un semplice esercizio di aritmetica che non sanno fare in pubblico: date la natura abietta del regime e la minaccia che esso rappresenta per la regione, quanti civili iracheni ci permetteremo di ammazzare per sbarazzarcene? Quale dovrebbe essere una quantità inaccettabile? L'argomento migliore a favore di un'invasione preventiva sarebbe la prova dell'esistenza di un programma recente per l'armamento nucleare. Fin qui, non è stato trovato nulla. I problemi non svaniscono solo perché non hanno una risposta: se costruire una nazione è un compito troppo umile per questa Amministrazione degli Stati Uniti, cosa potrebbe accadere in seguito alla frantumazione dello Stato nazionale dell'Iraq, un artificio ideato e imposto dalla Gran Bretagna nel secolo scorso? Cosa succederebbe se venisse sferrato un attacco missilistico a Israele? Un'invasione potrebbe trasformarsi in bando di reclutamento per Al Qaeda? E Saddam Hussein, lo «sbagliacalcoli seriale» della memorabile frase di Kenneth Pollack, potrebbe farcela a trascinare tutti a fondo con sé, in un eccesso di frenesia psicotica? Scegliere la guerra è scegliere un futuro ignoto e spaventoso. Il contenimento ottenuto per mezzo di perenni ispezioni potrebbe essere la scelta più ottusa e più sicura. Tuttora i falchi possiedono la mia mente e le colombe il mio cuore. Se fosse proprio necessario, potrei contarmi - appena - tra queste ultime. La mia incertezza però rimane. La difendo in vista del fatto che niente che chiunque di noi possa dire farà alcuna differenza: l'incertezza non è meno efficace di un convincimento appassionato. Adesso si può solo sperare nell'esito migliore: che il regime, che come tutte le dittature non si basa sull'affetto del popolo, finisca per cadere come un dente marcio; che l'Iraq federale e democratico, per il quale gli esiliati si sono impegnati nel loro congresso londinese, possa essere aiutato a esistere dall'Onu e che gli Stati Uniti trovino l'energia e l'ottimismo per cominciare a dedicarsi alla questione palestinese. Sono speranze fragili.
    Ian McEwan 2003 un contributo al dibattito di openDemocracy sull’Iraq (traduzione di Laura Toschi)
    13 febbraio 2003



    Gunther Grass
    Il torto del più forte
    “Il manifesto”, 25-3-2003. p. 14

    «Non è l'antiamericanismo a offendere l'immagine degli Usa, né Saddam Hussein e il suo paese già in larga misura disarmato. Sono Bush e il suo governo che spingono i valori democratici al declino, ignorano l'Onu e con una guerra contraria al diritto dei popoli gettano il mondo nel terrore»

    È iniziata una guerra voluta e pianificata da tempo. A dispetto di ogni remora e monito delle Nazioni Unite, un apparato militare di potenza enormemente superiore ha ricevuto l'ordine che viola il diritto dei popoli: quello di un attacco preventivo. Le proteste non sono servite. Il voto del Consiglio di Sicurezza è stato accantonato e disprezzato come un dettaglio irrilevante. Dal 20 marzo 2003 vale solo il diritto del più forte. E in base a questo diritto senza diritto, il più forte ha il potere di comprare e blandire chi è pronto alla guerra, disprezzare e punire chi non vi è disposto. Le parole dell'attuale presidente americano, «chi non è con noi è contro di noi», gravano come un'eco di età barbariche su tutti gli avvenimenti in corso. Non stupisce perciò che il linguaggio dell'aggressore si vada assimilando sempre di più al lessico del suo nemico. Il fondamentalismo religioso spinge entrambi i fronti ad abusare del concetto di «Dio», che è comune a tutte le religioni, prendendo «Dio» in ostaggio del proprio fanatismo. Persino l'appassionato monito del Papa, che ben conosce il lungo strascico di sofferenze generate dagli atti e dalla mentalità dei crociati cristiani, non ha sortito effetti. Confusi, impotenti, ma anche pieni di collera, assistiamo al declino morale della sola potenza mondiale dominante, intuendo che questa follia organizzata avrà una conseguenza certa: la spinta crescente al terrorismo, ad altra violenza e ad altre rappresaglie. Sono questi gli stessi Stati Uniti d'America di cui abbiamo per tante ragioni un buon ricordo? I generosi finanziatori del piano Marshall? I bravi maestri della scuola di democrazia che tutti abbiamo frequentato con profitto? I critici coraggiosi di se stessi? Il paese in cui l'illuminismo europeo fu un'arma per sconfiggere il dominio coloniale e dotarsi di una costituzione democratica esemplare, in cui la libertà di parola è un diritto irrinunciabile di tutti gli esseri umani? Non siamo i soli a sentire come questa immagine, che nel corso degli anni si è fatta sempre più evanescente e idaele, sia impallidita e oggi diventi la caricatura di se stessa. Anche molti cittadini americani, che amano il loro paese, sono indignati per il crollo dei loro valori più genuini e per la hybris del potere che li governa. E'con loro che mi sento solidale. Al loro fianco mi proclamo filoamericano. Assieme a loro protesto contro il brutale esercizio del torto del più forte, contro la limitazione della libertà d'opinione, contro un uso politico dell'informazione quale solo uno stato totalitario ha mai praticato in passato, e contro quel calcolo cinico che considera accettabile la morte di migliaia di bambini e di donne, quando si tratta di tutelare interessi economici e potere politico. No, non è l'antiamericanismo a offendere l'immagine degli Stati Uniti; non sono il dittatore Saddam Hussein e il suo paese già in larga misura disarmato a minacciare la maggiore potenza del mondo. Sono il presidente Bush e il suo governo che spingono i valori democratici al declino, che danneggiano il loro paese, ignorano le Nazioni Unite e con una guerra contraria al diritto dei popoli gettano il mondo intero nel terrore. A noi tedeschi è stato chiesto spesso se siamo orgogliosi del nostro paese. La risposta non è mai stata facile, e tanta esitazione ha i suoi motivi. Posso dire che il rifiuto, da parte della maggioranza dei miei concittadini, della guerra privata che ha appena avuto inizio, mi rende un po' orgoglioso della Germania. Dopo le due guerre mondiali di cui portiamo la responsabilità, con tutti i loro crimini, abbiamo compiuto il difficile passo di imparare dalla storia, mettendo a profitto la lezione che ci è stata impartita. E' dal 1990 che la Repubblica Federale è uno stato sovrano. Per la prima volta, il governo ha fatto uso di questa sovranità e ha avuto il coraggio di contraddire il potente alleato, preservando la Germania da una ricaduta nell'irresponsabilità. Sono grato al cancelliere Gerhard Schröder e al suo ministro degli esteri Joschka Fischer per la loro fermezza. A dispetto delle tante ostilità e calunnie, dentro e fuori il paese, hanno mantenuto il loro impegno. Oggi molti si sentiranno scoraggiati, e con buoni motivi. Eppure, non possiamo far tacere il nostro no alla guerra e il nostro si alla pace. Cosa è successo? Il masso che avevamo spinto fino in cima, ora è di nuovo ai piedi della montagna. Spingiamolo allora di nuovo verso l'alto, anche se abbiamo il sentore che, appena raggiunta la vetta, ce lo ritroveremo ancora a valle. Questo, almeno questo, l'obiezione e la protesta senza fine, è e resta umanamente possibile.
    (trad. di Massimo De Carolis)



    Nadine Gordimer: Rileggere Tolstoj ai tempi del rais
    “la Republica”; 21 febbraio 2003

    Arriva un momento in una vita di letture in cui ti accorgi di avere sugli scaffali libri che forse non rileggerai mai. Libri che un tempo hanno cambiato il tuo senso dell´esistenza. Che ti hanno aperto gli occhi, il contesto della tua consapevolezza nel mondo. Proponendo la letteratura dell´immaginazione come verità al di là della portata dei resoconti storici, ho ripetuto spesso: "Per sapere della famosa ritirata da Mosca di Napoleone, bisogna leggere Guerra e Pace, non un libro di storia". Oggi davanti al monumentale volume consunto di Guerra e Pace mi chiedo quand´è stata l´ultima volta che l´ho letto e se - mai - tornerò a leggerlo. L´ho fatto. E capisco che come scopriamo nuovi significati nelle situazioni ricorrenti nella nostra vita, così ogni volta che rileggiamo un grande libro scopriamo qualcosa che ci era sfuggito perché noi e quel primo momento non eravamo pronti a coglierlo: un messaggio nascosto per questo particolare presente. Non è l´interpretazione ardita e sottile dei conflitti personali a rendere contemporaneo questo romanzo scritto 139 anni fa. È la sorprendente preveggenza della natura della violenza senza fine, continuamente utilizzata in modo confuso e disperato per risolvere i problemi umani tra popoli e nazioni, moltiplicandoli attraverso i secoli. Il conte Lev Nikolaevic Tolstoj nacque nel 1828 e il romanzo fu pubblicato nel 1864. Copre l´arco temporale delle campagne napoleoniche in Russia dal 1805 al 1812. Avvenimenti accaduti prima che l´autore nascesse. Tolstoj non scriveva della sua epoca e io non leggo della mia. Ci accomuna il fatto che illuminiamo, ciascuno la propria epoca, con segni premonitori del presente contenuti nel passato. A 52 anni di distanza per lui, 191 per me, nel 2003. Lo splendore del racconto parte dai saloni della buona società intorno allo Zar Alessandro I, con gli intrighi d´amore, e il suo concomitante potere contrattuale in denaro e titoli nobiliari, per arrivare ai campi di battaglia dove nulla di tutto ciò conta più in mezzo alla neve, alla sofferenza alla fame e alla morte. I temi si intersecano, i personaggi fittizi si mescolano a quelli storici, le chiacchiere inventate con autentici dispacci militari. Tolstoj era un post-modernista quasi due secoli fa. Il suo romanzo si appropriava in modo geniale di qualunque cosa avesse bisogno: la vita stessa è incongruenza. Tra i personaggi che emergono dai saloni delle feste, Pierre Bezuchov è per me il più straordinariamente attuale. Ricco, porta il titolo di conte anche se grazie alla relazione extraconiugale di un nobiluomo. Educato all´estero non ha particolari ambizioni di carriera. Fa a sua volta un matrimonio sbagliato innamorandosi della femme fatale Hélèn. La scelta del nome è un tocco dell´umorismo ironico di Tolstoj. Elena è infedele e da qui inizia ciò che era latente nel personaggio di Pierre, la vita interrogata alla ricerca di un significato esistenziale. Prova con la massoneria (negli anni '60 sarebbe sceso in strada a pieni nudi a cantare Hare Krishna). Prova a fare opera di bene tra i contadini schiavi, il disinganno rispetto al materialismo è presagio delle insoddisfazioni dei benestanti che sniffano ecstasy nel nostro millennio di grandi ricchezze e di più grande povertà. Per Pierre la guerra contro l´invasione della Russia da parte di Napoleone fu la salvezza. Dapprima prigioniero dei francesi, poi lacero e affamato tra le rovine di Mosca, scopre tra i suoi compagni di sventura che la felicità nella vita è la voglia stessa di vivere. Tolstoj mette in discussione l´atteggiamento di attribuire la causa degli eventi catastrofici ad un singolo individuo simbolo. Un Napoleone, un Hitler... ora per noi un Bin Laden, un Saddam Hussein. "Riguardo a quale sia la vera causa degli avvenimenti storici... il corso del mondo dipende dalla coincidenza delle volontà di tutti gli interessati...". Il mondo, nel 1812, era fatto come lo facevano i suoi popoli, non Napoleone o Alessandro I, così come il nostro è ciò che ne facciamo e ne faremo. L´inutilità delle vittorie ottenute con la violenza è evidente quando Napoleone si ritira da Mosca e i contadini russi arrivano dalla campagna a saccheggiare i beni della loro stessa gente. È evidente quando assistiamo allo stesso spaventoso crollo morale in Congo, Costa d´Avorio, Kosovo, Burundi ogni mese da qualche parte nuova. Nel giorno in cui 80.000 uomini, russi e francesi, vennero uccisi a Borodino, "Napoleone non sparò un colpo né uccise un uomo". Non è la vecchia realtà di fatto che i capi se ne stanno al sicuro e mandano l´uomo della strada ad uccidere o ad essere ucciso. Tolstoj vuol dire (al di là del tempo e del mutare delle circostanze, i giorni dell´impero diventano i nostri giorni della globalizzazione) che come individui portiamo il peso della responsabilità del nostro mondo, che crea politici e leader messianici simbolo i quali ci trascinano nel caos e sono profezia della nostra stessa corruzione. Rileggere il romanzo di Tolstoj significa accorgersi che non viviamo un coraggioso nuovo millennio quanto un epilogo di ciò che quel libro rivela dell´assurda continua sofferenza e depravazione della violenza intesa come condizione inumana.

    Copyright New York Times (Traduzione di Emilia Benghi)



    Umberto Galimberti: Il silenzio di Dio condanna le armi
    Tratto da “la Repubblica”, 3 aprile 2003

    Ieri, all´udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, il Papa, citando Isaia, è tornato a parlare, come già aveva fatto due mesi fa, del "silenzio di Dio" che, di fronte alle atrocità della storia, può generare "perplessità" e, per l´uomo giusto, perfino "scandalo". Ma questa volta il Papa ha aggiunto che "il silenzio di Dio non sta ad indicare la sua assenza, quasi che la storia sia lasciata in mano ai perversi, nell´indifferenza e nell´impassibilità del Signore". Quel tacere, ha proseguito il Papa citando un passo del Libro di Giobbe, "sfocia in una reazione simile al travaglio di una partoriente che s´affanna, sbuffa e urla". Anche nel dolore, quindi, anche nel dolore più atroce non c´è il buio della cieca insensatezza che talvolta sembra colpire la storia individuale e quella collettiva, ma la trama nascosta di un senso che il silenzio di Dio non indica, ma la sua presenza silente custodisce. Il discorso non è propriamente cristiano, perché il Dio che il Papa indica non è il Padre misericordioso e disposto al perdono, a cui i Vangeli fanno continuo richiamo, ma è il Dio biblico che si chiude nel silenzio, perché le azioni degli uomini non sono buone per sollecitare la sua benedizione, e neppure cattive per provocare la sua maledizione, ma perverse. Il bene e il male rientrano in un quadro di ordine e disordine, dove il senso della storia resta comunque segnalato dalla benedizione o dalla maledizione di Dio, ma la "perversione" abolisce il senso, ne fa perdere le tracce, inabissa la storia nel caos dell´insensatezza, ammutolisce Dio che resta presente come testimone dello spettacolo del male. Non il male che è il contrario del bene e per il quale è previsto anche il perdono di Dio, ma il male radicale, quello che antecede la stessa distinzione tra il bene e il male, perché lo spettacolo che dischiude non è quello dell´ordine o del disordine, ma quello dell´insensatezza che inabissa la storia nella luce nera dell´assenza di senso, dove la parola di Dio non solo non è ascoltata, ma neppure udita. E allora Dio tace. E nel suo silenzio accade il pianto del giusto e la ferocia dell´ingiusto, la morte dell´innocente e la parola vana di chi vuol riordinare la storia dopo aver ammutolito Dio. Proprio perché non "cristiane", ma "veterotestamentarie" queste parole del Papa non sono di parte, non difendono il cristianesimo contro l´islamismo, perché sia i cristiani, sia i musulmani, sia gli ortodossi, sia i protestanti si riconoscono nel Vecchio Testamento, da cui il papa trae le immagini e le parole che restano dopo che Dio s´è chiuso in quel silenzio che non è assenza, ci ricorda il papa, ma impietrita presenza che vigila sull´accadere fragoroso del Male. Il Papa parla un linguaggio simbolico. Ma che significano le sue parole per un laico, o in generale per chi non crede che la storia sia governata da Dio, lo stesso Dio invocato a giusto titolo dal Papa, ma senza titolo, e quindi con effetti tragici, sia da Bush sia da Saddam? Dico "tragici" perché quando il conflitto tra gli uomini si ammanta di sacralità la ragione collassa, sommersa dalla dimensione simbolica la cui potenza infiamma i cuori e ottenebra le menti. La storia umana è uscita dalla dimensione simbolica solo da due secoli e limitatamente all´Occidente, che con l´Illuminismo ha promosso il primato della ragione e quel suo corollario che è il laicismo, essendo Dio il fondamento di ogni dimensione simbolica. Ora è necessario che l´Occidente non rinneghi se stesso e gli strumenti razionali che ha faticosamente guadagnato nel corso della sua storia, e non ripiombi nel simbolico e nella violenza che sempre accompagna questa dimensione, per la quale il bene sta tutto da una parte e il male dall´altro: "O con noi o contro di noi" come inopportunamente dicono Bush e Saddam, con chiaro riferimento alla lettera e allo spirito biblico. La cristianità teocratica del Medioevo da un lato e la teocrazia islamica dall´altro avevano trasmesso alla modernità il loro paradigma universalistico. In forza di un privilegio stabilito da Dio toccava all´Islam su un versante e alla cristianità sull´altro difendere le proprie forme culturali fino ai confini della terra. L´Islam è rimasto prigioniero di questa vocazione. Non vorrei che l´Occidente che ritiene di essersene liberato grazie al processo di secolarizzazione che nel suo seno è in corso da due secoli oggi non riprenda, sotto nuove forme e nuovi metodi, la vocazione messianica in cui è cresciuto per diciotto secoli. E con la forza delle armi e del denaro scelga, di fronte a un´aggressione terribile come è stata quella dell´11 settembre, la via della distruzione e dell´integrazione, proponendo se stesso come totalità, invece di cogliere la possibilità di crescita umana implicita nel confronto con la diversità. Ogni tanto la storia si incarica di rendere la soluzione dei problemi non più rinviabile. E chiede una scelta. Per quanto riguarda noi occidentali la scelta è se proseguire, sia pure in forme laicizzate, la vocazione messianica che fa coincidere l´Occidente con la totalità umana, o se invece non è meglio percorrere l´altra via che visualizza l´Occidente come una parte nell´orizzonte più ampio della totalità umana. Nel primo caso la guerra in corso, anche se non è chiamata guerra santa, in nulla si distinguerà da una vera e propria Jihad, perché quando il bene è tutto da una parte e il male tutto dall´altra il simbolico ha già fatto il suo lavoro più importante e devastante, e l´Occidente avrà rinunciato alla sua prerogativa, che è poi quella dell´uso costante della ragione, da salvaguardare ogni giorno dalla potenza devastante dei simboli che, sotto la protezione delle religioni, ancora regola gran parte dell´umanità. A questo punto il "silenzio di Dio", così drammaticamente segnalato dal Papa, per un laico può voler dire un benevolo tacere della dimensione simbolica, affinché i deboli strumenti della ragione, che il simbolico sopprime, possano di nuovo riapparire per diffondere quella luce che, anche se non è sfolgorante come quella di Dio, può consentire a uomini finora distanti, perché provenienti da culture diverse, di guardarsi in volto e riconoscersi.



    Domenico Starnone: Bush e Gordio
    Tratto da “Micromega”, n. 2, 2003

    La strategia elaborata da nazioni pur civilissime come gli Stati Uniti e l’Inghilterra già prima dell’orrore delle due torri, e resa esplicita subito dopo, è allarmante. Dispiegare eserciti, portare la guerra metodicamente in aree sospette del mondo, dare la morte a uomini, donne e bambini è considerato, all’interno di questo piano strategico, una forma urgentissima di prevenzione. Il ferro e il fuoco sono somministrati ai popoli come una sorta di vaccino contro il Male. A forza di sangue e distruzione aree tradizionalmente inclini al dispostismo manderanno via i loro dittatori, abbracceranno la democrazia e non si lasceranno incantare dalla sirena del terrorismo. Non si deve essere per forza pacifisti assoluti per considerare una strategia del genere una cosa da pazzi: basta essere persone sensate. Da quasi sessant’anni, da Hiroshima e Nagasaki, sappiamo tutti che ogni guerra locale può aprire la porta alla guerra atomica. E’ sentimento ampiamente diffuso che le guerre vanno in tutti i modi contrastate perché ogni piccolo conflitto armato può essere l’esca per la fine dell’umanità. Ma Bush e Blair pare che non abbiano più queste preoccupazioni e con loro un folto settore dell’opinione pubblica. La paura che "i cattivi" possano usare armi di distruzione di massa induce "i buoni" a programmare e attuare distruzioni di massa. Cosa è cambiato al punto da farci accettare negli anni piccole guerre a catena, una più inutile e pericolosa dell’altra, ognuna capace solo di generare bisogno di rivalsa e quindi altra violenza? Niente. Ci si è solo persuasi che le guerre ora si possono fare senza grandi rischi, come se fossero comuni operazioni di polizia. Per esempio, la dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbe cancellato il pericolo della guerra nucleare, quasi che solo da lì potesse davvero partire l’ordigno-fine del mondo, come nel Dottor Stranamore. Per esempio, gli interventi armati sarebbero ormai interventi di estrema precisione militare: si estirpa il male e via, senza nuocere ai civili. Per esempio, si crede persino che una bomba atomica, se necessario, potrebbe essere sganciata senza troppi problemi per nessuno (in un film recente ne cadeva addirittura una in Usa, su Baltimora, e gli eroi della vicenda se la cavavano come se si trattasse di un episodio di routine). In realtà le cose vanno molto peggio che in passato. Con la fine dei blocchi il rischio del finimondo è più elevato che mai, il caos degli armamenti è esponenzialmente cresciuto, gli stati legalmente autorizzati a ridurci tutti in cenere non sono meno pericolosi di quelli definiti fuorilegge. La pace, insomma, è meno che mai una scelta e sempre più una necessità impellente. Per mostrare che la sanno molto lunga, i sostenitori della guerra di prevenzione sospingono continuamente i pacifisti verso quesiti di questo tipo: mettiamo che un brutto attentato semini morte chimica nella città di Roma; tu che faresti, seguiteresti a invocare la pace? Chi fa domande così o ritiene che basta un furto in casa propria per indurre gente civile a freddare a pistolettate tutti i ladri in circolazione per il mondo o ragiona come un esperto stratega della tensione. In entrambi i casi lo innervosisce che uno possa rispondere: sì, seguiterei a invocare la pace. Gli sembra che la volontà di pace sia una mollezza religiosa, una scemenza etica, una vigliaccheria, un luogo comune, una chiacchiera da salotto. Non capisce o non vuol capire che, per quanto di proporzioni gigantesche, per quanto capace di fare ampia strage, un attentato richiede un intervento di polizia e non un bombardamento, impone una risposta politica e non una guerra. Far saltare in aria un edificio o avvelenare un pozzo non è un atto di guerra, è piuttosto una disgustosa sollecitazione alla guerra. L’attentatore chiede: reagisci, vieni a stanarmi col tuo esercito, visto che t’ho colpito? E a chiunque stia a guardare inorridito domanda: da che parte stai; schierati; non si resta neutrali; vuoi fare la guerra al mio fianco o al fianco del mio nemico? Per quanto dunque possa sembrare strano ai sostenitori della guerra preventiva, chi ha messo in conto di farsi saltare per aria distruggendo se stesso e altri ha come obiettivo scatenare la guerra; e l’ultima cosa che desidera è che uno resti coi nervi saldi e si rifiuti di disseppellire l’ascia. I veri alleati del terrorismo sono i guerrafondai. Non è dal mondo com’è che può venire la convivenza pacifica, è vero. Le ragioni della pace pretendono infatti un quadro politico nuovo, non l’immobilismo. La domanda di pace esprime alla lettera, non metaforicamente, una grande combattività. Chi vuole la pace, oggi, sa che si sta battendo per l’unico quadro planetario adatto a cancellare le ragioni che alimentano la violenza. Il terrore scatenato dai singoli e le guerre combattute dagli eserciti sono invece accomunati dagli stessi effetti: lasciano sul terreno corpi dilaniati, corpi mutilati di inermi, nuove sanguinose ragioni per prendere le armi. Degli orrori causati da Bin Laden non mi sento responsabile, sento solo la pena delle vite sciupate. Ma di ogni bomba sganciata da aerei che portano il sigillo di un mondo che è il mio sì. Chi sceglie oggi la pace sceglie di coltivare con il proprio operato la densità umana e civile del suo mondo, soprattutto quando questo decide selvaggiamente di spogliarsene. Mi è venuto in mente il nodo di Gordio. La storia di questo nodo è significativa. Gordio era il nome di un contadino frigio che, grazie a una profezia, diventò re e fondò una città a cui diede il suo nome. L’agricoltore per gratitudine consacrò a Zeus il suo aratro, che aveva il timone annodato con un nodo complicatissimo. Scioglierlo era così difficile che si decise di dare l’impero del mondo a chi ci fosse riuscito. Passò di lì Alessandro Magno, aspirante imperatore, e non ci perse nemmeno dieci secondi: sguainò la spada e lo tagliò. Questo gesto è stato molto amato da certa posterità sensibile ai gesti plateali, tanto che se oggi si dice nodo gordiano viene subito in mente Alessandro che sguaina la spada e zac. Del contadino, del suo aratro e della funzione simbolica di quel nodo difficile è sbiadita la memoria. Perché? Perché questi comportamenti brutali e presuntuosi di militari piacciono tanto? Forse perché sembrano contenere chissà quale saggezza (si pensi all’uovo di Colombo) e invece trasmettono solo l’idea banalotta che grand’uomo è chi non perde tempo coi beoti ma taglia, rompe, spacca con decisione. Il messaggio del contadino-re tuttavia non era banale e può essere sintetizzato così: "Chi pretende il comando del mondo deve avere la pazienza, la costanza, la sensibilità e l’intelligenza che ci vogliono per sciogliere questo nodo". Messaggio di grande saggezza, finito come al solito nel nulla grazie a un colpo di spada. E’ pur vero, però, che la metafora dello sciogliere nodi ha conservato una sua positività, e il genere umano non si è ancora estinto solo grazie a chi si è sempre battuto perché i nodi non vadano tagliati ma sciolti. Certo non è cosa che ci si può aspettare da eroi e navigatori, forse nemmeno da santi. E’ compito della gente di buona volontà ricominciare da Gordio e impedire l’ottuso ricorso dei furbi alla spada. La pace, alla fine, è il buon governo della complessità. La guerra è il trionfo criminale della semplificazione.



    Manifesto di intellettuali Usa
    25.09.2002

    Jane Fonda e Tom Hayden tornano sulla stessa barricata in nome dell'opposizione alla guerra in Iraq: l'ex Barbarella del cinema e l'ex marito, protagonisti nel 1972 di uno storico (e da lei sconfessato) viaggio ad Hanoi, sono tra i firmatari di un manifesto pacifista pubblicato oggi a tutta pagina sul 'New York Times'. Hanno aderito al manifesto circa 4000 artisti, scrittori, attori e professori universitari. Duplice l'obiettivo: da una parte il 'no' alle politiche ''liberticide'' impostate dall'amministrazioone Bush dopo l'11 settembre, dall'altra l'opposizione a una ''guerra senza limiti'' e in particolare, adesso, all'attacco contro l'Iraq. ''Il governo degli Stati Uniti si sta preparando a dichiarare una guerra senza quartiere contro l'Iraq, un paese che non ha alcun collegamento con gli orrori dell'11 settembre: che tipo di mondo diventera' il nostro se il governo americano riceve un assegno in bianco per lanciare commando, assassini e bombe ovunque vuole?'', si chiedono gli intellettuali. Al manifesto intitolato ''Non a nostro nome'' hanno aderito figure di spicco del mondo dello spettacolo come i commediografi John Guare, Eve Ensler e Tony Kushner, i registi Robert Altman e Oliver Stone e le attrici Susan Sarandon e Marisa Tomei, scrittori come Alice Walker , Kurt Vonnegut e Gore Vidal, la femminista Gloria Steinem, Angela Davis e il linguista Noam Chomsky.



    SCRITTORI PER LA PACE
    America, non so più chi sei

    «Cara America, quando leggerai questa mia lettera, Baghdad potrebbe già essere un paesaggio lunare, crateri compresi... Non parliamo, quindi, di quello che stai facendo agli altri, ma a te stessa. Stai sventrando la costituzione. Già ora si può entrare nelle tue case senza preavviso, puoi essere portato via e incarcerato senza ragione, la posta può essere spiata... Stai incenerendo l'economia...»
    MARGARET ATWOOD

    Cara America: è difficile scriverti questa lettera, perché non so più per certo chi tu sia. E anche qualcuno dei tuoi potrebbe avere lo stesso problema. Credevo di conoscerti: siamo state bene insieme negli ultimi cinquatacinque anni. Eri i giornalini di Topolino e Paperino che leggevo alla fine degli anni quaranta. Eri le trasmissioni radiofoniche - Jack Benny, la nostra Miss Brooks. Eri la musica che cantavo e che mi faceva ballare: le Andrews Sisters, Ella Fitzgerald, i Platters, Elvis. Eri proprio divertente. Hai scritto alcuni dei miei libri preferiti. Hai creato Huckleberry Finn, e Occhiodifalco, e Beth e Jo in Piccole Donne, tutti coraggiosi, ognuno a suo modo. Più tardi sei stata il mio amato Thoreau, il padre degli ambientalisti, testimone della coscienza individuale; e Walt Whitman, cantore della grande Repubblica; e Emily Dickinson, custode dell'anima privata. Sei stata Hammett e Chandler, gli eroi delle mean streets; e anche dopo, sei stata quel trio straordinario, Hemingway, Fitzgerald, e Faulkner, che hanno percorso gli oscuri labirinti del tuo cuore nascosto. Sei stata Sinclair Lewis e Arthur Miller, che, con il loro idealismo americano, andavano a caccia delle tue ipocrisie, perché pensavano che tu potessi migliorarti. Sei stata Marlon Brando in Fronte del Porto, sei stata Humphrey Bogart nell'Isola di corallo, sei stata Lillian Gish in La morte corre sul fiume. Hai lottato per la libertà, l'onestà e la giustizia; hai protetto gli innocenti. E io ho creduto a quasi tutto. E penso che ci credessi anche tu. A quel tempo sembrava tutto vero. Tuttavia anche allora mettevi Dio sulle banconote. Secondo il tuo modo di pensare quello che è di Cesare si identificava con quello che è di Dio: e questo ti dava sicurezza. Hai sempre voluto essere città sul monte, luce di tutte le nazioni, e per un po' lo sei stata. Datemi i vostri derelitti, i vostri poveri, cantavi, e per un po' ne sei stata convinta anche tu. Siamo sempre state buone amiche, tu e io. La storia, quella vecchia intrigante, ci ha intrecciate insieme sin dagli inizi del `600. Qualcuno di noi era te; qualcuno di noi voleva essere te; qualcuno dei tuoi era noi. Tu non sei soltanto la nostra vicina: in molti casi - il mio, per esempio - sei anche i nostri parenti, i colleghi, e i nostri amici personali. Ma anche se abbiamo un posto in prima fila, non ti abbiamo mai capito del tutto, quassù a nord del quarantanovesimo parallelo. Noi siamo come i galli romanizzati - sembriamo romani, vestiamo come i romani, ma non siamo romani - dall'alto delle mura diamo occhiate curiose ai veri romani. Che fanno? Perché lo fanno? E che fanno adesso? Perché mai quell'aruspice scruta con tanta attenzione il fegato della pecora? Perché l'indovino distribuisce all'ingrosso i suoi «state attenti!»? Forse è questo il motivo per cui mi è difficile scriverti questa lettera: non sono sicura di quello che sta succedendo. E poi, tu hai un'intera legione di esperti indagatori di interiora che non fanno altro che analizzarti in ogni tua piccola parte. Cosa posso dirti di te stessa che tu non sai già? Forse è questo il motivo della mia esitazione: imbarazzo, prodotto da un comprensibile pudore. Ma è più probabile che si tratti di un imbarazzo di altro tipo. Quando mia nonna - che era originaria del New England - si trovava di fronte un argomento sgradito, cambiava discorso e guardava fuori dalla finestra. Ed è anche la mia prima reazione: farmi gli affari miei. Ma farò uno sforzo, perché i tuoi affari non sono più soltanto affari tuoi. Per parafrasare lo spettro di Marley, il socio di Scrooge nel Cantico di Natale di Dickens, che lo aveva capito troppo tardi, i tuoi affari sono il genere umano. E viceversa: quando il Jolly Green Giant della leggenda va su tutte le furie, molte piante e piccoli animali vengono calpestati. Quanto a noi, tu sei il nostro maggiore partner commerciale: sappiamo perfettamente che se tu vai a rotoli, anche noi subiamo la stessa sorte. Abbiamo tutte le ragioni per augurarti ogni bene. Non approfondirò i motivi per cui credo che le tue recenti avventure irachene siano state - a lungo termine - uno sconsiderato errore tattico. Quando leggerai questa mia, Baghdad potrebbe già essere un paesaggio lunare, crateri compresi, e nel frattempo molte altre interiora saranno state esaminate. Non parliamo, quindi, di quello che stai facendo alle altre persone, ma piuttosto di quello che stai facendo a te stessa. Stai sventrando la costituzione. Già adesso si può entrare nelle tue case senza preavviso o permesso, puoi essere portato via e incarcerato senza una ragione, la tua posta può essere spiata, le tue tracce private possono essere esaminate. Non è forse tutto questo la strada verso un generalizzato ladrocinio commerciale, per l'intimidazione politica, e per la frode? Lo so che ti hanno detto che tutto questo è per la tua sicurezza, per la tua protezione, ma pensaci solo un momento. E poi, da quando hai tutti questi timori? Non eri tu che non avevi paura di nessuno? Il tuo debito pubblico è a livelli da primato. Continua a spendere a questo ritmo e ben presto non ti potrai più permettere nessuna grande campagna militare. Oppure farai la fine dell'Unione Sovietica: tanti carri armati e nessun condizionatore d'aria. La gente si arrabbierà per questo. Saranno tutti ancora più arrabbiati quando non potranno farsi la doccia perché i miopi bulldozer della protezione ambientale avranno inquinato le molte falde e prosciugato le altre. Allora la situazione sarà davvero calda e sporca. Stai incenerendo l'economia americana. Non tarderà il momento in cui la risposta a questo sarà azzerare la produzione e prendere la roba prodotta da altri popoli, al prezzo di una diplomazia da nave da guerra? Il mondo finirà per essere composto da pochi ultraricchi re mida, e tutto gli altri saranno servi, dentro e fuori i tuoi confini? Il settore economico più florido negli Stati Uniti non finirà per essere il sistema carcerario? Speriamo di no. Se continuerai a percorrere questa china sdrucciolevole, i popoli del mondo smetteranno di ammirare le qualità che hai. Decideranno che la città sul monte non è che un lurido quartiere degradato e che la tua democrazia è un inganno, e perciò non riuscirai più a imporre a tutti il tuo punto di vista così sporco. Penseranno che il ruolo di legge non spetta più a te. Penseranno che avrai insozzato il tuo stesso nido. I Britannici avevano un mito riguardo a re Artù. Che non era morto, ma si era addormentato in una grotta - dicevano - e che nell'ora del più grave pericolo della nazione sarebbe tornato. Anche tu hai grandi spiriti del passato a cui rivolgerti: uomini e donne ardimentosi, coscienti, preveggenti. Richiamali a te, e chiedi loro di stare al tuo fianco, di ispirarti, di difendere le tue migliori qualità. Ne hai davvero bisogno. ©The NationThe Globe and Mail(traduzione di Andrea Dirotti
    Il manifesto 4/4/03



    Quando la guerra è un'arma spuntata
    di UMBERTO ECO

    Nel dicembre del 1993 si è svolto alla Sorbona, sotto l'egida della Academie Universelle des Cultures, un congresso sul concetto di intervento internazionale. C'erano non solo giuristi, politologi, militari, politici, ma anche filosofi e storici come Paul Ricoeur o Jacques Le Goff, medici senza frontiere come Bernard Koutchner, rappresentanti di minoranze un tempo perseguitate come Elie Wiesel, Ariel Dorfmann, Toni Morrison, vittime della repressione di vari dittatori, come Leszek Kolakowski o Bronislaw Geremek o Jorge Semprun, insomma molta gente a cui la guerra non piace, non è mai piaciuta e non vorrebbero vederne più. Si aveva paura a usare parole come "intervento", che sapeva troppo di ingerenza (anche Sagunto è stato un intervento, e ha permesso ai romani di fare fuori i cartaginesi), e si preferiva parlare di soccorso e di "azione internazionale". Pura ipocrisia? No, i romani che intervengono a favore di Sagunto sono romani, e basta. In quel convegno invece si stava parlando di comunità internazionale, di un gruppo di paesi che ritengono che la situazione, in un punto qualsiasi del globo, abbia raggiunto l'intollerabile, e decidono di intervenire per porre fine a quello che la coscienza comune definisce un delitto. Ma quali paesi fanno parte della comunità internazionale, e quali sono i limiti della coscienza comune? Si può certo sostenere che per ogni civiltà uccidere sia un male, ma solo entro certi limiti. Noi europei e cristiani ammettiamo per esempio l'omicidio per legittima difesa, ma gli antichi abitanti del Centro e Sud America ammettevano il sacrificio umano rituale, e gli attuali abitanti degli Stati Uniti ammettono la pena di morte. Una delle conclusioni di quel tormentatissimo convegno era stata che, come avviene in chirurgia, intervenire significa agire energicamente per interrompere o eliminare un male. La chirurgia vuole il bene, ma i suoi metodi sono violenti. È consentita una chirurgia internazionale? Tutta la filosofia politica moderna ci dice che, per evitare la guerra di tutti contro tutti, lo Stato deve esercitare una certa violenza sugli individui. Ma quegli individui hanno sottoscritto un contratto sociale. Che cosa avviene tra stati che non hanno sottoscritto un contratto comune? Di solito una comunità, che si ritiene depositaria di valori molto diffusi (diciamo i paesi democratici) stabilisce i limiti di ciò che essa giudica intollerabile. Non è tollerabile condannare a morte per reati d' opinione. Non è tollerabile il genocidio. Non è tollerabile l'infibulazione (almeno, se praticata a casa nostra). Pertanto si decide di difendere coloro che sono danneggiati ai limiti dell'intollerabile. Ma sia chiaro che quell'intollerabile è intollerabile per noi, non per "loro".Chi siamo noi? I cristiani? Non necessariamente, cristiani rispettabilissimi, anche se non cattolici, appoggiano Milosevic. Il bello è che questo "noi"(anche se è definito da un trattato, come quello nord-atlantico) è un Noi impreciso. È una Comunità che si riconosce su alcuni valori. Dunque quando si decide di intervenire in base ai valori di una Comunità, si fa una scommessa: che i nostri valori, e il nostro senso dei limiti tra tollerabile e intollerabile, siano giusti. Si tratta di una sorta di scommessa storica non diversa da quella che legittima le rivoluzioni, o i tirannicidi: chi mi dice che io abbia diritto di esercitare la violenza (e che violenza, talora) per ristabilire quella che ritengo una giustizia violata? Non c'è nulla che legittimi una rivoluzione, per chi l'avversa: semplicemente chi vi si impegna crede, scommette, che ciò che fa sia giusto. Non diversamente accade per la decisione di un intervento internazionale. È questa situazione quella che spiega l'angoscia che afferra tutti in questi giorni. C'è un male terribile a cui opporsi (la pulizia etnica): è l'intervento bellico lecito o no? Si deve fare una guerra per impedire una ingiustizia? Secondo giustizia sì. E secondo carità? Ancora una volta si ripropone il problema della scommessa: se con una violenza minima avrò impedito una ingiustizia enorme, avrò agito secondo carità, come fa il poliziotto che spara al pazzo assassino per salvare la vita a molti innocenti. Ma la scommessa è duplice. Da un lato si scommette che noi siamo in accordo col senso comune, che quello che vogliamo reprimere è qualche cosa di universalmente intollerabile (e peggio per chi non lo capisce e ammette ancora). Dall'altro si scommette che la violenza che giustifichiamo riuscirà a prevenire violenze maggiori. Sono due problemi assolutamente diversi. Ora provo a dare per scontato il primo, che scontato non è, ma vorrei ricordare a tutti che questo non è un trattato di etica, bensì un articolo di giornale, sordidamente ricattato da esigenze di spazio e di comprensibilità. In altre parole, il primo problema è così grave, e angoscioso, che non può, anzi non deve essere trattato sulle gazzette. Diciamo allora che è giusto, per impedire un delitto come la pulizia etnica (foriero di altri delitti e di altre atrocità che il nostro secolo ha conosciuto), ricorrere alla violenza. Ma la seconda domanda è se la forma di violenza che esercitiamo possa davvero prevenire violenze maggiori. Qui non siamo più di fronte a un problema etico bensì a un problema tecnico, il quale ha tuttavia un risvolto etico: se l'ingiustizia a cui mi piego non prevenisse l'ingiustizia maggiore, sarebbe stato lecito usarla? Questo equivale a fare un discorso sulla utilità della guerra, nel senso di guerra guerreggiata, di guerra tradizionale, che ha per fine l'annientamento finale del nemico e la vittoria del vincitore. Il discorso sulla inutilità della guerra è difficile perché pare che chi lo fa parli in favore dell'ingiustizia che la guerra cerca di sanare. Ma questo è un ricatto psicologico. Se qualcuno per esempio dicesse che tutti i guai della Serbia derivano dalla dittatura di Milosevic, e che se i servizi segreti occidentali riuscissero a uccidere Milosevic tutto si risolverebbe in un giorno, questo qualcuno criticherebbe la guerra come strumento utile per risolvere il problema del Kosovo, ma non sarebbe pro-Milosevic. D'accordo? Perché nessuno adotta questa posizione? Per due ragioni. Una, che i servizi segreti di tutto il mondo sono per definizione inefficienti, non sono stati capaci di fare ammazzare né Castro né Saddam ed è vergognoso che si consideri ancora giusto sperperare per essi pubblico denaro. L'altro è che non è affatto vero che quello che fanno i serbi sia dovuto alla follia di un dittatore, ma dipende da odi etnici millenari, che coinvolgono e loro e altre etnie balcaniche, il che rende il problema ancora più drammatico. Torniamo allora al discorso sulla utilità della guerra. Qual è stato nel corso dei secoli il fine di quella che chiameremo paleo- guerra? Sconfiggere l'avversario in modo da trarre un beneficio dalla sua perdita. Questo imponeva tre condizioni: che al nemico dovessero essere tenute segrete le nostre forze e le nostre intenzioni, in modo da poterlo prendere di sorpresa; che ci fosse una forte solidarietà nel fronte interno; che infine tutte le forze a disposizione fossero utilizzate per distruggere il nemico. Per questo nella paleo-guerra (compresa la guerra fredda) si stroncavano coloro che dall'interno del fronte amico trasmettevano informazioni al fronte nemico (fucilazione di Mata Hari, i Rosenberg sulla sedia elettrica), si impediva la propaganda del fronte avverso (si metteva in prigione chi ascoltava Radio Londra, McCarthy condannava i filocomunisti di Hollywood), e si punivano coloro che, dall'interno del fronte nemico, lavoravano contro il proprio paese (impiccagione di John Amery, segregazione a vita di Ezra Pound) perché non si doveva fiaccare lo spirito dei cittadini. E infine si insegnava a tutti che il nemico andava ucciso, e i bollettini di guerra esultavano quando le forze nemiche venivano sterminate. Queste condizioni sono entrate in crisi con la prima neo-guerra, quella del Golfo, ma si attribuiva ancora la smagliatura alla stupidità dei popoli di colore, che ammettevano i giornalisti americani a Bagdad, forse per vanità, o per corruzione. Ora non ci sono più equivoci, l'Italia invia aerei in Serbia ma mantiene relazioni diplomatiche con la Jugoslavia, le televisioni della Nato comunicano ora per ora ai serbi quali aerei Nato stanno lasciando Aviano, agenti serbi sostengono le ragioni del governo avversario dagli schermi della televisione di stato, giornalisti italiani trasmettono da Belgrado con l'appoggio delle autorità locali. Ma è guerra questa, col nemico in casa che fa propaganda per i suoi? Nella neo-guerra ciascun belligerante ha il nemico nelle retrovie e, dando continuamente la parola all'avversario, i media demoralizzano i cittadini (mentre Clausewitz ricordava che condizione della vittoria è la coesione morale di tutti i combattenti). D'altra parte, quand'anche i media fossero imbavagliati, le nuove tecnologie della comunicazione permettono flussi d'informazione inarrestabili - e non so quanto Milosevic possa bloccare non dico Internet ma le trasmissioni radio da paesi nemici. Tutte le cose che ho detto sembrano contraddire il bell'articolo di Furio Colombo su Repubblica del 19 aprile scorso, dove si sostiene che il Villaggio Globale di McLuhaniana memoria sarebbe morto il 13 aprile 1999, quando in un mondo di media, cellulari, satelliti, spie spaziali e così via, si dovette dipendere dal telefonino da campo di un funzionario di agenzia internazionale, incapace di chiarire se davvero fosse avvenuta una infiltrazione serba in territorio albanese. "Noi non sappiamo nulla dei serbi. I serbi non sanno nulla di noi. Gli albanesi non riescono a vedere sopra il mare di teste che li sta invadendo. La Macedonia scambia i profughi per nemici e li massacra di botte". Ma allora, questa è una guerra dove ciascuno sa tutto degli altri o dove nessuno sa niente? Tutte e due le cose. Il fronte interno è trasparente, mentre la frontiera è opaca. Gli agenti di Milosevic parlano nelle trasmissioni di Gad Lerner, mentre sul fronte, là dove i generali di un tempo esploravano col binocolo, e sapevano benissimo dove si appostava il nemico, oggi non si sa niente. Questo accade perché, se il fine della paleo- guerra era distruggere quanti più nemici fosse possibile, pare tipico della neo-guerra cercare di ucciderne il meno possibile, perché a ucciderne troppi si incorrerebbe nella riprovazione dei media. Nella neo-guerra non si è ansiosi di distruggere il nemico, perché i media ci rendono vulnerabili di fronte alla sua morte - non più evento lontano e impreciso, ma evidenza visiva insostenibile. Nella neo-guerra ogni armata si muove all'insegna del vittimismo. Milosevic accusa orribili perdite (Mussolini se ne sarebbe vergognato), e basta che un aviatore della Nato caschi a terra che tutti si commuovono. Insomma, nella neo- guerra perde, di fronte all'opinione pubblica, chi ha ammazzato troppo. E dunque è giusto che alla frontiera nessuno si affronti e nessuno sappia niente dell'altro. In fondo la neo- guerra è all'insegna della "bomba intelligente", che dovrebbe distruggere il nemico senza ammazzarlo, e si capiscono i nostri ministri che dicono: noi, scontri col nemico? ma niente affatto! Che poi un sacco di gente muoia lo stesso è tecnicamente irrilevante. Anzi, il difetto della neo- guerra è che muore della gente, ma non si vince. Ma possibile che nessuno sappia condurre una neo-guerra? Nessuno, è naturale. L'equilibrio del terrore aveva preparato gli strateghi a una guerra atomica ma non a una terza guerra mondiale, dove si dovessero spezzare le reni alla Serbia. É come se i migliori laureati del Politecnico fossero stati tenuti per cinquant'anni a fare videogiochi. Vi fidereste a lasciargli fare ora un ponte? Ma infine, l' ultima beffa della neo-guerra non è che non ci sia nessuno oggi in servizio che sia vecchio abbastanza da avere imparato a fare una guerra - e non ci potrebbe essere in ogni caso, perché la neo-guerra è un gioco dove per definizione si perde sempre, anche perché la tecnologia che viene usata è più complessa del cervello di coloro che la manovrano e un semplice computer, benché fondamentalmente idiota, può giocare più scherzi di quanti ne immagini colui che lo manovra.. Bisogna intervenire contro il delitto del nazionalismo serbo, ma forse la guerra è un' arma spuntata. Forse l'unica speranza è nell'avidità umana. Se la vecchia guerra ingrassava i mercanti di cannoni, e questo guadagno faceva passare in secondo piano l'arresto provvisorio di alcuni scambi commerciali, la neo-guerra, se pure permette di smerciare un surplus di armamenti prima che diventino obsoleti, mette in crisi i trasporti aerei, il turismo, gli stessi media (che perdono pubblicità commerciale) e in genere tutta l'industria del superfluo. Se l'industria degli armamenti ha bisogno di tensione, quella del superfluo ha bisogno di pace. Prima o poi qualcuno più potente di Clinton e di Milosevic dirà basta, e tutti e due ci staranno a perdere un poco di faccia, pur di salvare il resto. È triste, ma almeno è vero.
    (27 aprile 1999)



    LE MONDE diplomatique - Marzo 2003

    Assediare l'impero
    Arundhati Roy

    Quando parliamo di impero, cosa intendiamo di preciso? Il governo degli Stati uniti con i suoi satelliti europei, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale (Fmi), l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), le multinazionali? O forse qualcosa di più? In molti paesi, l'impero ha dato vita a ulteriori escrescenze: una serie di pericolosi sottoprodotti - tra cui il nazionalismo, il fanatismo religioso, il fascismo e ovviamente il terrorismo - che procedono mano nella mano con il progetto della globalizzazione liberista. Per illustrare ciò che intendo dire prenderò ad esempio il caso della maggiore democrazia del mondo, l'India, oggi al centro dell'offensiva neoliberista. L'accesso a questo mercato di un miliardo di persone è stato forzato dal grimaldello del Wto, con l'assenso entusiastico del governo e delle élites indiane. E non è un caso che il premier, il ministro dell'interno e quello dei disinvestimenti (cioè delle privatizzazioni) - gli stessi che dopo aver firmato un accordo con la Enron stanno svendendo alle multinazionali le infrastrutture del paese e si preparano a privatizzare l'acqua, l'elettricità, il petrolio, il carbone, l'acciaio, le telecomunicazioni, la sanità e l'istruzione - sono tutti membri o simpatizzanti del Corpo nazionale dei volontari (Rss) (1), un'organizzazione ultranazionalista della destra indù che in passato non aveva nascosto la sua ammirazione per Hitler e i metodi nazisti. È in pericolo la democrazia dell'India In India, lo smantellamento della democrazia avanza a passo di carica, con un'efficienza pari a quella di un piano di aggiustamento strutturale. L'attuazione del progetto neoliberista su scala globale distrugge le stesse basi di vita della popolazione. Le privatizzazioni massicce e le «riforme» dei rapporti di lavoro stanno cacciando i contadini dalle loro terre e gettano i lavoratori sul lastrico. Migliaia di agricoltori rovinati si suicidano avvelenandosi con i pesticidi. Da ogni parte del paese giungono notizie di carestie e morti per inedia. Mentre le élite proseguono il loro viaggio verso una meta immaginaria, da qualche parte in cima al mondo, i poveri sono catturati in un vortice che li trascina verso il crimine e il caos. La storia insegna che un clima del genere, di frustrazione e sconforto di un'intera nazione, costituisce il terreno di coltura ideale per il fascismo. Le due braccia del governo stringono l'India come in una morsa. Mentre da una parte si pone mano allo smembramento del paese e ci si affretta a svenderne i pezzi, dall'altra si distoglie l'attenzione orchestrando il coro ululante del nazionalismo indù e del fascismo religioso. Sono stati ripresi i test nucleari, e intanto si riscrivono i libri di storia, si bruciano le chiese, si demoliscono le moschee. Censura, pattugliamenti, sospensione delle libertà civili e dei diritti umani sono ormai prassi comune, così come le pratiche tese a discriminare tra chi può essere definito cittadino indiano o meno, soprattutto a danno delle minoranze religiose. Nel marzo 2002, nello Stato di Gujarat, duemila musulmani sono stati massacrati nel corso di un pogrom organizzato dalle autorità. La ferocia si è accanita in particolare contro le donne, denudate e costrette a subire stupri collettivi prima di essere bruciate vive. I persecutori hanno saccheggiato e quindi incendiato alloggi, negozi, laboratori tessili e moschee; e hanno cacciato dalle loro case 150.000 musulmani. Le basi economiche di quelle comunità sono state completamente distrutte. E mentre il sangue scorreva e il fuoco divampava nel Gujarat, il primo ministro indiano faceva la sua apparizione in un programma di Mtv per pubblicizzare le sue ultime produzioni poetiche. Nessuno è stato punito per queste atrocità. E nel gennaio del 2003 il governo del Gujarat, mandante dei massacri, ha vinto le elezioni con una confortevole maggioranza. La mente del pogrom, Narendra Modi, che si proclama con orgoglio membro dell'Rss, si accinge a ricoprire per la seconda volta la carica di primo ministro dello stato. Se al suo posto ci fosse stato Saddam Hussein, la Cnn non avrebbe mancato di citare in apertura dei suoi Tg ciascuno di quegli atti di inaudita barbarie. Che invece non sono stati menzionati neppure come fatti di cronaca appena un po' imbarazzanti. Perché qui non si tratta dell'Iraq ma dell'India, un mercato aperto agli investitori internazionali. Eppure, in India i musulmani sono più di cento milioni. Sulla nostra terra millenaria è ormai innescata una bomba a orologeria. Questo per confutare il mito secondo il quale la libertà dei mercati avrebbe il merito di abbattere le barriere tra le nazioni. Ma il problema non è la minaccia alle sovranità nazionali; è il fatto che il libero mercato distrugge semplicemente la democrazia. Mentre si ingigantiscono le disparità tra ricchi e poveri, la lotta per accaparrarsi delle risorse di base si fa più serrata. Nei paesi poveri, per far passare gli intrallazzi tra compari e consentire alle grandi imprese di prendersi i campi che coltiviamo, l'acqua che beviamo, l'aria che respiriamo, la globalizzazione liberista ha bisogno di una confederazione di governi autoritari, corrotti e pronti a eseguire gli ordini. E imporre «riforme» impopolari, soffocando sul nascere ogni tentativo di rivolta. Le armi di distruzione di massa e gli uomini dal vestito grigio Frattanto, gli stati del Nord blindano i loro confini e accumulano armi di distruzione di massa. Dopotutto, devono pur badare a non globalizzare altro che i capitali, i beni, i brevetti e i servizi. Non la libera circolazione delle persone. Non il rispetto dei diritti umani. Perciò, niente trattati internazionali contro le discriminazioni razziali, le armi chimiche e atomiche, l'effetto serra, il cambiamento climatico. E men che meno - Dio ce ne scampi! - sulla giustizia. Ecco cos'è l'»impero»: questa confederazione di fedelissimi pronti a eseguire gli ordini, quest'osceno accumulo di potere, la distanza sempre più abissale tra chi prende le decisioni e chi le subisce. La nostra lotta, i nostri obiettivi, la nostra visione di un altro mondo possibile passano per l'eliminazione di questa distanza. Come resistere allora all'impero? Intanto, possiamo dire che non ce la caviamo poi tanto male. Abbiamo riportato alcune grandi vittorie, in particolare in America latina: a Cochabamba in Bolivia (2), con la sollevazione di Arequipa in Perù (3), in Venezuela, dove il presidente Hugo Chávez sta tenendo duro nonostante le bordate del governo statunitense. Luiz Inacio «Lula» Da Silva è stato eletto presidente del Brasile. E sotto gli occhi del mondo intero, il popolo argentino cerca di ricostruire un paese sulle macerie delle devastazioni provocate dall'Fmi. In India, il movimento sempre più dinamico contro la globalizzazione liberista sta diventando la sola forza suscettibile di contrastare il fascismo religioso. Sappiamo però che dietro il gigantesco paravento della «guerra al terrorismo», gli uomini in completo grigio non restano con le mani in mano. Mentre le bombe si abbattono su di noi e i missili Cruise solcano il cielo, si danno da fare a firmare contratti, depositare brevetti, installare oleodotti, saccheggiare risorse naturali, privatizzare l'acqua. Ammazzare la gente per salvarla dalla dittatura Ma ormai l'impero è stato messo a nudo. Troppo orribile per guardarsi allo specchio. Prima dell'11 settembre 2001, gli Stati uniti d'America avevano una storia segreta. Segreta soprattutto per i loro cittadini. Ma oggi questi segreti sono diventati di pubblico dominio, fanno parte della storia. Sappiamo che nessuno degli argomenti usati per giustificare la guerra contro Baghdad risponde a verità; ma la menzogna più clamorosa è la sedicente preoccupazione di portare la democrazia in Iraq. Certo, ammazzare la gente per salvarla dalla dittatura e dalla corruzione ideologica è una prassi tradizionale del governo degli Usa. Nessuno dubita che Saddam Hussein sia un dittatore spietato e un assassino, i cui peggiori eccessi hanno avuto a suo tempo l'appoggio dei governi degli Stati uniti e della Gran Bretagna. Ed è certo che gli iracheni avrebbero tutto da guadagnare a liberarsi di lui. Ma non è meno certo che il mondo intero starebbe molto meglio senza un certo signor Bush. Che fare allora? Intanto, lavorare sulla memoria, e imparare dalla nostra storia. Continuare la nostra azione per dare forza all'opinione pubblica, finché il fragore della sua voce non potrà più rimanere inascoltato. E far vedere chi sono realmente George W. Bush, Anthony Blair e i loro alleati: codardi massacratori di bambini, avvelenatori dell'acqua potabile, capaci solo di lanciare vigliaccamente le loro bombe da grandi distanze. Reinventare la disobbedienza civile in mille modi. E rispondere alla nota frase di Bush «o con noi o con i terroristi», dicendo che i popoli del mondo non intendono scegliere tra le bande dei mullah impazziti e un malefico Mickey Mouse.
    note:
    * Scrittrice indiana, autrice in particolare di Il dio delle piccole cose, Tea, 2001. Questo articolo riprende i temi del suo intervento, il 27 gennaio 2003, al Forum sociale mondiale di Porto Alegre.

    (1) Ndr: Si valuta che l'Rss, fondato nel 1925, conti oggi circa 3 milioni di aderenti, addestrati in campi paramilitari (si legga Le Monde, 15 marzo 2002)
    (2) Ndr: A Cochabamba (Bolivia), la «guerra dell'acqua», che ha mobilitato la popolazione nel 1990 e nel 2000, ha costretto il governo di La Paz a deprivatizzare la gestione dell'acqua. Si legga Manière de voir 65, settembre-ottobre 2002, «La Ruée vers l'eau».
    (3) Ndr: Nel giugno 2002, dopo sei giorni di rivolta popolare nella città e nel dipartimento di Arequipa, nel sud del Perù, il presidente Alejandro Toledo è stato costretto a rinunciare alla privatizzazione di due società elettriche.
    (Traduzione di E. H.)



    L'ultima guerra
    di Alessandro Baricco

    Appartengo a una generazione che è stata formata da questo Paese nel rispetto assoluto e incondizionato di alcuni valori precisi. Non erano idee che si potessero discutere, erano semplicemente il paesaggio morale e culturale e anche politico dove saremmo cresciuti. Su questo non avevamo dubbi, erano certezze. E, in quella gamma variegata di valori, ne spiccavano due con l’aria davvero di essere i capisaldi intoccabili del sistema che avrebbe ospitato la nostra crescita. Erano due parole: democrazia e pace. Ho ancora il ricordo limpido di quanto quelle due parole entrassero in continuazione nella nostra vita quotidiana, con l’ossessiva ubiquità che hanno in qualsiasi propaganda le parole d’ordine. Democrazia e pace. Ovunque ci voltassimo c’era sempre un portavoce del nostro paese che stava scandendo quelle parole. Così diventarono nostre. Negli ultimi dieci, quindici anni ci è accaduta una cosa strana. Quello stesso Paese da cui eravamo stati formati ha iniziato a suggerirci, in diverse occasioni e di fronte a situazioni affatto differenti, che, contrariamente a quanto pensavamo, tutto sommato, la guerra poteva ance considerarsi di tanto in tanto un gesto sensato, doloroso ma sensato. Soprattutto là dove si presentava con nomi tipo guerra umanitaria, guerra pulita, guerra di liberazione, guerra appoggiata dall’Onu. Voglio ricordare che quando eravamo ragazzini la guerra aveva un solo nome: guerra. Ed era il nome di quello che mai avremmo fatto. Era tutto molto semplice. È dopo che si è complicato. Non siamo più ragazzini e quel nome che era unico e indivisibile è diventato una galassia strana di cose alle volte brutte ma alle volte anche belle, spesso vietate, ma alle volte anche legittime, e secondo una divisione che risponde a una logica che francamente sembra piuttosto arduo decifrare. Quello stesso Paese che sembrava aver fatto di me un bambino pacifista in questi anni mi ha proposto acrobazie logiche non facili da condividere, tipo: la guerra è necessaria per difendere la pace. E ripetutamente quello stesso Paese mi ha invitato a riflettere sul fatto che la guerra oggi ha raggiunto un livello tecnologico capace di ridurre al minimo il prezzo di sofferenza e di morte. Io sono cresciuto con l’incubo del macello nucleare. Adesso mi stanno riprogrammando, spiegandomi cosa sono i bombardamenti chirurgici. Non so se riesco veramente a ricostruire che impressione strana sia per noi che eravamo cresciuti in quella formazione, ma se posso far riferimento all’altra idea caposaldo che era la democrazia, sarebbe un po' come se oggi qualcuno si presentasse qui e ci suggerisse che, in fondo, in alcune situazioni, di fronte a certe situazioni di crisi, alla democrazia - sarebbe doloroso - ci si potrebbe anche rinunciare, quanto meno parzialmente. E forse un paio d’anni di totalitarismo potrebbero essere un buon sistema per difendere la democrazia. Suonerebbe strano, ne converrete. Nella mia testa e in quella di molti altri della mia generazione suonano strani questi discorsi quando sono riferiti alla parola «pace». Così mi sono chiesto cosa mai è potuto succedere in questi anni per far girare questa storia della pace, in questo modo perverso e scomodo. Però confesso che non ho una risposta. Quello che capisco, quello che questi anni di piccole - chiamiamole così - guerre lecite mi hanno insegnato, è che quando ero piccolo il mio paese mi ha preso in giro, faceva finta di educare un pacifista ma stava molto più semplicemente educando un cittadino a una mitezza di fondo, a una generica quanto ovvia propensione alla pace. A un galateo del sentimento che sarebbe stato utile per arginare eventuali tentazioni di violenza ma che non avrebbe poi dato molto fastidio nel momento - se fosse mai arrivato - di dover, magari per ragioni umanitarie, menar le mani. A ripensarci è perfino buffo: tanta fatica, tanto lavoro speso dal mio paese per ottenere un’ovvietà. Cittadini che preferiscono la pace alla guerra. A ripensarci quello è l’errore o la truffa, vedete un po’ voi. Un errore che oggi stiamo correndo il rischio di ripetere. Abbiamo intorno moltitudini di persone che di fronte a questa guerra puntano i piedi. La loro è potenzialmente una forza immensa. E qualcosa che non so cosa sia deciderà se quella forza finirà incanalata e diluita in un ovvio sentimento comune di propensione alla pace o se, invece, aiuterà tutte le coscienze a un salto culturale duro e definitivo verso un reale pacifismo. Vorrei dire, riassumendo in poche parole un pensiero peraltro piuttosto confuso (cioè il mio), che è importante in questo momento separare ciò che è generica propensione alla pace e ciò che è pacifismo. Non lo è stato per la mia generazione ma dobbiamo impedire che questo riaccada adesso. È importante, così importante che qualcuno dica che il pacifismo non c’entra con l’essere pacifico, e perfino non c’entra con l’essere buoni, credetemi, o sensibili. Non è una ritrosia generica a considerare la guerra come una soluzione attuabile: è qualcosa di più profondo, violento e radicale. Per quel che ne ho capito io, il pacifismo è un istinto della nostra intelligenza, un istinto a pensare la guerra impossibile. Non tecnicamente, sarà sempre possibile tecnicamente la guerra. Moralmente impossibile. Qualcosa che non faremo più e che non saremo mai più capaci di fare. Non c’è altra scelta se vogliamo la pace veramente e non in quel modo ridicolo a cui il mio paese mi ha educato. Non c’è altra scelta che questo salto, oltre qualsiasi discussione, oltre qualsiasi contingenza o caso particolare, oltre tutto questo. Io posso sbagliarmi ma, al contrario di altri pacifisti, non credo veramente che, se si accetta di discuterne, le ragioni della pace possano prevalere su quelle della guerra. Fatalmente si finisce per essere spinti spalle al muro. Mi sembra più leale pensare che fino a quando la guerra sarà una della possibilità, la faranno, la faremo. Solo quando la guerra sarà impossibile, moralmente impossibile, ci potrà essere una pace. Per quanto possa parere rischioso, e perfino angoscioso per certi versi, ciò che abbiamo a portata di mano è la possibilità reale di formare altri ragazzini, i nostri figli, in questa istintiva, intelligente convinzione che la guerra è e sarà impossibile. Saremo capaci di immaginarla impossibile. Esattamente quello che non hanno fatto per me e per la mia generazione. Eppure noi siamo a un passo dal poter provare a farlo. E che delitto nei confronti della speranza sarebbe oggi fermarci per paura o per stanchezza o per eccesso di realismo. Io ho un’età per cui ho ancora sentito girare in casa mai un’espressione che ora mi pare così mansueta e bella e che in qualche modo mi sembra il nome della nostra speranza. La usavano i vecchi, i nonni, quelli che di guerre ne avevano fatte due e se erano stati molto fortunati erano ancora lì a raccontarcele. Era un’espressione di quelle che usavano loro e che io adesso non sento da tanti anni, e non solo perché loro sono spariti ma perché non è più nel nostro lessico, e la speranza sarebbe per noi riavere quell’innocente espressione. Mio nonno quando parlava della seconda guerra mondiale diceva «l’ultima guerra». Che possa diventare di nuovo una frase che suona nelle nostre case, nella mia, nella vostra e in quella di tutti gli uomini di buona volontà.
    L'Unità 5/4/03



    Danilo Zolo: Un crimine internazionale premeditato
    Tratto da “il manifesto”, 3 aprile 2003

    Bagdad e Bassora sono sotto le bombe da oltre dieci giorni. Bassora è anche assediata. Centinaia di miglia di persone sono allo stremo, senza viveri, senz'acqua, senza elettricità, senza medicine. La Croce Rossa internazionale ha segnalato che la vita di almeno centomila bambini è in grave pericolo. Si stanno diffondendo i primi casi di colera. Città strategiche come Najaf e Nasiriyah, sulla strada per Bagdad, sono state colpite anche con le devastanti cluster bombs e con l'uso di proiettili all'uranio impoverito. Si prevede che ordigni micidiali come gli air fuel explosives, già largamente sperimentati nel 1991, come la nuovissima superbomba MOAB e come le prime armi nucleari tattiche prodotte dall'industria bellica americana verranno usate per la "soluzione finale". L'Iraq Body Count (www.iraqbodycount.org), una organizzazione indipendente che seleziona, controlla e aggiorna in tempo reale i dati relativi alle vittime civili della guerra, calcola che sinora il loro numero si aggira fra le 565 e le 724 unità. I morti fra i combattenti iracheni sono migliaia. Soltanto nella battaglia attorno a Naiaf sono stati sterminati oltre mille soldati del battaglione Medina della Guardia Repubblicana. Il loro attacco è stato sprezzantemente giudicato "futile and fanatical" dai commentatori americani. Nel frattempo l'ora decisiva per la conquista di Bagdad si sta avvicinando. Altre migliaia - probabilmente decine di migliaia - di vittime civili e militari verranno immolate per la "liberazione" di quello che resterà del popolo iracheno, delle sue città, dei suoi monumenti, della sua antica civiltà mesopotamica. L'American Enterprise Institute, che raccoglie l'avanguardia intellettuale dell'amministrazione Bush, sostiene che è ormai necessario l'allargamento del conflitto all'Iran. Lo riferisce William Pfaff, uno dei più autorevoli commentatori dello Herald International Tribune. Michael Ledeen, esponente di spicco dell'Enterprise Institute, ha dichiarato che la guerra contro l'Iraq è una "guerra epocale", perchè è stata studiata per "cambiare completamente il mondo" (a war to remake the world). Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, in visita al Congresso americano, aveva già sostenuto che era necessario allargare subito il conflitto anche alla Siria e alla Libia, per confiscarne gli armamenti nucleari. E il sottosegretario di Stato John Bolton gli aveva fatto eco annunciando che il primo colpo, dopo la liberazione dell'Iraq, sarebbe stato inferto alla Corea del Nord. Questo è lo scenario apocalittico nel quale gli Stati uniti e i loro alleati anglofoni e israeliani stanno inabissando l'umanità intera, mentre il mondo assiste impotente nonostante la vittoria morale del pacifismo. Le Nazioni unite sono in frantumi. Il diritto internazionale è nelle mani di diplomatici e di giuristi complici o impotenti. Discutono se lo sterminio della popolazione irachena da parte degli aggressori possa essere considerato un crimine di guerra, visto che non è facile provare che l'uccisione dei civili è intenzionale. La nuova Corte penale internazionale (ICC), per bocca del suo vicepresidente Elizabeth Odio, si augura candidamente che sia il Consiglio di Sicurezza a denunciare al tribunale i responsabili statunitensi di crimini di guerra. Giuristi e giudici internazionali ricordano sempre più quegli intellettuali di cui Bertold Brecht diceva che dipingono nature morte sulle pareti di una nave che affonda. E già si profila anche in Iraq il cono d'ombra della vendetta terroristica. Il terrorismo suicida, con la sua sfida mortale, sembra ormai la sola replica possibile al terrorismo dei mezzi di distruzione di massa. Esprime l'odio per il mondo e per la vita da parte di coloro cui è stato tolto tutto. Non solo il Medio oriente, ma il mondo intero rischia di diventare un'unica Palestina. Forse non a torto Jean Baudrillard ha sostenuto che il kamikaze palestinese, vittima di una umiliazione insostenibile, è il prodotto specifico della globalizzazione egemonica. E forse è anche il simbolo della fine della civiltà occidentale e dei suoi valori.



    "Questa guerra ha fatto molti cadaveri giuridici"

    Carlos Fuentes è uno degli ultimi grandi scrittori latino americani, generazione di Garcia Marquez e Alvaro Mutis. Saggi e romanzi sono tradotti in tutto mondo. Ha insegnato ad Harvad, Princeton e alla Columbia University. È stato ambasciatore del Messico in Francia. Vive a Londra. In polemica con altri scrittori europei e latini, fino a qualche tempo era convinto che gli intellettuali non fossero ormai necessari alla politica come invece gli sembrava indispensabile negli anni '60. Questa guerra gli ha fatto cambiare idea. Riportiamo di seguito una sua intervista rilasciata alla Cnn latino-americana il 4 aprile 2003. In America Latina, in Europa, in Asia per non parlare del mondo arabo continuano le critiche contro gli Usa e la loro guerra. Dopo due settimane la gente ancora non si rassegna. Cosa ne pensa? «Devo subito correggere la domanda. Nessun sentimento contro gli Stati Uniti. È un'opposizione al governo di George W. Bush: ha rovesciato la politica di Clinton e fa rimpiangere un desiderio non realizzato, vedere Al Gore alla Casa Bianca. Con Al Gore, dopo l'11 settembre, gli Usa si sarebbero concentrati nella lotta al terrorismo senza deviare verso l'invasione unilaterale e illegale alla quale stiamo assistendo». Ma la gente che protesta nelle strade del mondo brucia la bandiera stelle e strisce, dà l'assalto alle ambasciate degli Stati Uniti, si parla di boicottare i prodotti americani… «Sono manifestazioni contro il governo Bush, lo ripeto. Un governo fiction come ha detto uno dei registi che ha vinto l'Oscar. Credo anche governo illegittimo per non aver ottenuto la maggioranza dei voti della gente. Ha resuscitato il maccartismo che anni fa animava solo alcuni senatori e adesso trionfa alla Casa Bianca. Si perseguita chi non è d'accordo, ci si affanna a far tacere le voci dei dissidenti come non succedeva negli Stati Uniti dagli anni del senatore Mc Carthy, anni di caccia alle streghe. In America Latina l'opposizione è precisa: contro Bush, non contro il popolo americano. Non sarebbe successo se ci fosse stato Clinton. Clinton ha saputo gestire crisi internazionali rispettando istituzioni e diritti, consultando gli alleati dei quali rispettava le opinioni». Ormai la guerra è arrivata a Baghdad. Cosa succederà? «Tanti morti, soprattutto civili. Ma la vittima più importante è il diritto non rispettato, come non sono state considerate le organizzazioni internazionali: Onu, Unione Europea, Nato. Vi è una serie di cadaveri giuridici difficili da resuscitare. Siamo di fronte ad una situazione di completa incertezza. Non so leggere nella sfera di cristallo, ma credo che la guerra si estenderà oltre i confini dell'Iraq. Non immagino come reagirà la popolazione irachena, soprattutto se vi sarà la lotta corpo a corpo nelle strade di Baghdad e come bombardare la città mentre i soldati americani ed inglesi stanno combattendo contro la popolazione civile. Non so cosa succederà, come non so come possono reagire Iran e ogni paese islamico, da Damasco all'Algeria passando per Il Cairo. Siamo solo all'inizio di qualcosa. Non sappiamo cosa succederà dopo il trionfo militare alleato, ma immagino che questa guerra finisca male per il governo Bush perché destinata ad allargarsi oltre le possibilità che qualsiasi governo del mondo possa sopportare». Uno dei direttori della Cia, ha parlato all'università di Los Angeles. L'importante funzionario ha detto che stiamo vivendo la quarta guerra mondiale considerando la guerra fredda, guerra numero tre. Nemici da battere sono «i religiosi dell'Iran, i fascisti dell'Iraq e della Siria e gruppi estremisti islamici come al Qaeda»… «Vorrei sapere cosa pensate voi dei fondamentalisti della Casa Bianca: invocano la guerra pregando a testa bassa. Anche loro sono estremisti religiosi». Mentre parliamo Baghdad è sotto le bombe. gli ospedali sono pieni di bambini feriti, tanti morti. Quante generazioni dovranno passare perché il popolo iracheno possa dimenticare la guerra e costruire il proprio futuro liberandosi dei fantasmi? «Le conseguenze di questa guerra sono incalcolabili e già cominciano a manifestarsi. Perché le vittime civili sono ormai tante e aumenteranno nei prossimi giorni. Ma la vittima più importante resta la libertà di informazione, la censura e le limitazioni imposte all'informazione in Iraq e sull'Iraq». La Casa Bianca ripete che la coalizione impegnata a cacciare Saddam si impegna a rimpiazzarlo con un governo democratico: migliore o peggiore di quello di Saddam? «Sarà un governo soggetto al dominio coloniale degli Usa. A volte si fanno paragoni con ciò che è successo in Giappone nel 1945, ma in Giappone resisteva l'eredità imperiale e legittima di Hirohito, anche se sottomesso al proconsole generale McArthur. In Iraq non c'è la stessa situazione. Nascerà un proconsolato nordamericano con un governo fantoccio agli occhi degli iracheni e del mondo intero. Questo governo inconsistente dovrebbe risanare le divisioni religiose tra sciti, sunniti, curdi. La situazione diventerà sempre più confusa. E come risponderà la Turchia se i curdi che combattono assieme agli americani otterranno il loro stato indipendente? E cosa potrà succedere se il principio di guerra preventiva diventerà la regola sulla quale basare le relazioni internazionali ? Bush ha gettato il mondo in un caos come non si vedeva dai tempi di Hitler». A questo punto la domanda è obbligata: cosa pensa di Saddam? «Un despota, tiranno sanguinario che ha sterminato il suo popolo mentre gli Usa continuavano ad armarlo. Non dimentichiamolo. Il segretario della Difesa Rumsfled nel 1981 è andato a Baghdad a consegnare ad Hussein le armi di distruzione di massa. Washington ha inventato il mostro e adesso è spaventata per averlo creato. Ma voglio dire di più: il presidente spagnolo Aznar ha dato il via alla guerra nel meeting delle Azzorre; Aznar, è stato il primo capo di governo di un paese occidentale a visitare Saddam nel 1997, dopo la prima guerra del Golfo. Un mondo di ipocriti».
    L'Unità 7/4/03



    Tra club Bush e clan Saddam
    Perché obbligarci a scegliere, quando il problema è difendersi dai delitti di entrambi? E poi, è possibile farlo vista la prolungata relazione tra i due? Per orientarci, meglio rileggere Brecht
    FABRIZIA RAMONDINO

    Per l'Europa non si aggira più il fantasma di Marx. Ma una domanda-fantasma che quotidianamente i mass-media ci rivolgono ossessivamente: «Sei per Bush o per Saddam? Sei per una guerra lunga o breve?». Personalmente la vivo come se in passato mi avessero chiesto rispetto a mafia e camorra: «Sei per Provenzano o per Riina? Per Cutolo o Pupetta Maresca?». Perché c'è una grande analogia tra le guerre tra bande mafioso-camorristiche e quella tra l'amministrazione di Bush Jr. e Saddam Hussein. Del clan di Saddam Hussein sappiamo quasi tutto: è un feroce dittatore, che non ha esitato a sterminare i suoi nemici, compresi parenti stretti e accoliti, e con ogni mezzo, dall'impiccagione al colpo di fucile alle armi biologiche. Quanto si sottolinea meno è che è stato usato come un fantoccio degli Usa, quando conveniva loro (un fantoccio, comunque e sempre, furbo e abilissimo); che i suoi delitti e sterminii non sono stati denunciati e combattuti in tempo né dagli Usa né dall'Onu, né dall'Unione europea, né da tanti pacifisti unilaterali, o per connivenze politico-economiche, o per opportunismo o per cecità. Tranne eccezioni, come Danielle Mitterrand, Amnesty International, qualche Ong. Del club Bush Jr. fanno parte i teorici della guerra preveniva, già proposta da loro fin dal `92, e figuri (a volte gli stessi) strettamente legati all'industria di guerra e del petrolio, e alla finanza selvaggia. Un club di malavita: economica (vedi tra l'altro lo scandalo Enron e quelli successivi); politica (corruzione elettorale, espansione e dominio su tutti i territori, disinteresse strategico), con l'uso tattico, quindi mutevole di volta in volta, di «amici» e «nemici»; religiosa (quante volte viene invocato, in nome della guerra, il nome di Dio invano) il che li accomuna ai riti di iniziazione della mafia, in cui del patto fa parte anche una ritualità religiosa cattolica. Per conoscere la dottrina politica del club Bush Jr. non c'era bisogno che qualche giorno fa il giornale L'Internazionale pubblicasse, tradotto dal settimanale tedesco Der Spiegel, un articolo su questo argomento. Alcuni giornalisti italiani sembrano essere caduti dalle nuvole, avere fatto letteralmente «la scoperta dell'America». Queste carte non erano segrete, sono ampiamente note da anni (e mesi fa sono state diffuse dalla rivista Limes, da il manifesto, dal canale tv franco-tedesco Arte). Allora delle due l'una: o gran parte dei giornalisti italiani sono male informati o sono in mala fede. Le connessioni tra potere politico, economico, malavita, mass-media ci sono note da anni, in qualunque regime si svolgano, tanto nelle dittature che nelle democrazie, per natura sempre imperfette (e sempre più spesso imperfettissime, come nel caso di quella attualmente amministrata dal club Bush Jr.). Per studiare questi nessi, oltre tanta letteratura specialistica, consiglierei di leggere La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertold Brecht. Un'opera degli anni Trenta, iniziata nell'esilio finlandese dell'autore, tanto invisa ai politici del dopoguerra, che non fu rappresentata, né negli Usa, né nella Repubblica federale tedesca né nell'ex Repubblica democratica tedesca, se non dopo la morte dell'autore, nella seconda metà degli Anni 50. La parabola brechtiana è ispirata ad Al Capone, con chiari riferimenti all'ascesa di Hitler. Ma proprio perché è una parabola vale per tutti gli stati in cui diventano dominanti affari sporchi, scambio di voti, connessioni con la malavita organizzata, sete di potere, ideologie della lotta tra «bene» e «male», manipolazione dei mass-media. Siccome gli Usa sono una democrazia (seppure sempre più imperfetta) l'opera è stata rappresentata a New York nell'autunno 2002 con grande successo di pubblico; e l'attore protagonista (nei panni di Arturo Ui) era Al Pacino, che nella recitazione e nell'aspetto imitava Bush Jr. Sui modi per uccidere l'uomo ampia è la scelta: dal coltello al fucile, dalla bomba atomica alla bomba «stupida» o a quella «intelligente»; ma anche dalla fame alla sete. Ora, tornando alla domanda-fantasma di prima, perché dovrei scegliere tra due bande criminali rivali? Come cittadina, non solo italiana, ma del mondo, sono per l'affermazione di un diritto e di una legge, locale o Onu-versale, che ci garantisca nei limiti del possibile dalle loro intimidazioni e delitti. Fra le crepe del potere, di cui non dimentichiamo il quarto, si alzano, flebili e tollerate con fastidio, le voci di Gandhi, di Ernst Bloch, di Aldo Capitini, di Nelson Mandela, ispirate a una terza via tra guerra e pace. Tutte persone che hanno pagato con la morte, la prigionia, l'esilio, l'indifferenza, il disprezzo, le loro utopie.



    15.03.2003 Un presidente cowboy con la "missione" in testa

    George W. Bush? Un cow boy religioso, che sente la sua missione nella storia, sconfiggere il male lui che rappresenta il bene, la contro-figura di Bin Laden, uguale nel fondamentalismo. La definizione è di Mark Hertsgaard, quasi cinquantenne studioso di politica e giornalista, americano, che ha girato il mondo nel corso di anni per capire che cosa gli “altri” pensano del suo paese, ricavandone un libro, L’ombra dell’aquila (pubblicato da Garzanti, pagine 230, quattordici euro). Che cosa pensano gli altri degli Stati Uniti? «Un sondaggio tra trentottomila persone di quarantaquattro paesi aveva concluso che la popolarità degli Usa era salita ai più alti livelli, dai tempi della fine della seconda guerra mondiale, dopo le Torri gemelle e che era precipitato ai più bassi livelli di prima, nell’autunno dopo che il pericolo della guerra si era profilato grave. Per colpa di Bush, per ciò che dice ma anche per il modo, quel “noi” imperativo sempre davanti.. È il risultato che ho raggiunto anch’io girando il mondo». Naturalmente con molti argomenti in più... «La maggior parte del mondo manifesta un atteggiamento positivo nei confronti degli Stati, che dovrebbero però considerare la maggior parte del mondo come un vicino che va rispettato. Bush s’immagina tutti alla stregua di servitori, che devono obbedire a Washington. Bush, che prima di diventare presidente aveva fatto tre viaggi in vita sua, ascolta gli ossequi di Blair, di Aznar e di Berlusconi, pensa che questi riassumano l’universo e si sente felice. Mai come adesso gli Usa avrebbero bisogno di amici veri...». È senso comune che la guerra sia per il petrolio. È così? «Il petrolio lo si potrebbe garantire per altra via. La propaganda però ha indotto gli americani a credere che Saddam Hussein sia pericoloso, voglia attaccare gli Usa e sia il padre di tutto il terrorismo, senza tuttavia mai accusare Saddam d’aver ispirato l’attacco dell’11 settembre. Bush ripete: è un mondo nuovo dopo l’11 settembre e dobbiamo difenderci. In realtà la guerra è la strada scelta per imporre una leadership, una strada imboccata dopo che per dieci anni non hanno pensato ad altro, per riorganizzare i rapporti in Medio Oriente e garantire che gli Usa siano l’unica superpower sulla terra. Saddam è un tiranno feroce. Però mi chiedo perchè Rumsfeld sia andato a contrattare con lui, vendendo armi per conto di Ronald Reagan, e perchè Cheney ci sia tornato quattro anni fa per rimettere in piedi gli impianti pretroliferi». Il problema Saddam non lo nega nessuno però... «Ma la guerra è l’ultimo strumento per battere Saddam. Le ispezioni stanno dando risultati e si deve continuare con le ispezioni. Come è accaduto anche in passato, senza trucchi e senza spie americane di mezzo...». Il clima di guerra sembra aver rafforzato all’interno Saddam, così come l’embargo... «Insieme con una schiera di oligarchi che hanno speculato sulle sanzioni». Si attende ancora l’Onu. «Bush odia l’Onu, ma ne ha bisogno, perchè l’opinione pubblica americana accetta la guerra ma sotto l’egida dell’Onu. Senza il consenso dell’Onu a Bush si presenta un bel problema politico. Per giunta con l’economia in crisi». Nel libro lei sostiene l’impossibilità di una sinistra negli Usa. Perchè? «Esisteva negli anni sessanta, all’epoca della battaglia per i diritti civili o per la pace nel Vietnam. Non si è mai legata alla working class sui temi del lavoro, rinunciando a diventare un vero soggetto politico con un progetto generale per la società americana, lasciando spazio alla reazione della destra, che ha invitato tutti a “non varcare i limiti”, cominciando dalla grande informazione, sempre più on bended knees». In ginocchio. È anche il titolo di un altro libro di Mark Hertsgaard. Vuol dire che la democrazia americana è una democrazia limitata? «Tutto cominciò con il Watergate e dopo il Watergate fu Ronald Reagan a martellare su un concetto elementare: la stampa è di sinistra. L’ha ripetuto talmente tante volte, che alla fine gli hanno creduto. Un caso banale e chiaro di manipolazione dell’opinione pubblica. Altro è capitato dopo l’11 settembre. Sulla base dell’Usa Patriot Act, votato nell’ottobre 2001 dal Congresso, tra l’indifferenza generale, la polizia americana può ad esempio entrare nelle nostre case, sottrarre qualsiasi documento, senza giustificare nulla per sei mesi. Ora il governo ha presentato al Congresso il secondo capitolo, ancora più restrittivo, del Patriot Act. Tutto questo viene letto dagli americani come un grave attentato alla freedom e alla privacy. Dico freedom che ha un senso molto diverso da liberty, che ha un senso istituzionale e formale, mentre freedom è libertà individuale, nel solco della tradizione filosofica di Thoreau, dell’identità americana... Le manifestazioni di questi giorni per la pace forse non scongiureranno la guerra, ma riapriranno quel discorso “di sinistra” che risale al Vietnam».
    Da L’ Unità



    26.03.2003 "Io israeliano dico: un conflitto ingiustificato"

    GERUSALEMME - «Sono contro questa guerra non perché mi senta anti-americano o perché ritenga che Saddam Hussein sia una brava persona: di certo non lo è. Semplicemente trovo che questo conflitto non sia in alcuno modo giustificato». E in questa intervista a l'Unità, Meir Shalev, uno dei maggiori esponenti della letteratura israeliana contemporanea, spiega i suoi tanti no alla guerra preventiva di George W.Bush. «Ciò che mi inquieta maggiormente - sottolinea lo scrittore - è constatare come il presidente della più grande potenza occidentale usi una terminologia speculare a quella degli invasati sostenitori della Jihad nel mondo arabo e musulmano». Ci può fare partecipi di ciò che prova in questi giorni guardando le immagini di morte e devastazione che provengono dall'Iraq e portando con sé la maschera anti-gas, nel timore che forse questa guerra lontana la coinvolga, da israeliano, direttamente? «Innanzitutto confesso che non porto la maschera con me in ogni posto. Sarà forse un po' incoscienza e in certa misura anche una provata diffidenza nei confronti delle istruzioni impartite dai nostri governanti. Riguardo a quanto vedo in tv, ciò non può che rafforzare i miei sentimenti negativi rispetto a questa guerra, e aspetto con una certa apprensione il momento dell'entrata della coalizione a Baghdad; là sì che le cose potrebbero complicarsi. Già da quando - molti mesi fa - George W. Bush aveva iniziato a parlare di guerra, ho cominciato a provare un forte disagio. Avevo sempre pensato che in un conflitto in cui gli arabi sono parte in causa, le parole Guerra Santa, diavolo, Satana e via dicendo, potevano essere pronunciate solo da loro; invece mi trovo a sentire Bush jr. usare una terminologia che lo avvicina a coloro che parlano di Jihad; ovviamente nel suo caso si tratta di una Jihad cristiana, diciamo pure Crociata. Tutto questo mi lascia deluso, oltre che preoccupato, perché speravo e pensavo che l'Occidente fosse finalmente guarito da una concezione "messianica", da portatore del Bene, del proprio ruolo nel mondo». Gli israeliani hanno una triste e lunga esperienza in fatto di guerre. Molte sono state combattute nel consenso ma anche qui non sono mancati contrasti tra leader e popolo, proprio come sta accadendo in Europa e nel mondo. Quella tra le leadership e le opinioni pubbliche è una frattura insanabile? «Per quanto riguarda le divergenze fra Europa e Usa, penso che nessuna delle due parti abbia la coscienza pulita. Trovo nell'opposizione europea alla guerra molti elementi che non dovrebbero esserci: interessi economici e politici ed anche sentimenti anti-americani che hanno radici storiche nella rivalità e nei complessi del Vecchio Mondo nei confronti del Nuovo Mondo. Nei giorni successivi l'11 settembre ero per lavoro in Italia e in Grecia e - se me lo avessero raccontato non lo avrei mai creduto - ho sentito nei discorsi di non poche persone, accanto all'orrore, anche una punta di rivalsa, del tipo "in fondo se la sono voluta…". Ripeto, anche io sono contro questa guerra, ma non perché mi senta anti-americano, o perché penso che Saddam Hussein sia una brava persona: non lo è. Semplicemente non trovo che questo conflitto sia giustificato. Se gli Usa vogliono, ad esempio, premunire il pianeta da catastrofi nucleari, perché non se la prendono con la Corea del Nord, che vende a tutto il mondo quei missili che tanto temiamo? Forse non c'è lì un personaggio adatto al ruolo di Satana? Talvolta mi sembra che gli americani confondano la realtà con la finzione dei loro film d'azione, dove la separazione fra i buoni e i cattivi è netta e, soprattutto, dove i buoni vincono sempre. In Israele, dopo la guerra del Kippur - l'ultima che ha messo veramente in pericolo la nostra esistenza come Stato - tutte le guerre sono state accompagnate da forti discussioni e proteste. Il sostegno e il credito che un popolo dà ai propri governanti - in Stati democratici - non è illimitato. Al di là del diritto di protestare, la fiducia o la sfiducia sono funzione di risultati positivi o negativi delle azioni intraprese dai governi, in tutti i campi. Gli Usa si sono imbarcati in una guerra molto discutibile già a priori; alla fine dovranno renderne conto ai propri cittadini e al mondo intero, e potranno riguadagnare il rispetto di tutti solo se dimostreranno con i fatti che quelle che sembrano ora decisioni ingiustificate erano invece fondate su una giusta visione della realtà. In un Paese democratico succede che si debbano accettare le decisioni della maggioranza, ma avviene anche che governi e amministrazioni cadano per i loro errori. Un governo, attraverso l'attività legislativa del Parlamento può imporre, se ha il sostegno necessario, quasi tutto ai propri cittadini, ma non esiste una legge che possa imporre la fiducia: quella deve guadagnarsela duramente con i fatti. E sotto questo aspetto, personaggi come Bush jr. o Sharon, lasciano adito a molti dubbi». Anche se le azioni militari dureranno settimane e forse mesi, già oggi si parla molto del «dopo«. Il «dopo» prima guerra del Golfo ha portato Madrid e i sogni poi infranti di un Nuovo Medio Oriente con gli accordi di Oslo. Che ci si può aspettare questa volta dal «dopo»? «Per azzardare una previsione sono necessari elementi che non ho. I possibili scenari sono ancora troppi e sarebbe come tirare a indovinare. Posso invece dire quello che spero che avvenga. Spero che un po' delle energie internazionali siano seriamente indirizzate al conflitto israelo-palestinese. Che vengano a fare ordine anche qui, perché non vedo alcuna possibilità che israeliani palestinesi riescano a trovare da soli la soluzione ai loro problemi. Come nelle liti fra bambini dell'asilo, serve che si intrometta un adulto e faccia capire ai due litiganti le ragioni dell'uno e quelle dell'altro e che, in un modo o nell'altro, imponga la pace. Quello che mi preoccupa quando sento Bush parlare con una terminologia religiosa, è che invece dell'adulto posato, ragionevole e pacificatore, si frapponga invece fra i due bambini - gli israeliani e i palestinesi - un terzo elemento mosso da ragioni che invece di facilitare, ostacolino il raggiungimento di un compromesso fra le parti». Le Nazioni Unite potranno avere un futuro dopo lo smacco subito con la guerra unilaterale decretata da Stati Uniti e Gran Bretagna? «Non c'è dubbio che l'Onu non dà impressione di grande integrità e porta in sé stessa molte contraddizioni interne. Non posso non avere problemi con un'organizzazione il cui Consiglio di Sicurezza ha avuto a capo, sia pure per un tempo limitato, la Siria, un Paese non democratico, responsabile di stragi di suoi stessi cittadini per il solo fatto che si erano opposti al regime. Che sia chiaro, allo stato attuale delle cose, non considererei accettabile in quel ruolo neppure Israele, sebbene la situazione della democrazia nel mio Paese sia decisamente diversa e più positiva che in Siria. Forse è veramente necessaria una profonda revisione, pensare ad una partecipazione all'Onu solo assicurando credenziali di umanità e democraticità, superando l'idea della Organizzazione delle Nazioni Unite e andando verso il concetto di Organizzazione delle Nazioni Democratiche Unite. Forse allora sarà chiaro a tutti che, come un rapinatore di banche non potrà mai essere a capo di un Consiglio di Amministrazione di una grande banca, in una organizzazione del genere regimi totalitari, teocratici e oscurantisti non potranno dettare il loro volere sfruttando - guarda caso - quelle stesse regole della democrazia che nei loro Paesi infrangono senza vergogna. Se l'Onu riuscirà a trovare il modo di superare questa crisi di credibilità, non c'è dubbio che allora, ma solo allora, potrà avere un suo ruolo e si guadagnerà il rispetto di tutti».
    da L' Unità



    IRAQ
    LA BOMBA AL PANZANIO
    tratto da http://www.ilmanifesto.it/http://www.ilmanifesto.it/di sabato 5 aprile 2003

    I mortiferi B 52, le testate chimiche, le bombe a grappolo, la minibomba nucleare a gittata federalista, la superbomba tagliamargherite. Ma fra tutte le armi impiegate in questa sporca guerra la più letale è senz’altro la bomba P, ovvero bomba al panzanio arricchito, quella che esplodendo sparge intorno a sé decine di panzane, bugie e omissioni, notizie false e sfilate di tank al posto dei corpi massacrati. E’ molto più potente della vecchia Bomba Propaganda, usata da ogni esercito e regime. E’ centuplicata dai caporalmaggiori dell’informazione, ed è pianificata nei computer della Cia, il cervello paranoico della più grande ex-democrazia del mondo. Ecco alcune delle bombe al panzanio già scoppiate o pronte a esplodere. I marines hanno occupato l’aeroporto di Baghdad senza incontrare resistenza. Purtroppo durante la scaramuccia un colpo di bazooka ha centrato il nastro dei bagagli. Un gruppo di passeggeri di ritorno dalle Maldive, esasperato dal ritardo, ha attaccato le forze angloamericane con inaspettata violenza, facendo uso di armi chimiche quali spray antizanzare. La battaglia in corso è dura, ma l’aeroporto sarà conquistato entro poche ore o qualche mese. Le truppe inglesi hanno il completo controllo di Bassora. L’esercito americano è entrato a Baghdad tra due ali di folla festante. Non un solo colpo è stato sparato. I bambini festanti e superstiti mostravano ritratti di Bush e Topolino. Un uomo è andato incontro al marines ed è letteralmente esploso per la gioia. Una donna, bombardata in ospedale, ha dichiarato che lo choc l’ha liberata da una forma d’asma di cui soffriva da anni. Il Pentagono ha accertato che i missili caduti sul mercato di Baghdad non sono americani, ma sono stati lanciati da un’associazione di consumatori iracheni esasperati dal rincaro delle verdure. Le truppe inglesi sono entrate a Bassora malgrado la strenua resistenza opposta dal fuoco amico. Ora Bassora è tutta controllata a eccezione delle case con numeri dispari. Sono state trovate nelle città irachene numerose bombe atomiche di fabbricazione cinese, oltre a dodici campi d’addestramento per terroristi travestiti da campi di calcio. L’operazione antiamericana era stata chiamata in codice «campionato di serie A». I marines hanno sotto controllo la sala Vip e metà delle piste dell’aeroporto di Bagdad, ma per uno sciopero dei controllori di volo non possono ancora far atterrare i B 52. Nessuno screzio tra Rumsfeld, Powell e i generali americani. In un cordiale incontro svoltosi al Pentagono tutti sono stati d’accordo sulla bontà della strategia usata e sulle tattiche future. Lo stesso Rumsfeld è uscito dalla sala per incontrare i giornalisti. Alla domanda: come mai è venuto qui lanciato dalla finestra, Rumsfeld ha riposto: avevo fretta di parlarvi. Non ci ha mai interessato il petrolio, ha detto Bush in conferenza stampa, non sapevo neanche che in Iraq ci fosse il petrolio. Quando ero socio con Bin Laden lui me lo diceva sempre, ma pensavo che scherzasse. Non è vero che sono pagato dai petrolieri e dai mercanti d’armi. E’ come dal benzinaio. Mi danno un bollino-premio ogni dieci nemici eliminati. Ho già vinto la giacca militare e lo stereo, con altri mille punti prendo il telefonino. Nessun lite tra Tony Blairforce e George Wermachtbush sul futuro dell’Iraq. Secondo Blair il governo dell’Iraq dovrà essere retto da iracheni, mentre per Bush il parlamento sarà locale ma il presidente del consiglio potrebbe essere un tecnico o un bipartisan. I candidati sono: Arnold Schwarzenegger, Laura Bush e il presidente della Esso. Gli inglesi sono entrati a Bassora, sono usciti di slancio, hanno passato due volte il Tigri e l’Eufrate, poi hanno fatto un’inversione a U e sono stati visti dirigersi verso la periferia di Istanbul. Si ignora dove siano adesso. Bush ha detto che la vittoria è vicina. Saddam gli ha riposto in televisione che vincerà lui. Bush ha detto che la risposta di Saddam era una videocassetta registrata e sullo sfondo si vedeva un albero di Natale. Saddam ha replicato che Bagdad ha viveri per sette mesi. Bush ha chiesto altri duecentomila soldati. Saddam ha detto che ha usato solo un terzo delle forze. Bush ha detto che ce l’ha più lungo. Saddam ha tirato giù le braghe a un sosia. Questi sono uomini. Non si hanno notizie sulla sorte di Bin Laden ma pare che stia per ricomparire con un video molto costoso diretto da Spielberg. I marines hanno conquistato l’aeroporto di Bassora dopo aver piegato la resistenza delle truppe inglesi, o viceversa, attendiamo notizie più precise. Il Pentagono ha precisato che Peter Arnett è stato licenziato non perché aveva parlato male dell’America, ma perché aveva parlato al telefono con Luttazzi. Notizie dalla più grande base militare Usa del mondo, Camp Italy. Il presidente Ciampi ha dichiarato che non manderemo soldati italiani in Iraq per una decisione autonoma e sovrana, ovvero perché non ce li hanno chiesti. Il premier Silvio W. Berlusconi, borsanerista e approfittatore anche in tempo di pace, approfitta naturalmente della guerra per fare affari, per impossessarsi di Mediobanca e del Corsera, per tentare di salvare il soldato Previti e per far passare la legge Gasparri che secondo il premier prevede entro il 2005 la sostituzione della Pay Tv con la My Tv. Il balilla Casini, tanto imparziale da essere ormai definito il Moreno della Camera, ha difeso il privilegio che guida ogni giorno e ogni atto dell’illegalità democratica italiana, cioè la prepotenza di comportarsi da maggioranza anche quando non lo si è più. Il ministro Pisanu ha detto che i pacifisti devono isolare i provocatori e i violenti, e i pacifisti hanno risposto che loro Fini non lo vedono da mesi. Il ministro dei Rapporti con il parlamento americano, Cipollino Frattini, ha detto che i parà usciti dalla caserma di Vicenza non sono andati in guerra. Metà sono a puttane e metà galleggiano in aria per un gioco di correnti ascensionali. Dopodiché Berlusconi, proprietario del novanta per cento dell’informazione e della pubblicità, ha detto che sui giornali i pacifisti antigovernativi hanno anche troppo spazio, e che le bandiere rosse sono un simbolo sanguinario e lo spaventano, perché i fascisti come lui se le sono trovate troppo spesso contro durante la resistenza. Per finire, ha ribadito che la ricostruzione dell’Iraq non gli interessa. Il depliant degli oleodotti Fininvest era già stato stampato prima della guerra. Questa ultima bomba P è sembrata troppo grossa anche agli americani per sganciarla. Bassora è stata conquistata dai turchi. Le truppe americane controllano finalmente l’aeroporto di Damasco. E’ un errore scusabile, ha detto Powell, non capiamo la segnaletica araba. E anche quella cinese, ha aggiunto Rumsfeld. Il ruolo dell’Onu nella ricostruzione nell’Iraq è ancora da definire, ha detto Powell. Ma potrebbero aiutarci a caricare le taniche. Nell’ultima conferenza stampa prima di partire per il week-end, Bush ha dichiarato: non abbiamo mai confuso il terrorismo di Geronimo con il popolo pellerossa, e la riprova è che gli Apache hanno mantenuto la propria nazione e un parlamento autonomo. Inoltre sono già pronti gli aiuti umanitari per i bambini siriani e coreani. Chi vuol capire, capisca.



    BUSH
    LA MIA VITTORIA
    tratto da http://www.ilmanifesto.it/http://www.ilmanifesto.it/di venerdì 11 aprile 2003

    Sono George Wermacht Bush, presidente della più grande ex-democrazia del mondo. Prima di partire per il week-end nel mio chalet, dove mi distrarrò pescando le trote col mitra, vorrei tenere una breve e vittoriosa conferenza stampa. Saluto i giornalisti presenti: riportate fedelmente le mie parole e non spaventatevi se vi parlo dalla torretta di un carro armato. Mi piace stare quassù: niente come le armi eccita chi ha schivato il militare, come ha fatto il sottoscritto, e quasi tutti i senatori Usa. Il primo passo verso la liberazione dell’Iraq, del Medio Oriente, e del mondo è compiuto, ma il campionato è lungo e molto resta da fare. Abbiamo abbattuto la statua del rais, simbolo di una tirannia obsoleta. Quando hai i B 52, non hai bisogno di una grande statua perché la gente ti guardi dal basso. In Iraq lo scontro è stato preventivo ma duro. Sapevamo di avere di fronte un avversario preponderante, con un’aviazione micidiale, missili di ottima annata, armi chimiche e di sterminio totale. Ed ecco la prima subdola mossa del nemico. Esso ha nascosto il suo terrificante potenziale militare causandoci non poche difficoltà. Le centinaia di caccia iracheni non sono decollati, mettendo in crisi la nostra aviazione che li cercava giorno e notte. I missili che molto astutamente avevamo fatto distruggere dagli ispettori Onu non sono partiti. I tank avevano la targa babilonese. Le armi chimiche non c’erano, abbiamo trovato solo atropina, calzini vecchi e magnesia. Adesso ci toccherà di trasportare un po’ di schifezze sul posto. La Bayer ci manderà medicine tossiche come il lipobay, McDonald’s il suo famoso Blob Burger. Berlusconi ci ha promesso la discarica di suo fratello. Soldati in mutande si sono arresi ai nostri tank che li hanno spalmati sulla sabbia del deserto. Non siamo venuti qui per caricare autostoppisti. Il grande esercito iracheno ha astutamente finto di essere male armato, affamato, antiquato. A questo punto, come potevamo combattere una guerra senza nemico? Avremmo dovuto dare ragione ai nostri detrattori, quelli che dicevano che Saddam poteva essere disarmato in pochi mesi dall’Onu. Non ho niente contro l’Onu, anche se preferisco il Rotary. Credo anzi che il lavoro degli ispettori sia stato molto utile: gli abbiamo fregato le mappe delle caserme e dei depositi, e abbiamo sparato sul sicuro. Ma questa guerra aveva bisogno di un po’ di suspence, e per fortuna c’era Saddam. Lui è servito a dare dignità di operazione militare a questo tiro al bersaglio. Bisognava eliminare il rais, e poiché si spostava come una talpa, dovevamo cacciarlo. Nel corso di questa caccia abbiamo colpito: Tre mercati, due ospedali e una televisione. Un albergo, una scuola e due quartieri residenziali. Un tot di civili e soldati iracheni. Cento soldati inglesi a piedi e in elicottero. Cinquanta soldati americani. Un imprecisato numero di curdi, tanto quelli non li conta mai nessuno. Un gruppo di giordani. Undici afghani. Un cameraman ukraino e uno spagnolo. Un camion di mamme e bambini. Cinque addetti d’ambasciata russi (l’ambasciatore ci è scappato... pardon si è salvato). Una suora in motorino. Un’ambulanza della Croce Rossa. Diversi villaggi sospetti di essere siti chimici. Così imparano a cucinare i peperoni. Abbiamo ucciso Alì il chimico, Fatima la tossica, Mohamed il velenoso e Selim il boleto. Siamo rimasti vivi solo noi: George l’ubriacone, Rumsfeld il cocainomane, Osama il dialitico e Saddam il clonato. Per ultimo, abbiamo tentato di colpire Lilli Gruber, scambiata per il rais. E’ vero, non gli somiglia molto, ma era a trecento metri e aveva un microfono in mano. Naturalmente ora che è caduta Baghdad ci toccherà di accoppare anche Saddam, anche se la Cia preferirebbe prenderlo vivo e surgelarlo insieme a Toro Seduto e a Khomeini, magari torna buono tra qualche anno. Poi ci prenderemo il petrolio, e gestiremo le faide e le vendette di questo paese. Correrà altro sangue, ma pazienza. Siamo indifferenti sia alla gioia di alcuni iracheni per la fine della tirannia, sia alla resistenza disperata di altri: i primi li fotografiamo, i secondi li massacriamo. Quello che ci rode è che, a onta dei molti megafoni della nostra propaganda, sappiamo bene che alla fine non riusciremo a passare per liberatori. Ahimè, questa volta siamo stati smascherati. Ebbene sì, cari sudditi americani e alleati: siamo la razza eletta e l’esercito più potente del mondo, ma abbiamo alcuni difetti. Combattiamo sempre cinquanta contro uno, inventiamo i motivi delle guerre, torturiamo i prigionieri, spariamo sui civili, e diciamo un sacco di bugie. Ma nell’inventare e riciclare Nemici Terribili e Potentissimi siamo i migliori. E li scegliamo sempre capi di un popolo impoverito e sofferente. A questo punto sarebbe un peccato sprecare questa nostra abilità. Questa invasione non ci basta, questo petrolio è poco, le fabbriche di armi non possono fermare la produzione, Rumsfeld ha comprato gli anfibi nuovi, abbiamo bisogno di un nuovo nemico, subito. Il mondo pagherà l’offesa di averci isolato, i pacifisti di averci sputtanato, il papa di averci sgridato. Siamo un popolo pacifico, ma nei prossimi anni triplicheremo le spese militari. Siamo un popolo democratico, ma la Cia ha ripreso a schedare insegnanti, giornalisti e intellettuali. Siamo un popolo multietnico ma in mano a un elìte di straricchi bianchi. Avete visto le prime nostre reazioni alla caduta di Baghdad? Cheney ha detto, vaffanculo l’Onu, l’Iraq lo ricostruiamo noi. Rumsfeld ha detto, non cesseremo il fuoco finché l’ultimo uomo di Saddam non sarà morto. Powell si è lamentato perché Osama non si fa vivo. Bolton ha detto: l’Iraq serva di monito a Siria Iran e Corea del Nord. Vi sembrano frasi che segnano l’inizio di un periodo di pace? Io non mi aggiungerò a queste voci minacciose, a me interessa solo essere rieletto e che la Esso mi dia il sette per cento sui barili. Però vi faccio notare che in Cina sono spuntati questi scarafaggi portatori di polmonite. Ieri, alla Casa bianca, ne è stato visto uno rubare un chicco di riso. Non siamo paranoici, ma se i musi gialli vogliono iniziare la guerra blatto-batteriologica, abbiamo abbastanza armi nucleari da disinfestare tutto il loro obeso paese. Siamo un paese pacifico, ma l’igiene prima di tutto. L’operazione guerra infinita è iniziata. Nessuno si stupisca. Vi interrogate, giustamente, sul perché in tanti odiano l’America. Cominciate anche a chiedervi perché tanti americani odiano il resto del mondo. Perciò cari giornalisti e operatori, quando tornerete al vostro giornale o alla vostra televisione, se li troverete ancora, diffondete al vostro pubblico questa notizia: da oggi nessuno è al sicuro. Parafrasando un fottuto scrittore americano filocubano comunista: non ti chiedere mai per chi suona la sirena. Essa suona per te. Arrivederci e andate con Dio. Il mio, non quello del papa.



    Giulietto Chiesa: Un errore previsto
    Tratto da “il manifesto”, 10 aprile 2003

    Non è stato un errore, perché gli errori è difficile prevederli, mentre questo "errore" era stato da molti previsto. Si era detto: bombarderanno Al Jazeera. L'hanno fatto e sono andati oltre. Questi giornalisti uccisi sono il prodotto "necessario" di questa e delle prossime guerre. Fa impressione vederli morire, perché tutti noi, in fondo, pensavamo che i giornalisti avrebbero potuto continuare a considerarsi privilegiati anche sul campo di battaglia. Lo erano, infatti, lo eravamo, finchè è esistito un campo di battaglia, con i fronti ben definiti: da questa parte i "nostri", dall'altra parte i nemici. E così era, all'inverso, dall'altra parte del fronte. I giornalisti sopravvivevano e prosperavano raccontando la guerra, come quelli raccontati da Karl Kraus ne "Gli ultimi giorni dell'Umanità". Ma adesso i fronti non esistono più. Per la semplice ragione che le guerre si fanno contro i popoli, contro le città piene di civili inermi, contro paesi rei di essere diversi dalle nostre società. Contro i loro "regimi", che sono poi pezzi di storie e di civiltà che hanno l'unico torto di avere percorso vie di civilizzazione che non collimano con le nostre e che non hanno avuto né l'intenzione, né la forza di ergersi a modello per altri. Allora raccontare quelle guerre, queste guerre, quelle che abbiamo già vissuto, nella Jugoslavia, in Afghanistan , adesso in Irak, significa invischiarsi in mezzo a quei corpi, a quelle civiltà, mescolarvisi, spesso non capendole. Soprattutto significa divenire bersagli, insieme a quei corpi, al loro sudore, alla loro miseria. Non c'è niente che possa distinguere un giornalista, in mezzo al crocicchio di una metropoli, dal resto dei miserabili che fuggono per salvarsi. A noi fa raccapriccio pensare che si possa mirare contro uomini e donne disarmati , che stanno vivendo per noi quella tragedia e ce la raccontano, come possono e come sanno. Ma è , la nostra, un'indignazione un po' ingenua, e anche un po' involontariamente razzista, come se la sorte di quegli sventurati colleghi fosse "specialmente orribile". Mentre non lo è affatto. E' la sorte "normale" dei civili che noi vorremmo civilizzare a nostro modo. Anche per loro, in questi quindici giorni passati, le cose sono andate così: disarmati, nascosti nelle buche, in attesa di essere colpiti o, nella migliore delle sorti, di sfuggire tra una bomba e l'altra, tra una sventagliata e l'altra. Anche contro le loro case, come contro i balconi dell'Hotel Palestine, sono stati sparati colpi di cannone. Con la stessa scusa: forse c'era un cecchino. Forse. Ma se c'era o non c'era lo si verifica dopo. Non c'è tempo per la riflessione e per la carità. Normale, è la guerra. Appunto. Era prevedibile. Perché le bombe intelligenti, che pure hanno come sempre sbagliato mira, vanno bene finchè l'uomo bianco sta ad alta quota. Ma quando deve scendere dall'iperuranio - e deve farlo nel bel mezzo di una città piena di sei milioni di persone - si sapeva fin dall'inizio che avrebbe dovuto sparare all'impazzata in tutte le direzioni, toccasse a chi toccasse. Tutto era stato previsto, anche migliaia e migliaia di morti civili. Che non vedremo mai, così come non abbiamo del resto mai visto le colonne di civili e militari che, in fuga dal Kuwait, vennero sterminati nel deserto durante la guerra del 1991. Hanno fatto finta che non ce ne sarebbero poi state tante, ma sapevano e le hanno messe nel conto. I giornalisti uccisi fanno parte, statisticamente, di questo destino. Se ne sono morti "soltanto" 11 è perché sono molto pochi rispetto alla popolazione che li circonda. Quanto vale? Diciamo uno a mille, o uno a diecimila? Non lo sapremo mai. Ma quando ne ammazzano uno dobbiamo sapere che dietro a quell'uno bisogna mettere diversi zeri per contare quei civili che sono morti a causa delle nostre generose attenzioni democratizzatrici. E sarà utile che la nostra indignazione e la nostra solidarietà si distribuisca, statisticamente anch'essa, tra tutti i caduti. Il che sarà anche un, sia pur piccolo, contributo per evitare che ce ne siano altrettanti , nelle guerre future che l'Imperatore sta già progettando. Naturalmente per civilizzare altri popoli riottosi.



    Iraq
    Ma in nome di chi?
    EDUARDO GALEANO

    Le bombe intelligenti, che così somare sembrano, sono quelle che sanno di più. Esse hanno rivelato la verità dell'invasione. Mentre Rumsfeld diceva «questi sono bombardamenti umanitari», le bombe sventravano bambini e spianavano mercati popolari. Il paese che fabbrica più armi e più menzogne nel mondo disprezza il dolore degli altri. «Noi non contiamo i morti» ha risposto il generale Franks quando qualcuno gli ha chiesto dei danni collaterali, come si chiamano i civili che non c'entrano nulla e che volano a pezzi. Babilonia, la meretrice dell'antico testamento, merita questo castigo. Per i suoi molti peccati e per il suo molto petrolio. Gli invasori cercano le armi di distruzione di massa che essi stessi hanno venduto al dittatore dell'Iraq quando il nemico era amico, e che sono state il principale pretesto per l'invasione. Ma non sono armi di costruzione di massa i missili giganteschi che essi sparano? Le armi tossiche e quelle proibite, gli invasori ce l'hanno sotto gli occhi: le hanno usate. L'uranio impoverito avvelena la terra e l'aria, e i grappoli d'acciaio delle bombe a frammentazione uccidono o mutilano in un'area che va molto oltre il loro bersaglio. Nel 1983, quando i marines si impossessarono dell'isola di Granada, l'assemblea delle Nazioni unite condannò a schiacciante maggioranza l'invasione. Il presidente Reagan, rispettoso, commentò: «Ciò non ha minimamente turbato la mia colazione». Sei anni dopo fu il turno di Panama. I liberatori bombardarono i quartieri più poveri, fulminarono migliaia di civili ridotti a 560 nel conteggio ufficiale, e scelsero il nuovo presidente del paese nella base militare di Fort Clayton. Il Consiglio di sicurezza, quasi all'unanimità, si pronunciò contro. Gli Stati uniti vetarono la risoluzione e si misero a lavorare per l'invasione successiva. Le Nazioni unite hanno applaudito queste invasioni successive, o fischiettando si sono girate da un'altra parte. GALEANO/ DALLA PRIMA E sono state le Nazioni unite che hano decretato l'embargo internazionale contro l'Iraq, che ha assassinato molta più gente di Bush padre: più di mezzo milione di morti, secondo cifre di parte, per mancanza di medicine e di cibo. Ma adesso, che sorpresa, le Nazioni unite hanno rifiutato di accompagnare la nuova macelleria di Bush figlio. Per evitare che nella prossima guerra questo episodio di cattiva condotta possa ripetersi, non ci sarà altra soluzione che contare i voti del Consiglio di sicurezza nello stato della Florida. I primi missili non erano ancora apparsi nel cielo dell'Iraq e già era stato cucinato il governo d'occupazione, un governo democratico integralmente composto da militari degli Stati uniti, e già si ripartivano le spoglie del vinto. Il bottino continua ad essere disputato ancora oggi, e non è cosa da disprezzare: i favolosi giacimenti di oro nero e il grande affare della ricostruzione di ciò che l'invasione distrugge. Le compagnie premiate celebrano le proprie conquiste sulle lavagne della Borsa di New York. Laggiù c'è il migliore dei notiziari di guerra. Gli indici ballano al suono della macelleria umana. Nel 1935 il generale Smedley Butler aveva riassunto in questo modo i suoi trent'anni di lavoro come ufficiale dei marines: «Sono stato un pistolero del capitalismo». Disse anche che avrebbe potuto dare alcuni consigli a Al Capone, perché i marines operavano in tre continenti e Capone in non più di tre quartieri di una sola città. E a me che fetta tocca?, si chiedono alcuni membri della coalizione. Ma quale coalizione? I complici di questa missione libertadora, che sono quaranta come il racconto di Ali Baba, compongono un coro in cui abbondano i violatori di diritti umani e le pure e semplici dittature. Da dove è stata lanciata la crociata? Dove sono le basi militari degli Stati uniti? Basta gettare un'occhiata alla mappa: queste monarchie petrolifere, inventate dalle potenze coloniali, somigliano alla democrazia come Bush somiglia a Gandhi. E' un'alleanza tra due. Uno che cresce, l'impero di oggi, e un altro che si restringe, l'impero di ieri. Gli altri servono il caffè e aspettano la mancia. Questa alleanza a due per la libertà di petrolio, che l'Iraq aveva nazionalizzato, non ha nulla di nuovo. Nel 1953 quando l'Iran annunciò la nazionalizzazione del petrolio, Washington e Londra risposero organizzando, uniti, un colpo di stato. Il mondo libero minacciato lasciò scorrere il sangue e lo scià Pahlevi, stella delle cronache rosa, diventò il carceriere dell'Iran durante un quarto di secolo. Nel 1965, quando l'Indonesia annunciò la nazionalizzazione del petrolio, Washington e Londra risposero ancora organizzando, uniti, un colpo di stato. Il mondo libero minacciato issò la dittatura del generale Suharto sopra una montagna di morti. Mezzo milione, secondo i calcoli più prudenti. Da ogni albero pendeva un impiccato. Tutti comunisti, spiegava Suharto. Che continuò a uccidere, gli rimase il tic. Nel 1975, poche ore dopo una visita del presidente Gerald Ford, invase Timor Est e assassinò un terzo della popolazione. Nel 1991 uccise qualche altro migliaio di persone. Dieci risoluzioni delle Nazioni unite obbligavano Suharto a ritirarsi da Timor Est «senza indugio». Lui, sempre sordo. Nessuno l'ha bombardato per questo, né le Nazioni unite hanno decretato alcun embargo universale. Nel 1994 John Pilger visitò Timor Est. In qualsiasi luogo guardasse, campi, montagne o strade, vedeva croci. L'isola, piena zeppa di croci, era un unico grande cimitero. Di questi massacri non si era accorto nessuno. L'anno scorso Ana Luisa Valdez andò a Jenin, uno dei campi profughi palestinesi bombardati da Israele. Vide un'immensa buca, piena di morti sotto i calcinacci. La buca di Jenin aveva le stesse dimensioni di quella delle Torri gemelle di New York. Ma quanti l'hanno visto, a parte i sopravvissuti che rivoltavano le macerie cercando i parenti? Le tragedie commuovono il mondo in proporzione diretta alla pubblicità che ricevono. Giornalisti travestiti da soldati (ma sembrano soldati travestiti da giornalisti) raccontano la campagna d'Iraq per le grandi catene dell'informazione globalizzata. Massacro nei mercati pieni di gente? Sono bombe irachene. Civili morti? Sono gli scudi umani che usa il dittatore. Città assediate senza acqua né cibo? La sete e la fame sono missioni umanitarie. Le città resistono? In televisione si arrendono tutti i giorni. Gli invasori sono eroi. Gli invasi sono strumenti della tirannia. Li accusano di difendersi. La maggioranza degli statunitensi è convinta che Saddam Hussein abbia distrutto le Torri di New York. Crede anche, questa maggioranza, che il suo presidente fa ciò che fa per il bene dell'umanità o per ispirazione divina. I mezzi di comunicazione di massa vendono certezze e le certezze non hanno bisogno di prove. Ma il mondo è stufo di essere obbligato ancora una volta a mandar giù ogni giorno i rospi di questo menù. Il paese dedicato a bombardare gli altri paesi, che da anni e anni infligge al pianeta una incalcolabile quantità di undici settembre, ha proclamato la terza guerra mondiale infinita. Il presidente, che non è stato in Vietnam grazie a papà e che conosce solo le guerre di Hollywood, manda a uccidere e a morire. Non in nostro nome, dicono i familiari delle vittime delle Torri. Non in nostro nome, dice l'umanità. Non in mio nome, dice Dio. Ma George War Bush mente anche quando dorme.
    (eduardo galeano)copyright Ips/il manifesto



    L'Iraq al centro della crisi mondiale
    Guerra perpetua
    Ignacio Ramonet

    Si avverte chiaramente, in questa vicenda irachena, che qualcosa di fondamentale è in gioco. Dovunque si vede il balenio dei lampeggianti e si sente scricchiolare l'intera architettura internazionale. L'Onu è a pezzi, l'Unione europea è divisa, la Nato spaccata... Convinti ormai che la macchina sforna-tragedie stia rimettendosi in moto, dieci milioni di persone hanno protestato nelle vie e sulle piazze delle città del mondo intero. Perché non accettano di veder tornare la brutalità nella politica internazionale, con il suo carico d'odio, di passioni e di violenze estreme. Questi timori collettivi si esprimono in una serie di angoscianti domande: perché questa guerra contro l'Iraq? Perché proprio ora? Quali sono i veri disegni perseguiti dagli Stati uniti? Perché la Francia e la Germania vi si oppongono con tanta energia? Per quali aspetti questo conflitto è rivelatore di un nuovo corso in materia di politica estera? Quali cambiamenti preannuncia nei grandi equilibri mondiali? Sono in troppi a pensare che le vere ragioni di questa guerra restano enigmatiche. Con tutta la migliore volontà, esaminando i documenti presentati da Washington non si può che rimanere scettici. Le autorità americane non sono riuscite a convincere che questa guerra sia necessaria. E la martellante insistenza con cui avanzano giustificazioni miserande non fa che aggravare i dubbi dell'opinione pubblica internazionale. Quali gli argomenti ufficiali? Sono in numero di sette, riportati in un rapporto dal titolo «Un decennio di menzogne e di sfide», presentato dal presidente George W. Bush il 12 settembre 2002 davanti al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Questo testo di 22 pagine elenca tre principali accuse: il mancato rispetto di 16 risoluzioni delle Nazioni unite; il possesso, o il tentativo di dotarsi di armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche, chimiche e missili balistici); e infine una serie di violazioni dei diritti umani (torture, stupri, esecuzioni sommarie). Altre quattro accuse riguardano il terrorismo (si sostiene che Baghdad offra rifugio ad organizzazioni palestinesi e risarcisca con 25.000 dollari ognuna delle famiglie di autori di attentati suicidi contro Israele); i prigionieri di guerra (tra cui un pilota americano); i beni confiscati durante l'invasione del Kuwait (opere d'arte e materiale bellico) e l'uso distorto del programma «petrolio in cambio di cibo». Tutte queste accuse hanno indotto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a votare all'unanimità, l'8 novembre 2002, la risoluzione 1441, in base alla quale è stato istituito «un regime rafforzato di ispezioni, finalizzato a portare a termine il processo di disarmo in maniera completa e verificata». Ma queste accuse sono davvero tali da indurre tutti i paesi a considerare l'Iraq come il problema mondiale numero uno? E come la più orrenda minaccia per l'umanità? In definitiva, sono sufficienti a giustificare una guerra su vasta scala? A queste tre domande, gli Stati uniti e alcuni dei loro amici (Regno unito, Australia, Spagna...) rispondono affermativamente. Senza attendere il via libera di una qualunque istanza internazionale, le autorità di Washington hanno già dispiegato ai confini dell'Iraq imponenti forze militari: più di 200.000 uomini dotati di mezzi di una colossale potenza distruttiva. Ma a queste stesse domande, altri paesi occidentali (la Francia, la Germania, il Belgio) e un parte importante dell'opinione pubblica internazionale rispondono con un triplice «no». Pur riconoscendo la gravità delle accuse, giudicano che gli stessi comportamenti - mancato rispetto delle risoluzioni dell'Onu, violazioni dei diritti della persona, possesso di armi di distruzione di massa) possono essere imputati ad altri Stati del mondo, a incominciare dal Pakistan e da Israele, stretti alleati degli Stati uniti, ai quali nessuno pensa di fare la guerra. E osservano inoltre che Washington mantiene il silenzio su molte altre dittature amiche degli Stati uniti - l'Arabia saudita, l'Egitto, la Tunisia, il Pakistan, il Turkmenistan, l'Uzbekistan, la Guinea equatoriale - che calpestano i diritti umani. D'altra parte, ritengono che il regime iracheno, sottoposto da dodici anni a un embargo devastante, alla limitazione della propria sovranità aerea e a una sorveglianza permanente, non sembra costituire una minaccia imminente per i suoi vicini. Infine, per quanto riguarda l'interminabile ricerca di armi introvabili, molti sono portati a pensare, come Confucio, che «non si può acchiappare un gatto nero in una stanza buia, soprattutto quando il gatto non c'è». Considerando inoltre i costanti progressi degli ispettori della Commissione di controllo, verifica e ispezione delle Nazioni unite (Unmovic ) guidata dal diplomatico svedese Han Blix, e dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aeia), con a capo l'esperto egiziano Mohamed El Baradei, attestati dalle relazioni presentate davanti al Consiglio di sicurezza, ritengono che per questa via si dovrebbe poter raggiungere l'obiettivo di disarmare l'Iraq senza dover ricorrere alla guerra. Per aver fatto suo questo ragionamento ispirato al buon senso, e per averlo saputo esprimere con fermezza per bocca del suo ministro degli esteri, Dominique de Villepin, davanti alle Nazioni unite, il presidente francese Jacques Chirac incarna la resistenza di fronte allo strapotere americano, agli occhi di coloro che in tutto il mondo si oppongono a questa guerra. È certo un abito un po' fuori misura per lui; ma innegabilmente, il presidente della Repubblica francese si è conquistato in poche settimane una popolarità internazionale che pochi leader francesi hanno conosciuto in passato. Forse, come il personaggio del generale Della Rovere nel celebre film di Roberto Rossellini, Chirac si è ritrovato per caso in questo ruolo di resistente, ma non si può non constatare che se ne sta assumendo la missione. Dal canto suo, l'amministrazione americana non riesce ad essere convincente nei suoi tentativi di giustificare questa guerra. Rimane esposta al veto francese, e ha subìto, uno dopo l'altro, due disastri diplomatici al Consiglio di sicurezza: il primo il 4 febbraio, con il flop delle «prove» esibite contro l'Iraq da Colin Powell, l'altro il 14 febbraio, quando gli ispettori hanno presentato un rapporto piuttosto positivo, e Hans Blix ha dichiarato infondate alcune di quelle «prove». Lo stesso giorno, Dominique de Villepin ha affermato: «Dieci giorni fa, Colin Powell ha parlato di supposti collegamenti tra al Qaeda e il regime di Baghdad. Allo stato attuale delle nostre informazioni e in base alle ricerche condotte in collaborazione con i nostri alleati, nulla consente di stabilire collegamenti del genere». Ora, l'individuazione di legami tra la rete di bin Laden e il regime di Saddam Hussein è decisiva per giustificare questo conflitto, in particolare agli occhi dell'opinione pubblica americana, tuttora traumatizzata dagli odiosi attentati dell'11 settembre 2001. Se dunque tanti cittadini si mobilitano ovunque contro la guerra, è proprio perché non sembra giustificata da nessun argomento verificabile. Occorre quindi interrogarsi sulle vere motivazioni degli Stati uniti. Possiamo citarne almeno tre. In primo luogo, la preoccupazione, divenuta ossessiva dopo l'11 settembre 2001, di impedire che un qualsiasi «stato canaglia» possa collegarsi al «terrorismo internazionale». Fin dal 1997 William Cohen, segretario alla difesa del presidente Clinton, aveva dichiarato: «Esiste la possibilità che attori regionali, formazioni armate del terzo tipo, gruppi terroristici e persino sette religiose cerchino di conseguire un potere sproporzionato attraverso l'acquisto e l'uso di armi di distruzione di massa». Difatti, in un comunicato diffuso l'11 gennaio 1999, bin Laden ha confermato che si tratta di una possibilità reale: «Non considero un crimine cercare di acquisire armi nucleari, chimiche e biologiche ». George W. Bush ha riconosciuto che questa eventualità lo ossessiona: «Il nostro timore è che i terroristi possano trovare uno stato fuorilegge in grado di procurare loro le tecnologie per uccidere». Questo «Stato fuorilegge», nella mente del presidente degli Stati uniti, altro non è che l'Iraq. Da qui la teoria della «guerra preventiva», definita il 20 settembre 2002 e così riassunta dall'ex direttore della Cia James Woolsey: «La nuova dottrina nata da questa battaglia asimmetrica contro il terrore è quella della "dissuasione anticipata" o "guerra preventiva". Dato che i terroristi hanno sempre il vantaggio di attaccare segretamente, dovunque e in qualunque momento, l'unico modo per difendersi è sorprenderli adesso, dovunque si trovino e prima che possano essere in grado di organizzare il loro attacco». Beninteso, ciò non richiederebbe nessuna autorizzazione delle Nazioni unite. La seconda motivazione, inconfessata, è il controllo del Golfo arabo-persico e delle sue risorse di idrocarburi. Oltre due terzi delle riserve mondiali di petrolio conosciute sono concentrate nel sottosuolo degli stati situati sulle rive del Golfo: l'Iran, l'Iraq, il Kuwait, l'Arabia saudita, il Qatar e gli Emirati arabi uniti. Per i paesi sviluppati, e soprattutto per gli Stati uniti, grandi dilapidatori di energia, questa regione gioca un ruolo cruciale, in quanto detiene una delle chiavi fondamentali della loro crescita e del loro modello di vita. Ogni intervento contro uno dei paesi del Golfo è dunque considerato come una minaccia agli «interessi vitali» degli Stati uniti. Fin dal 1980, nel suo discorso sullo stato dell'Unione, il presidente James Carter, premio Nobel per la pace nel 2002, aveva definito la dottrina americana per quella regione: «Ogni tentativo, da parte di qualsivoglia potenza estera, di assumere il controllo della regione del Golfo persico sarà considerato un attacco contro gli interessi vitali degli Stati uniti. Ogni attacco del genere sarà respinto con tutti i mezzi necessari, compresi quelli militari (10)». La regione del Golfo, che dalla fine della prima guerra mondiale e lo smantellamento dell'impero Ottomano era controllata dai britannici, dopo il 1945 ha visto crescere l'influenza americana. Ma due importanti paesi sono sfuggiti al dominio di Washington: l'Iran, in seguito alla rivoluzione islamica del 1979, e l'Iraq, dopo l'invasione del Kuwait del 1990. La stessa Arabia saudita è divenuta sospetta dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, in ragione dei suoi collegamenti con l'islamismo militante e degli aiuti finanziari che al Qaeda avrebbe ricevuto da alcuni sauditi. A Washington si considera che l'America non può permettersi di perdere una terza pedina sullo scacchiere del Golfo, soprattutto trattandosi di un paese importante quale l'Arabia saudita. Da qui la tentazione di occupare con un pretesto l'Iraq e riprendere così il controllo della regione. Al di là dei problemi di carattere militare, sarà tutt'altro che facile per le forze d'occupazione americane amministrare un Iraq liberato da Saddam Hussein. Quando ancora era lucido, Colin Powell aveva misurato l'impresa in tutta la sua inestricabile difficoltà: «Pur disprezzando Saddam per tutto ciò che aveva fatto, gli Stati uniti non avevano alcuna voglia di distruggere il suo paese. Nel corso degli ultimi dieci anni il nostro grande rivale in Medioriente era stato l'Iran e non l'Iraq. Noi volevamo che l'Iraq continuasse a fare da contrappeso all'Iran. L'Arabia saudita non voleva che gli sciiti si impadronissero del potere al sud dell'Iraq. I turchi non volevano che al nord i kurdi attuassero una secessione con il resto dell'Iraq (...) Gli stati arabi non volevano che l'Iraq fosse invaso e smembrato. (...) Un Iraq diviso tra le fazioni sunnita, sciita e kurda non avrebbe contribuito a quella stabilità che noi volevamo in Medioriente. Per evitare quel rischio, il solo mezzo sarebbe stato la conquista e l'occupazione di quella lontana nazione di venti milioni di abitanti. Non penso però che fosse questo il desiderio degli americani (11)». Oggi però, a desiderarlo è il presidente Bush... La terza, inconfessata motivazione di questa guerra è l'affermazione dell'egemonia Usa nel mondo. Da tempo la squadra di ideologi di George W. Bush (Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Perle) ha teorizzato questa scalata degli Stati uniti verso la potenza imperiale (si legga alle pagine 6 e 7). Sono quegli stessi che si erano riuniti attorno al presidente Bush padre alla fine degli anni 1980. All'indomani della guerra fredda, e al contrario degli strateghi che postulavano un ridimensionamento dell'apparato militare, questo gruppo premeva per una riorganizzazione delle forze armate e per il ricorso a oltranza alle nuove tecnologie, al fine di ridare alla guerra il suo carattere di strumento della politica estera. All'epoca, racconta un testimone, «la sindrome del Vietnam era ancora ben viva. I militari volevano che il ricorso alla forza fosse condizionato all'accordo di tutti, cosa che in pratica avrebbe reso necessario un referendum nazionale prima di un intervento armato. In queste condizioni, una dichiarazione di guerra sarebbe stata impossibile senza un evento catalizzatore, come lo era stato l'attacco a Pearl Harbour (12)». Eppure nel dicembre 1999 quel gruppo di falchi, già allora coadiuvato da Colin Powell, riuscì a organizzare, senza l'accordo del Congresso né quello delle Nazioni unite, l'invasione del Panama (più di 1.000 morti) e il rovesciamento del generale Noriega. Gli stessi uomini hanno poi condotto la guerra del Golfo, nel corso della quale le forze armate degli Stati uniti diedero al mondo una dimostrazione sbalorditiva della loro iperpotenza militare. Tornati al potere nel gennaio 2001, questi ideologi hanno visto negli attentati dell'11 settembre «l'evento catalizzatore» da lungo tempo atteso. A questo punto, più nulla poteva frenarli. Con il Patriot Act hanno fornito ai pubblici poteri un temibile strumento liberticida; hanno promesso di «sterminare i terroristi», formulato la teoria della «guerra globale contro il terrorismo internazionale», conquistato l'Afghanistan e rovesciato il regime dei taliban. E infine, hanno definito la dottrina della «guerra preventiva» per giustificare, a forza di propaganda e di inquinamento dei media, questa guerra contro l'Iraq. I falchi insistono perché Washington si concentri su quelli che in tempi di globalizzazione liberista sono i veri centri di potere: il G7, l'Fmi, il Wto, la Banca mondiale. E puntano a una graduale uscita degli Stati uniti dal quadro politico multilaterale. Per questo hanno spinto il presidente Bush a denunciare il protocollo di Kyoto sull'effetto serra, il trattato Abm sui missili balistici, il trattato istitutivo di una Corte penale internazionale e quello sulle mine antiuomo, il protocollo sulle armi biologiche, l'accordo sulle armi di piccolo calibro, il trattato sulla messa al bando totale delle armi nucleari e persino la Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, in relazione ai detenuti del campo di Guantanamo. Il prossimo passo rischia di essere quello del rifiuto dell'arbitrato del Consiglio di sicurezza. Una minaccia mortale per il sistema delle Nazioni unite. Così, un pezzo alla volta, sempre in nome di grandi ideali - libertà, democrazia, libero scambio, civiltà - queste ideologie procedono alla trasformazione degli Stati uniti in uno stato militare di tipo nuovo. E fanno propria l'ambizione di tutti gli imperi: cambiare il mondo, ridisegnare i confini, controllare le popolazioni. È l'esatta riproduzione dei comportamenti di tutti i colonialisti del passato. I quali, come ricorda lo storico Douglas Porch, «pensavano che la diffusione dei commerci, della scienza e dell'efficienza amministrativa dell'Occidente potesse servire ad estendere sempre più i confini del mondo civile e a ridurre le aree di conflitto. L'imperialismo avrebbe volto la povertà in prosperità, redento i selvaggi, fugato con la luce le tenebre della superstizione e instaurato l'ordine dove prima regnavano confusione e barbarie (13)». Per evitare questa desolante deriva e in nome di una certa idea dell'Unione europea (14), la Francia e la Germania hanno scelto di fare da contrappeso - ma senza ostilità - agli Stati uniti in seno all'Onu. «Siamo convinti - ha affermato Dominique de Villepin - che il mondo deve essere multipolare; una sola potenza non può assicurare l'ordine mondiale (15)». Quello che si va delineando è un nuovo mondo bipolare, il cui secondo polo potrebbe essere costituito dall'Unione europea, qualora sia capace di aggregarsi, oppure da un'inedita alleanza Parigi-Berlino-Mosca. È un passo storico che sta infine facendo uscire l'Europa da sessant'anni di paure, portandola a riscoprire la volontà politica. Un passo tanto audace da sottolineare, per contrasto, l'atteggiamento pusillanime di alcuni paesi europei (Regno unito, Spagna, Italia, Polonia) per troppo tempo ridotti al ruolo di vassalli. Gli Stati uniti stavano incominciando ad accomodarsi nel comfort di un mondo unipolare, dominato dalla forza del loro apparato militare. La guerra contro l'Iraq dovrebbe servire a dare una dimostrazione del loro nuovo potere imperiale. La Francia e la Germania si sono fatte carico di ricordare loro che i fattori decisivi della potenza sono quattro: la politica, l'ideologia, l'economia e l'apparato militare. La globalizzazione era riuscita ad accreditare l'idea che i soli fattori fondamentali fossero ormai l'ideologia (liberista) e l'economia, e che la politica e la forza militare fossero divenute secondarie. Ma era un errore. Nell'incipiente riorganizzazione del mondo gli Stati uniti privilegiano oramai il militare. La Francia e la Germania, il politico. Per affrontare i problemi che attanagliano l'umanità, scommettono sulla pace perpetua. Mentre il presidente Bush e i suoi puntano sulla guerra perpetua...
    Le Monde Diplomatique



    L'ultima carta dell'Onu
    ASSEMBLEA GENERALE
    Isidoro D. Mortellaro

    Eora? Ora, che ogni velo è stato strappato, è già tutto compiuto? Per molti non resterebbe ormai che lasciar campo e parola alle armi. Per chi, per definizione e scelta, decide di lottare disarmato, non resterebbe altro spazio, sul piano internazionale, se non per una generale, e generica, azione di protesta o per le iniziative via via suggerite, e inevitabilmente circoscritte, nei vari paesi, dalle particolari scelte nazionali o dai rapporti intessuti da Stati e governi nei confronti degli Usa. Converrebbe magari rassegnarsi, provando ad augurare, per paradosso e beffa estremi, il più eclatante e rapido successo ai nuovi, non più solo celesti Blitzkrieg. Le `stelle e strisce' accese nei cieli di Baghdad farebbero così pochi morti e feriti: intanto, tra i civili e i militari condannati o inviati al macello. C'è chi invece si aspetta o si augura una guerra lunga e tortuosa. Magari per salvare in extremis altri, anch'essi colpiti a morte dall'iniziativa di Bush. Qualcosa o qualcuno - l'Onu? la Nato? l'Europa? - potrebbe forse esser recuperato a nuova vita, per quanto debilitata e virtuale. Si rientrerebbe più o meno velocemente nella normalità, magari affidando a istituzioni sovranazionali sempre più esauste peace-keeping ancor più arrischiati e delegittimanti. Chissà? Si potrebbe magari far posto anche al figliol prodigo di Terra di Francia. Non si dichiara forse già aperto e disponibile a partecipare alle future operazioni di riassetto e ricostruzione di Iraq e Medio Oriente? Illusioni pericolose. Calcoli e disegni di retroguardia, di chi non ha ancora pesato appieno tutto l'urto devastante dell'iniziativa americana e si ostina a guardare il mondo con le lenti di ieri. Di chi pensa che - in forza di armi e potenza - l'iniziativa in questo mondo appartenga ancora solo e soltanto all'unica super- o iper-potenza. E vi si acconcia. Dimentico, però, di quello che il 15 febbraio si è rivelato, innanzitutto a chi, come il «New York Times», inquieto e turbato, scrutava nelle macerie già allora accumulate dai bombardamenti preventivi di Bush II e dei suoi Vulcans. Vi è un'altra superpotenza con cui fare i conti, quella del movimento pacifista, di opposizione alla guerra. E questa può oggi allargare la sua azione, se riesce a irrobustire il no al massacro di uomini e regole con un'iniziativa mirata, capace di riguadagnare il terreno delle istituzioni, nazionali e sovranazionali, e di conquistare all'azione globale unità e obiettivi concreti. In questo senso va la riflessione avviata proprio oltre Atlantico, intanto dal Center for Constitutional Rights diretto da Michael Ratner e Jules Lobel, ma poi già divenuta, nel tam tam globale di Internet e in diretta evoluzione rispetto al precipitare degli eventi, iniziativa politica, piattaforma, già tradotta in primi appelli e petizioni 1. Il punto di partenza è una risoluzione dell'Assemblea generale Onu - n. 377 del 1950, non a caso battezzata Uniting for Peace, Unità per la Pace 2 - utilizzata finora solo in dieci occasioni e generalmente trascurata e poco studiata. La sua storia affonda le radici ai primordi della guerra fredda, a quella Corea che già allora rischiò di avviare il mondo per fatali declinazioni. Allora, grazie anche alle circostanze eccezionali di una Unione Sovietica ritirata per protesta sull'Aventino a causa del seggio cinese in Consiglio di sicurezza affidato ancora a Chang Kai-shek, l'immaginifica fantasia del segretario di Stato americano, Dean Acheson, partorì una via d'uscita al possibile ricorso al veto da parte dell'Urss in seno al Consiglio di sicurezza. Approfittando di una assemblea compatta e coesa, circa 60 membri ben disposti all'influenza anglo-americana (attualmente l'Assemblea conta 191 membri), con la risoluzione 377 il 3 novembre 1950 si stabilì che, laddove il Consiglio di sicurezza, a causa della mancanza di unità dei suoi membri permanenti, avesse mancato al suo compito primario di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, si sarebbe fatto ricorso, in caso di crisi o di atti di aggressione, all'Assemblea generale. Su richiesta di almeno sette membri (oggi nove) del Consiglio di sicurezza o della maggioranza dei membri dell'Assemblea, questa si sarebbe riunita, in sessione anche straordinaria, nel giro di ventiquattro ore, per rivolgere ai membri dell'Onu e ai suoi organi le raccomandazioni più appropriate per l'assunzione di ogni misura utile - compreso l'uso della forza - a mantenere o ripristinare condizioni di pace o sicurezza internazionale. Successivamente, la risoluzione fu impugnata vittoriosamente, in Medio Oriente, nella crisi di Suez, proprio su iniziativa degli Usa. Piegò il possibile veto da parte di Francia e Inghilterra e ne determinò il ritiro dal Canale. La stessa Urss, che l'avrebbe subita più volte, dall'Ungheria all'Afghanistan, l'ha utilizzata nel 1967 rispetto alla crisi mediorientale. Altri ricorsi alle sue procedure (Libano,1958, Congo, 1960, Bangladesh, 1971, Namibia,1981, più volte per la Palestina) hanno avuto esiti più incerti e dubbi. In realtà, man mano che l'Assemblea generale è divenuta più fitta e complessa, le raccomandazioni via via partorite, nell'intento di conquistare la maggioranza dei voti in una platea sempre più frastagliata, si sono fatte più evanescenti, perdendo di incisività. Oggi, a fronte della messa in mora del Consiglio di sicurezza e del ricorso unilaterale alla forza da parte di Bush, Blair e Aznar, il modello consegnato in quella risoluzione e le sue risorse, politiche e istituzionali, tornano straordinariamente utili per armare, a tutti i livelli, iniziative capaci di restituire all'Onu un potere che erroneamente si ritiene bloccato una volta e per tutte dal veto dei grandi e soprattutto degli Usa. In questo senso vanno le petizioni - fin qui proposte a fronte della devastante iniziativa anglo-americana -, che possono ora essere elaborate soprattutto per bloccare l'attacco all'Iraq e indirizzare l'azione e le decisioni del Consiglio di sicurezza in altre direzioni. Innanzitutto nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Oggi, occorre averlo chiaro, c'è un fatto nuovo che consegna a quella risoluzione una valenza e un raggio d'azione inusitati, assolutamente straordinari. Mai, nel mezzo secolo che è alle nostre spalle, quella risoluzione ha potuto divenire espressione di una soggettività così spiccata, ampia e globale quale quella venuta alla luce negli ultimi anni, da Seattle, passando per Genova e Firenze, fino al 15 febbraio e oltre. Oggi la «seconda superpotenza» può impugnare la `377' e farne l'`arma' - pacifica per eccellenza - di una battaglia che circolarmente mette in comunicazione, stringe e unifica piazze, Parlamenti e agorà sovranazionali - istituzionali o virtuali - divenendo volta a volta, nelle mani di movimenti, partiti o Stati, petizione, mozione parlamentare, risoluzione, a livello nazionale e internazionale. Un ponte nuovo potrebbe mettere in comunicazione movimenti e Onu. Poggerebbe sui pilastri delle varie Costituzioni democratiche che attorno al ripudio della guerra hanno caratterizzato, nel secondo dopoguerra del Novecento, l'apertura di tanti paesi al mondo. Contribuirebbe a difendere meglio quelle Carte, a restituirle a nuova vita e valore, proiettandole ben oltre i confini nazionali entro cui sono state - tante, troppe volte: già nel Golfo o per il Kosovo - compresse e financo negate. In barba a ogni proclama, Bush in realtà non ha inventato nulla per fronteggiare sfide e tempi nuovi. Sta aprendo, è vero, una pagina inedita della storia e del mondo. Attiva i mezzi terribili oggi offerti dalla scienza piegata alla guerra. Soprattutto attinge a una vecchia storia forzandola a nuovi confini. Thinking the unthinkable: pensa l'impensabile. Sceglie una forma di guerra - la guerra preventiva - già altre volta offerta ai suoi predecessori. All'indomani di Hiroshima e Nagasaki, Truman oppose un secco rifiuto a chi lo tentava all'uso preventivo dell'atomica contro l'Urss, in procinto anch'essa di conquistare l'arma finale. Primo, di molti presidenti americani tentati al passo fatale, obiettò che ci si sarebbe avventurati per una strada rovinosa per l'intero sistema internazionale, ma soprattutto per la democrazia americana. Per quel sentiero comunque nefasto si è avviato Bush, circondato da uomini finora sempre trattenuti o sconfitti nelle prospezioni delle loro apocalittiche utopie. Per contrastarlo, bisogna saper reinterrogare le risorse profonde di una lunga battaglia democratica. Ma sapendo volgerle a una utilizzazione e per orizzonti nuovi, adeguati ai soggetti e agli scenari partoriti da questo passaggio di millennio. Anche da questo versante bisogna osare quel che finora appariva impensabile: praticare compiutamente politica e istituzioni globali, per raffrenare, vincere ciò che fin qui sembrava intoccabile, irrefrenabile. note: 1 Cfr. http:// www.ccr-ny.org. In Italia ne ha già parlato «Liberazione» (16 marzo 2003) traducendo dall'«Independent» un articolo di R. Fisk, Quella vecchia misura Onu utile a fermare la guerra. Se ne può leggere qui di seguito un estratto. Della Risoluzione N. 377, votata dall'Assemblea generale il 3 novembre 1950, riproduciamo il dispositivo fondamentale, omettendo le parti più strettamente procedurali. N. 377 (V). Unirsi per la pace l'assemblea generale, riconoscendo che i primi due scopi stabiliti dalle Nazioni Unite sono: «Mantenere la pace e la sicurezza internazionale e, a tal fine: adottare efficaci misure collettive per prevenire ed eliminare le minacce alla pace e per reprimere atti di aggressione o altre violazioni della pace; e portare a termine mediante mezzi pacifici, e in conformità con i principi della giustizia e della legge internazionale, la regolazione e la risoluzione delle controversie internazionali o delle situazioni che potrebbero portare alla rottura della pace», e «Sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto del principio di parità dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, e adottare altre misure adeguate per il rafforzamento della pace universale», ribadendo che è dovere fondamentale di tutti i Membri delle Nazioni Unite, se coinvolti in una controversia internazionale, perseguire la risoluzione di tale controversia con mezzi pacifici mediante le procedure indicate nel Capitolo VI della Carta, e ricordando i successi ottenuti dalle Nazioni Unite a tale riguardo in alcune precedenti occasioni, […] richiamando la propria Risoluzione 290 (IV) intitolata Punti essenziali per la pace, in cui si afferma che l'inosservanza dei principi della Carta delle Nazioni Unite è la prima causa della persistenza della tensione internazionale, e volendo dare ulteriori contributi agli obiettivi di quella risoluzione, […] consapevole che il fallimento del Consiglio di sicurezza nell'adempiere le proprie responsabilità nell'aiuto a tutti gli Stati membri, in particolare le responsabilità richiamate nei precedenti paragrafi [il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali (NdRM)], non esonera gli Stati membri dai loro obblighi né le Nazioni Unite dalla loro responsabilità nel mantenere la pace e la sicurezza internazionali, […] riconoscendo in particolare che tali fallimenti non esonerano l'Assemblea generale dalle sue responsabilità di fronte al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, A. 1 . Stabilisce che, se il Consiglio di sicurezza, in mancanza di unanimità dei membri permanenti, non dovesse adempiere al suo compito primario di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, qualora si profilasse una qualsiasi minaccia per la pace, violazione della pace o atto di aggressione, l'Assemblea generale dovrà occuparsi immediatamente della questione e indirizzare le opportune raccomandazioni ai Membri per deliberare misure collettive da adottare, incluso, se necessario, nel caso di una violazione della pace o di atti di aggressione, l'uso di forze armate, per mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionali. Se in quel momento non fosse riunita in sessione ordinaria, l'Assemblea generale può essere convocata in sessione straordinaria di emergenza entro ventiquattro ore dalla presentazione della richiesta. Tale sessione straordinaria di emergenza potrà essere convocata su richiesta del Consiglio di sicurezza con il voto di ciascuno dei sette membri, o dalla maggioranza dei membri delle Nazioni Unite; […]
    Le Monde Diplomatique



    Crociati, di padre in figlio
    Dominique Vidal

    Buon sangue non mente. Il sovietologo Richard Pipes, promosso nel 1981 capo dell'ufficio sovietico del Consiglio nazionale di sicurezza Usa, ha contribuito a dipingere l'Urss con i colori dell'«impero del male» contro il quale Ronald Reagan si levò per salvare l'occidente. Vent'anni dopo, suo figlio, Daniel Pipes, è entrato nella task force anti-terrorista del dipartimento Usa della difesa. Il Financial Times, occupandosi di questa commovente filiazione, ha osservato di recente: «adesso, le idee e le ipotesi che hanno fondato l'anticomunismo rivivono per combattere un'altra ideologia. Proprio come erano in molti a ritenere che il comunismo rappresentasse, per la democrazia occidentale, la principale minaccia della seconda metà del XX secolo, oggi sono altrettanto numerosi coloro che considerano l'islam radicale come la più seria delle minacce». Daniel Pipes, fondatore del Middle Est Forum, un think tank destinato a «definire e a promuovere gli interessi statunitensi in Medioriente», fino all'11 settembre passava per un estremista. Non aveva accusato, contro ogni evidenza, gli islamisti di aver perpetrato il mega-attentato di Oklahoma City il 19 aprile 1995? Gli attentati di New York e di Washington lo trasformeranno in profeta. Fin dal 12 settembre, il Wall Street Journal gli offre un'intera pagina. Sarà poi presente anche sul Washington Post, il New York Times, il Los Angeles Times, il Jerusalem Post e su una sessantina di altri quotidiani, senza dimenticare numerosi magazine, come Commentary, Atlantic Monthly, Foreign Affairs, Harpers e New Republic. Tutte le grandi trasmissioni tv lo invitano. Già autore di una decina di libri, ne ha scritto uno di più: Militant Islam Reaches America. Modestamente, la nuova star afferma: «nel mondo della politica, sono il numero uno». Il vero numero uno è certo George W. Bush, di cui Daniel Pipes, esperto in islamofobia, serve la macchina propagandistica. Nemico di lunga data della Siria, dell'Iraq e dell'Arabia saudita, dubbioso di fronte agli accordi di Oslo, partigiano della maniera forte cara a Ariel Sharon, raddoppia gli attacchi contro «le ambizioni dell'islam militante» che non vuole soltanto «espellere l'America dall'Arabia saudita» o «cambiare la politica americana nei confronti del conflitto isarelo-arabo» o «mettere fine alle sanzioni contro l'Iraq»: intende «cambiare la natura stessa degli Stati uniti» - o, come Daniel Pipes scriverà un giorno, «sostituire la Costituzione (statunitense) con il Corano». Questa spada di Damocle che sarebbe sospesa sopra gli Stati uniti giustifica, ai suoi occhi, la repressione più implacabile contro tutti gli americani anti-americani, musulmani in testa: «non è il momento di preoccuparsi degli stati d'animo della gente» assicura Daniel Pipes, che giudica «assolutamente necessario» che l'Fbi mantenga dei prigionieri senza processo. «Che alcuni passino un certo tempo dietro le sbarre anche se non dovrebbero esserci, è un prezzo che sono disposto a pagare». Peggio, avendo dichiarato che l'America è in pericolo, Daniel Pipes si crede autorizzato a prendersi per McCarthy: nel suo sito Campus Watch, denuncia con nome e cognome - sovente come «antisemiti» - gli universitari ostili alla guerra che la Casa bianca sta preparando contro l'Iraq. E questo farà sì che egli sia dichiarato persona non grata in varie università... Più bushista di Bush, questo nuovo crociato rimprovera persino all'attuale amministrazione di «fare una netta distinzione tra un buon e un cattivo islamista». Lui, difatti, non è fautore di questo tipo di sfumature: «la differenza tra un islamista moderato e un islamista radicale - assicura - è come la differenza tra un nazista moderato e un nazista radicale». Di suo padre, il figlio tiene a precisare: «l'ho sempre ammirato. Forse ho ereditato da lui una certa inclinazione dogmatica per l'ostinazione». Ne dobbbiamo prendere atto. note: * Le citazioni provengono dal Financial Times, Londra, 10 gennaio 2003, dal Philadelphia City Paper, 18 luglio 2002 e da The Nation, 11 novembre 2002. (Traduzione di A. M. M.)



    La guerra idiota, o Mattatoio n.6.
    Un grande scrittore Usa e George PP Bush
    intervista a Kurt Vonnegut raccolta da Joel Bleifuss

    KURT VONNEGUT ha compiuto ottant'anni nel novembre del 2002. Ha pubblicato il suo primo romanzo, "Player piano", nel 1952, a 29 anni. Da allora, ha scritto altri 13 romanzi, tra i quali "Mattatoio 5", considerato uno dei romanzi contro la guerra più importanti del secolo ventesimo. Avvicinandosi la guerra contro l'Iraq, ho chiesto a Vonnegut, lettore e simpatizzante di In These Times, di commentare la situazione. Vonnegut è un socialista statunitense della scuola di Eugene Victor Debs, un compagno "hoosier" che gli piace citare: "Finché ci sarà una classe spossessata, sarò dalla sua parte. Finché ci saranno elementi criminali, sarò dalla loro parte. Finché esisterà un'anima in prigione, non sarò libero". Tu hai vissuto la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, quella del Vietnam, le guerre reaganiane, la "Tempesta nel deserto", le guerre balcaniche e ora questa in arrivo contro l'Iraq. Cos'è cambiato? Cos'è rimasto uguale? Qualcosa che non è cambiato è che, per cominciare, nessuno di noi ha chiesto di nascere, non importa da quale continente, isola o calotta polare provenga, e che anche qualcuno vecchio come me, con i miei ottant'anni, è arrivato appena adesso. Tutti questi giochetti erano già in marcia quando io sono arrivato al mondo… Un motto appropriato, che qualunque governo di qualunque parte del mondo dovrebbe mettere nel suo stemma statale, nella sua moneta, non importa dove, è questa citazione del defunto allenatore di baseball Casey Stengel, che apostrofò una squadra che stava perdendo in questo modo: "C'è qualcuno, qui, che sa giocare a questo sport?". Mia figlia Lily, per fare un esempio vicino, ha appena compiuto vent'anni ed erediterà - proprio come George W. Bush, che è anche lui abbastanza ragazzo - una storia recente, in verità terrorizzante, che mette insieme la schiavitù umana, l'epidemia di Aids e i sottomarini nucleari che vagabondano sui fondali dei fiordi in Islanda, o da altre parti, manovrati da equipaggi pronti a trasformare così, in un secondo, quantità industriali di uomini, donne e bambini in rifiuti nucleari e pezzettini per mezzo di razzi e testate all'idrogeno. E deve scegliere, Lily, tra liberalismo o conservatorismo, e così vanno le cose. Quel che c'è di nuovo, nel 2003, è che mia figlia, insieme con il nostro presidente e con Saddam Hussein e molti altri, ha ereditato certe tecnologie i cui effetti collaterali, in tempi di pace o di guerra, stanno distruggendo l'intero pianeta, in tutta la sua capacità di essere un sistema respirabile, bevibile, che possa dare sostegno a qualsiasi tipo di vita. Gli esseri umani, del passato e del presente, si sono solo preoccupati di farne una porcheria. Sulla base di quel che leggi o guardi in tv, cos'è che i media dominanti non hanno detto delle politiche del presidente Bush e della prossima guerra in Iraq? Che sono una idiozia. La mia impressione, che viene dal parlare con lettori e amici, è che molta gente comincia a disperarsi. Credi che abbiamo perduto i motivi di nutrire la speranza? Io penso che il nostro paese, per la cui Costituzione ho combattuto in una guerra giusta [la seconda guerra mondiale, ndt.], sembra aver subito l'invasione dei marziani o degli ultracorpi. Qualche volta ho desiderato che fosse davvero così. Quel che è successo, invece, è che si sono impadroniti del paese per mezzo del più squallido colpo di stato, degno di una commedia di serie B o di un telefilm sui poliziotti. E quelli che adesso comandano nel governo federale sono studenti somari, promossi con una spinta, che non conoscono la storia o la geografia, sono, in modo nemmeno tanto nascosto, suprematisti bianchi che chiamano se stessi "cristiani". Ma la cosa più terrorizzante è che si sono unite a loro alcune personalità psicopatiche, o PP. Dire che qualcuno è un PP significa alludere a una diagnosi medica perfettamente rispettabile, è come dire che qualcuno ha l'appendicite o il piede d'atleta. Il testo medico classico sulla PP è "The mask of sanity", del dottor Hervey Cleckey. Leggetelo. I PP sono presentabili, sanno molto bene quanta sofferenza i loro atti provocano agli altri, però non gli importa. Non gli importa, perché sono svitati. Gli manca una rotella. Quale sindrome può descrivere meglio molti dei dirigenti di Enron e Worldcom e di molte altre multinazionali, uomini che si sono arricchiti rovinando i loro impiegati e gli azionisti e il paese e che, ciononostante, si sentono puri come neve appena caduta, e non gli interessa quel che chiunque possa dire di loro? Succede che di questi PP senza cuore alcuni hanno poltrone importanti nel nostro governo federale, come fossero leader e non persone malate. Quel che ha permesso a molti PP di arrivare tanto in alto nelle imprese, e ora nel governo, è che sono molto decisi. A differenza della gente normale non hanno mai dubbi, per la semplice ragione che sono incapaci di preoccuparsi della conseguenze dei loro atti. Non possono. Fate questo! Fate quello! Mobilitate le riserve! Privatizzate le scuole pubbliche! Attaccate l'Iraq! Sospendete i servizi sanitari! Intercettate tutti i telefoni! Tagliate le tasse ai ricchi! Costruite uno scudo missilistico anche se costa miliardi di dollari! Fottete l'habeas corpus, il Sierra Club e In These Times, e baciatemi il culo! Sei coinvolto nel movimento contro la guerra? Che paragone puoi fare tra il movimento sull'Iraq e quello dei temi del Vietnam? Quando si fece evidente lo stupido, crudele e rovinoso errore che, a livello spirituale, finanziario e militare, era metterci in una guerra contro il Vietnam, tutti gli artisti di valore di questo paese, tutti gli scrittori, pittori, uomini di teatro, musicisti, attori, attrici e altri ancora si sollevarono contro questa aberrazione. Formammo quel che si potrebbe descrivere come un raggio laser di protesta, tutti puntati nella medesima direzione, con molto fuoco e intensità. Questa arma mostrò di avere la stessa potenza di una torta di crema alla banana di un metro di diametro quando la si scaglia da una scala di due metri di altezza. E lo stesso accade anche con le proteste contro la guerra di ora. Allora, come adesso, alla televisione non piacevano quelli che protestavano contro la guerra, nessun tipo di protestatario, a meno che non facessero una bella rivolta. Adesso, come allora, dal punto di vista della televisione il diritto dei cittadini a riunirsi pacificamente e ad esigere dal governo che raddrizzi i torti, vale quanto uno sputo, per così dire. Come scrittore e artista, hai notato qualche differenza tra i leader culturali del passato e quelli di oggi, quanto alla loro responsabilità verso la società? Responsabilità con quale società? Con la Germania nazista? Con l'Unione sovietica stalinista? Perché non responsabilità verso l'umanità in generale? Leader di quale attività culturale, in particolare? Spero che ti riferisca alle belle arti. Tutto quel che riguarda il comporre musica, per cinico, ambizioso o codardo che sia, non può che servire l'umanità. La musica fa sì che tutti abbiamo un po' più di amore per la vita. Perfino le bande militari, benché io sia pacifista, mi rallegrano sempre. Però questo potere è esclusivo della dolcezza per le orecchie. È impossibile creare una confezione tanto universale per l'occhio, attraverso la poesia scritta, l'invenzione letteraria, la storia, i saggi, le memorie o altri generi. La letteratura, per definizione, è portatrice di opinioni. È destinata a provocare discussioni in molti luoghi, senza escludere la città natale o perfino la famiglia dell'autore. Qualunque autore che si dedichi a versare inchiostro sulla carta può aspirare solamente a sembrare responsabile a piccoli gruppi o a persone a lui affini. Potrebbe concedere un'intervista al direttore di una pubblicazione a bassa circolazione. Magari potremmo parlare della responsabilità che hanno avuto, verso le loro società, architetti, pittori e scultori di altre epoche. E aggiungerei questo: i telefilm, anche se non vengono classificati come arte, hanno prestato un servizio meraviglioso agli statunitensi che cercano di essere meno paranoici, più giusti e più compassionevoli. "Mash" o "Law and order", per citare solo due serie, sono state maestre, in questo ruolo. Detto tutto questo, hai qualche idea per un "reality show" veramente terrorizzante? Gli asini di Yale [università delle élites nordamericane, ndr.]. Per farti drizzare i capelli in testa. Quale consideri un buon bersaglio, per gli autori di satira di oggi? Gli stronzi.



    Tratto da l’ Unità del 12.04.2003
    Intervista a: Nuha al-Radi (scrittrice irachena)
    "La democrazia non arriva così, da un giorno all'altro"

    Nuha al-Radi, artista irachena che oggi vive a Beirut, ci mostra fiera il suo ultimo lavoro: una scultura in legno dal titolo We are the world che rappresenta persone diverse, dai mille colori, mentre manifestano contro la guerra. «È importante continuare a mobilitarsi per la pace», dice. È il messaggio che traspare anche nel suo libro, Gente di Baghdad (Sperling & Kupfer, pagine 278, euro 16,00), un diario che comincia il 19 gennaio 1991 e finisce il 27 novembre 2001. Ma l’anno potrebbe anche non essere indicato perché i giorni trascorrono tutti uguali sotto le bombe, in una situazione che peggiora mano a mano che passa il tempo. Nuha ce lo racconta da casa sua, una villa con tante palme e frutteti al nord di Baghdad (lei appartiene all’aristocrazia irachena, nella quale la sua famiglia si distingue per il progressismo). Da quelle mura, che come il resto del popolo saranno sorprese dal fuoco dei raid aerei, ci mostra la vita quotidiana della gente di Baghdad mentre scivola verso il Medioevo... Nuha, com’è la gente di Baghdad? «Sono persone come le altre, solo che ora sono sotto gli occhi di tutto il mondo. L’ultima volta che sono stata in Iraq è stato nel 1995. Dall’embargo in poi la vita del popolo al quale appartengo è stata molto dura. Le Nazioni Unite non avrebbero mai dovuto prevedere l’embargo, credo che sia sbagliato e inumano. Se davvero si vuole fare qualcosa contro il governo non è questo il modo, perché è sempre la gente a rimetterci». Come è cambiata la vostra vita? «Dal ‘91 in poi è sempre peggiorata. Per noi è difficile, per esempio, avere libri o penne... cose semplici che però non ci sono. Un altro effetto negativo della guerra del Golfo sono stati i prezzi altissimi della merce: per cambiare il motore della mia auto ho speso una cifra esagerata... proprio con quel pezzo, tra l’altro, ho cominciato a fare sculture con materiale riciclato». Nonostante tutto mi pare che lei sia sempre rimasta ottimista, lo è ancora? «Devo esserlo, per cercare di mantenere un po’ di speranza». Cosa ha provato sentendo gli iracheni ringraziare Bush? «Io considero quella americana una invasione. Non ho sentito nessun iracheno ringraziare Bush, sono state trasmesse immagini in cui si vedeva la gente in strada, ragazzi.. ma non ho sentito una vera reazione in questo senso. Da parte mia non ci sono sentimenti di stima per Saddam, ma nessuno vuole essere conquistato. In più ci hanno bombardato fino all’osso per tanti anni e hanno creato un caos maggiore di quello che c’era prima. Quello che gli americani avrebbero dovuto fare è togliere l’embargo, se l’avessero fatto avrebbero consentito alla popolazione di crescere, di svilupparsi. È di questo che li accuso, poi ci avrebbe pensato il popolo a convertire il regime. Ma l’invasione non è certo la strada giusta». La presa di Baghdad, simboleggiata dall’abbattimento della statua di Saddam, è solo una caduta del regime politico o può essere l’inizio della democrazia? «Prima di tutto c’è da dire che la democrazia non arriva né così facilmente nè così rapidamente. Dopo ogni caduta di una dittatura le immagini sono sempre quelle: statue abbattute, persone che gridano per strada... Quindi ora dobbiamo stare a vedere cosa avverrà. Per il momento vedo solo anarchia e caos». C’è qualcosa di buono che salverebbe di Saddam? «All’inizio ha cercato di migliorare il sistema scolastico, di portare tutta la popolazione a un livello medio. Ma poi le cose sono andate sempre peggiorando, un degrado lento e costante. Se anche ha cercato di fare qualcosa di buono è stato cancellato dal negativo che è venuto dopo». Lei che è un intellettuale, come ha vissuto la censura imposta dalla dittatura? «Qualsiasi dittatore impone la censura. E non solo. Anche nel mondo occidentale la subiamo, per esempio se guardiamo la Tv araba che mostra l’orrore di quello che sta succedendo in Iraq e poi facciamo un confronto con le televisioni occidentali ci accorgiamo che in quest’ultimo caso ci appare davanti agli occhi una guerra pulita, non i veri orrori. Anche questa è censura». Quale sarà il futuro dell’Iraq? «Non lo so. La guerra non è ancora finita. Hanno ucciso il capo degli sciiti, poi c’è stato l’attacco dei kamikaze... è un conflitto ancora in corso e chissà ancora quante battaglie ci saranno. Per non parlare del saccheggio, della distruzione... Ora gli americani sono nei loro carrarmati, ma non stanno facendo niente di concreto per noi. Hanno instaurato questo meccanismo della forza, come se con la violenza si potesse risolvere tutto. Lo considero un punto di vista molto ingenuo. Non puoi pensare di sistemare tutto con la forza. Vediamo cosa succederà tra una settimana, se veramente saranno sinceri si vedrà. Ma non credo che lo siano, basta guardare cosa sta accadendo con gli aiuti umanitari, stanno lì fermi in Kuwait e nessuno trova il modo per svincolarli. Nel sud del Paese non c’è acqua, né elettricità...». Cosa le manca di più dell’Iraq? «Le palme e i frutteti». Quale è la sua speranza ora? «Che vengano incrementate, in tutto il mondo, le manifestazioni per la pace».



    Tratto da L’ Unità del 07.04.2003
    Intervista a: Uri Avnery scittore israeliano
    "Dietro la guerra, un'ideologia neo-imperialista"

    «Da pacifista israeliano che nella sua vita ha anche imbracciato il fucile per difendere il suo Paese, dico che la guerra scatenata da George W. Bush in Iraq non ha nulla a che vedere con la lotta al terrorismo. Questa guerra, al contrario, alimenterà i terrorismi, di gruppi e di Stato. La guerra che sta devastando l'Iraq, mietendo centinaia e centinaia di vittime tra la popolazione civile, non ha nulla a che vedere con la ricerca e la distruzione di armamenti di massa che l'Iraq produce come tutti gli altri paesi della regione, da Israele all'Egitto. Le ragioni vere di questa guerra hanno ben altri nomi: petrolio, e una ideologia neo-imperiale tanto più inquietante perché venata da una concezione messianica di cui l'attuale amministrazione Usa si sente portatrice. Un fanatismo che ricorda quello degli oltranzisti israeliani che considerano gli arabi una razza infida e inferiore, e che non hanno mai rinunciato al folle proposito di dar vita alla Grande Israele». A parlare è l'uomo simbolo dell'Israele radicale e pacifista: lo scrittore Uri Avnery, fondatore del movimento «Gush Shalom». «Il piano di guerra di Bush - sottolinea Avnery - può avere un senso, sia pure perverso, solo se la leadership americana è disposta - anzi aspira - all'occupazione dell'Iraq per molti anni. Un'occupazione militare destinata ad alimentare violenza in tutta l'area mediorientale e a innescare un diffuso sentimento anti-occidentale». E sul dopo-Saddam, lo scrittore israeliano esprime una convinzione: «L'Iraq - dice Avnery - non è il Giappone o l'Afghanistan, e gli iracheni non ubbidiranno ad un Mikado o a un Kharzai importati e imposti dagli americani, così come oggi continuano ad ubbidire ad un dittatore nazionalista locale che questa guerra unilaterale ha innalzato a simbolo di indipendenza e di orgoglio panarabo». Uri Avnery ha combattuto per Israele: «Ho visto la guerra - ricorda - ne conosco il volto. Vedo le migliaia di vittime, le decine di migliaia che restano feriti e mutilati, le centinaia di migliaia che diventeranno profughi. Per questo sono con i milioni che in tutto il mondo dicono di no a questa sporca guerra». La guerra in Iraq è entrata nella sua fase decisiva. Una guerra che la Casa Bianca ha sempre definito di liberazione. «Sì, di “liberazione” delle ricchezze petrolifere. Perché questa sporca guerra, questa guerra che ha travolto l'Onu e calpestato la legalità internazionale, non è solo impregnata del sangue di centinaia e centinaia di civili iracheni uccisi dalle bombe "intelligenti" degli anglo-americani; questa guerra è avvolta anche da un odore inconfondibile: quello del petrolio. Dei destini del popolo iracheno al signor Bush non è interessato minimamente. L'obiettivo americano non ha nulla a che vedere con principi nobili come quelli della libertà e della democrazia. L'obiettivo americano è di controllare le immense risorse del petrolio iracheno e di rafforzare l'indiretto controllo sul petrolio di altri Stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Iran». Insisto: per l'Amministrazione Usa la guerra contro l'Iraq è parte di quella guerra di difesa dal terrorismo scattata dopo l'11 settembre 2001. «Saddam Hussein è un crudele dittatore, ma l'idea, mai provata, che sia legato ad Osama Bin Laden è ridicola. Il fondamentalismo islamico non è un'animale che può essere domato facilmente. Centinaia di milioni di essere umani esasperati, umiliati, in tutto il mondo arabo e musulmano rappresentano un grande pericolo anche per una grande potenza quale l'America. Un pericolo che la guerra d'occupazione in Iraq alimenterà ulteriormente». Di questo avviso non è il governo israeliano che si è apertamente schierato a fianco di Usa e Gran Bretagna nella guerra contro il regime di Saddam Hussein. «Sharon ritiene che potrà essere lui più di chiunque altro a beneficiare dei frutti della guerra anglo-americana. Forse, sfruttando lo stato d'anarchia che ne deriverà, potrà riuscire a coronare il sogno di tutta la sua vita di generale-primo ministro: quello di far fuori Arafat e scacciare i palestinesi dai Territori occupati. Ma tra qualche anno, Israele potrebbe essere da un nuovo Medio Oriente, profondamente diverso da quello su cui vaneggiava Shimon Peres. Il Medio Oriente edificato sulle macerie dell'Iraq, sarà una regione piena di astio, di sogni di vendetta, guidata da un fanatismo religioso e nazionalista. E alla fine gli americani torneranno a casa. E noi resteremo soli». In un suo recente scritto, Lei ha individuato profonde affinità tra lo «stile» di Ariel Sharon e quello di cui fanno sfoggio i neoconservatori dell'Amministrazione Usa, da Cheney a Rumsfeld, da Condoleezza Rice a Wolfowitz. Di che stile si tratta? «Una miscela di megalomania, creatività, arroganza, superficialità, ignoranza. Una miscela esplosiva». Ciò significa che il «dopo-Saddam» sancirà un'alleanza ancora più ferrea tra George W.Bush e Ariel Sharon? «Tutt'altro. E qui sta la miopia politica di Sharon. L'occupazione permanente dell'Iraq è destinata a trasformare gli Usa in una potenza "araba" con un interesse vitale per la stabilità della regione. Gli americani vorranno impedire con ogni mezzo che il caos si diffonda nei Paesi arabi col rischio di travolgere regimi "amici", dall'Egitto di Mubarak alla Giordania di re Abdallah II. Sharon e i suoi generali, viceversa, sono interessati al maggior caos possibile, per servirsene al fine di risolvere, militarmente, la questione palestinese. In prospettiva, tra Bush e Sharon si aprirà un conflitto d'interessi che non sarà facile ricomporre».



    GIUSEPPE PONTIGGIA
    tratto da Volteggiano i grilli delle retrovie, “Il Sole 24 ore”, 6-4-2003, p. 29

    Decalogo per i difensori di Bush

    I difensori della guerra di Bush (chie-do scusa per questa semplificazione inammissibile) si portano nei dibattiti un loro breviario di argomentazioni, cui at-tingono come a giaculatorie sedative. Le ho compendiate in un decalogo: 1) Parlare di Saddam dilatando gli occhi e dilatando insieme il pericolo terrificante che rappresentava per gli Stati Uniti. Enumerare le risoluzioni dell'Onu da lui violate: la precisione, in un Paese di approssimativi e di avvocaticchi, fa sempre effetto. Agitare lo spettro di quelle armi chimiche che lui ha usato solamente quando aveva l'appoggio degli americani. Sostenere che la guerra l'ha voluta lui e che gli americani sono vittime che si stanno difendendo. Ignorare che la punizione di un torto non può, né in etica né in politica, non tener conto delle conseguenze. Per sloggiare un delinquente da un appartamento abusivo, radere al suolo un intero quartiere non è detto sia la soluzione più costruttiva. Forse ne esistono altre meno catastrofiche. 2) Accusare il popolo iracheno di difficoltà di ricezione. Non ha capito che chi lo sta bombardando vuole liberarlo: non dalla vita, ma da Saddam. Molti profughi dall'Irak cercano invece di rientrarvi, per liberare il loro territorio dai liberatori. Quanti disturbi nella comunicazione! 3) Ripetere, con i generali della coalizione, che tutto procede secondo i piani e secondo la logica: dalla guerra lampo alla guerra di movimento alla guerra di posizione. 4) Se si parla di manifestazioni mondiali per la pace, spostare subito l'attenzione sulla provincia italiana. Pare tolga ogni significato alle cifre. Che cosa sono infatti centoventi milioni sul pianeta di fronte a poche migliaia di disobbidienti faziosi? 5) Dire che i popoli hanno sempre dimostrato per la pace. 1 più colti citano la Storia, anche se non si sa quale. Le adunate di massa a favore della guerra non sono state tipiche solo delle dittature, ma di nazioni libere, tra cui l'Italia e la Germania del 1914. 6) Se si impersona una divisa azzardare - come ho sentito fare da un generale grifagno e rauco - che nessuno ama la pace come chi fa la guerra. 7) Presentare l'America colpita nel suo territorio - l'evento più comune a tutte le altre nazioni - come uno Stato che deve comunque reagire. In che modo, ha meno importanza. 8) Quando si complica la guerra contro Saddam, parlare di un futuro più vicino, il post-Saddam. Rassicura, apre prospettive di collaborazione. 9) Esportare la democrazia. Farlo con le bombe appare illegittimo e cruento, ma l'America è pronta a tutto pur di affermare nel mondo i suoi ideali. 10) Se si accenna al petrolio, ridere con disprezzo. Siamo ancora a questo punto? Siamo ancora ai pettegolezzi sulla famiglia Bush? «Scusa se t'interrompo» È la frase più ripetuta dai condutto-ri leggeri alle telecroniste dall'Irak. Questa irruzione di alta professionali-tà noti si capisce quale finalità perse-gua: se rubare la palla all'avversario, magari strappandogliela dalle mani, come si fa nei giochi dei bambini; oppure appagare un narcisismo ferito, dato che parla più a lungo chi è sul luogo della guerra e non chi volteggia in studio come un intrattenitore. L'effetto comunque è immediato. Le due voci si sovrappongono, non si capi-sce nulla di quello che dicono, finché sono sovrastate dal rumore reciproco e si arrestano di colpo. Dopo una pausa riprendono a parlare contemporaneamente, con frastuono sincronizzato. Alla fine l'inviata al fronte desiste, chi decide è sempre il grillo delle retrovie. Il conduttore può finalmente porre, in un silenzio carico di suspense, la sua domanda. L'inviata stava accennando alle automobili che girano per Bagdad piene di militari e il conduttore le chiede: «Che tipo di automobili?». Sembra di essere a Zelig, quando uno dei due comici dice di amare la carne di vitello e l'altro gli chiede: «Marino?». E lui risponde: «No di fiume». L'inviata, ammirevole come le altre per energia e coraggio, esala a questo punto un fioco e sgomento «Automobili normali» e il conduttore non si sa se rimanga soddisfatto o deluso. Forse immaginava che il regime avesse progettato prototipi per la circolazione a Bagdad durante il coprifuoco.



    Javier Marías
    "La repubblica / Donna", n. 350, 10-5-2003
    La guerra dal vero
    Quello che né i romanzi, né i film, né la tv possono raccontare.

    Sono arrivato a Barcellona che era già notte inoltrata, col solito ritardo delle ferrovie spagnole, questa volta cinquanta minuti. Altri due treni in ritardo si sono aggiunti al mio, cosicché si era formata una lunga coda per prendere il taxi, anche se era quasi mezzanotte. Quando alla fine siamo saliti sul nostro, stavo raccontando alla persona che mi aveva pazientemente aspettato sul binario della lettura nella quale mi ero immerso durante il viaggio e che mi aveva sconvolto: l'edizione inglese, appena pubblicata postuma, di Sulla storia naturale della distruzione, scritta da un autore che è stato un mio amico epistolare, il tedesco W. G. Sebald, al quale piaceva che lo chiamassero Max. Il libro non è ancora stato tradotto in Spagna, ma senza dubbio lo sarà presto, e infatti ho già visto un articolo che diceva di "prendere in prestito i dati" da quel lavoro e, seguendo forse la moda dell'”ipertesto", si appropriava di ben di più.
    La prima parte, quella che stavo leggendo, tratta di "Guerra aerea e letteratura", e in essa si esprime la perplessità che produce la quasi totale assenza di testi importanti sulla distruzione delle città e dei paesi tedeschi negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, sotto i massicci bombardamenti alleati. Si calcola che in essi morirono circa seicentomila civili e che furono rasi al suolo centotrentuno centri abitati, alcuni molto importanti come Amburgo, Dresda e Colonia. E tutto ciò, subito da milioni di persone - mi riferisco a quelle sopravvissute - che avevano perso non soltanto i loro cari e le loro case, ma anche gli spazi geografici nei quali erano cresciute e quindi anche il loro passato e la loro storia, fu incredibilmente sottaciuto, e non solo nei documenti scritti. Dice Sebald che fu come un vergognoso segreto di famiglia condiviso da milioni di persone, che neppure in privato ne facevano parole le une con le altre. Le possibili ragioni di questo tacere o di questa non coscienza nazionale sono molte, le une insondabili e troppo comprensibili le altre. E a ogni buon conto, questo caso tedesco non è l'unico in cui si sia taciuto ciò che in principio nessuno direbbe che si possa tacere. Anche i sopravvissuti di Hiroshima, sembra, mantennero, nella loro maggioranza, un assoluto silenzio.
    Forse è dovuto anche al fatto che la guerra non può mai essere immaginata del tutto. Forse perché è una delle poche cose umane per le quali non ci sono parole che siano alla sua altezza, né immagini per rappresentarla. O forse perché solo fingendo che una cosa simile non sia mai avvenuta, i sopravvissuti possono andare avanti. Sebald descrive con spaventosa sobrietà e precisione la distruzione di Amburgo all'alba del 27 luglio 1943, così come l'aspetto della città cadavere nel periodo im-mediatamente successivo, e l'interminabile vagare dei suoi abitanti fuggiti, molti impazziti o non più in grado di articolare parola. In una citazione dello straordinario diario di Reck-Malleczewen, si racconta come qualche giorno dopo, già altrove, a una rifugiata di Amburgo, si aprì la valigia salendo su un treno affollato, e come da essa caddero prima oggetti ormai inutili e privi di senso e poi il cadavere raggrinzito di un bebè, "rimpicciolito come una mummia", che la madre sì portava in giro, ''reliquia di un passato che prima era intatto".
    Raccontavo tutto ciò sul taxi alla persona che mi accompagnava, quando l'autista è intervenuto dicendo: «Ci sono molti cui piace la guerra e non ne hanno mai vista una, per questo le cominciano e ci spediscono a combatterle. Tutti questi politici, io li porterei a vederne qualcuna e vedreste come finiscono». Era un uomo di una certa età, ma non tale da riferirsi alla nostra Guerra Civile. Non è stato necessario chiederglielo perché ha aggiunto: «Sono stato in Vietnam tre anni». «Lei viveva negli Stati Uniti?» «No», ha risposto, «in Germania. Ero meccanico alla Volkswagen e mi offrirono di andarci a riparare i camion e i carri armati che fabbricavano". Uno spagnolo in Vietnam è cosa rara, ma non mi è suonata come una fantasia o uno scherzo. Ha continuato: «Lì ho visto cose che spero nessuno veda mai più, e di quello che io potrò ancora vedere niente mi spaventa, non potrebbe essere peggio di quello. Nessuno sa. Guardi, né nei film, né in tv, c'è l'odore, per esempio, nessuno può immaginarlo, l'odore che c'è in guerra. Né le mosche, quelle della guerra. Sono feroci, fanno tali abbuffate che finiscono per lanciarsi contro i vivi». Sì, lo avevo appena letto nel libro di Sebald. la stessa cosa ai tropici e ad Amburgo: "Erano enormi, iridescenti", recitava una citazione tedesca dell'epoca, "sciami che bisognava attraversare col lanciafiamme. A volte non erano nemmeno in grado di volare, tanto erano sazie».
    «Quello che non riesco proprio a dimenticare e che mi sveglia a volte di notte», ha continuato il taxista mentre stavamo arrivando, «sono le urla. Voi non sapete come urlano le persone. E spero che non lo sappiate mai». Ormai in albergo mi sono sintonizzato sulle notizie e ho visto Bush, Aznar. Blair, Saddam, Rumsfeld, come ogni giorno. Non ho potuto evitare di vederli tutti e cinque con delle facce da mosca. Tutti.






 
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