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 Cologno Monzese
27 Ottobre 2001

:: Ragioni per essere qui
Luca Ferrieri

 Lavorare ai margini - logo
 Lavorare ai margini

In un momento in cui sono a rischio le cose importanti, in cui si sbriciolano le fondamenta del vivere civile, in cui vacilla il senso comune, in cui mancano le parole, può sembrare sconveniente, può sembrare presuntuoso, può sembrare irriguardoso porre sotto lente di ingrandimento un servizio, un servizio bibliotecario, una piccola biblioteca nata e cresciuta sulle rive della tangenziale.
    Osiamo tanto perché pensiamo di essere, anche noi, a rischio. Siamo morti e rinati mille volte, in questi venticinque anni, in questi duemilacinquecento anni, ma ora facciamo fatica a vedere il cielo al di là della tangenziale. Non possiamo immaginare metafora che meglio rappresenti il nostro lavoro di quella del ponte:
un ponte che unisca culture diverse, linguaggi diversi, supporti diversi. Un lavoro di ibridazione così ostinato da rasentare l’ossessione: che ci porta a respingere ogni pretesa di purezza, di unicità, di primogenitura; a
diffidare sempre di chi crede di essere il primo; di chi non ha altre ragioni che quelle di essere ultimo; che ci porta a inseguire e a restituire alla luce, con fatica e con gioia, tutto ciò che unisce, tutto ciò che connette, tutto ciò che, proprio perché ama le differenze, non si accontenta di fotografarle: le mette in gioco e le mette in moto.Lavorare ai margini è innanzitutto questo. Noi sentiamo naturalmente il peso negativo, il pregiudizio di chi, ponendosi al centro, legge i margini come dipendenze, come dépendance, come colonia, come suburbio, come sottocultura. Ma nel lavorare ai margini non vediamo solo la condizione obbligata, la marginalità, bensì anche la libertà di esistere in spazi bianchi, in interstizi tutti da leggere, in non-luoghi da inventare: la libertà di esistere tra le righe. Una vita nei margini – che non vuol dire una vita ai margini – è la vita del lettore. Il nostro è un caso esemplare – nel bene e nel male – perché è un caso di tanti. Riguarda lo sviluppo dei servizi bibliotecari nel nostro paese – uno dei pochi comparti “in attivo” degli ultimi anni e decenni. Riguarda la difficoltà e le potenzialità di essere sistema, di fare lavoro di rete nei servizi culturali. Riguarda il fatto che in provincia di Milano lo sviluppo più importante dei servizi bibliotecari è avvenuto in periferia, ma in modo strettamente interconnesso alle trasformazioni della metropoli. Riguarda il fatto che abbiamo visto in questi anni cambiare l’utenza sotto il nostro naso. Riguarda il fatto che nelle nostre biblioteche si parlano ormai dieci lingue, talvolta ci si intende a gesti. Che abbiamo visto i libri sedersi allo stesso scaffale con i cd, i dvd, i rom, i video, i dischi, i dischetti. Immagini, suoni, parole: non babele, ma un nuovo alfabeto. Riguarda il lavoro culturale: più difficile, perché si fa e cambia continuamente nella mutazione; più importante, perché ogni pretesa di confinarlo in un ruolo “sovrastrutturale”, di condannarlo all’epifenomeno, di travestirlo da ciliegina o da cenerentola, a seconda dei casi, non regge di fronte al fatto che di qualunque cosa parliamo, è di cultura che stiamo parlando. Più rischioso, più arrischiato, perché cresce la quantità, ma non sempre la qualità; perché le biblioteche fatturano centomila prestiti in paesi di cinquantamila abitanti ma si approfondisce ogni giorno il fossato, il baratro tra chi sa e chi non sa, tra chi legge e chi non legge, tra chi è informato e chi non lo è. Riguarda il rapporto tra centro e periferia: perché mentre queste categorie dello spazio e del potere perdono senso, mentre un gigantesco processo di riclassificazione e di riposizionamento dei poteri e dei saperi toglie senso alla polarizzazione, mentre avanzano i non-luoghi, mentre il centro si svuota di notte per riempirsi di giorno, mentre tutto ciò avviene, avviene anche l’inverso, torna e ritorna la tentazione della gerarchia, degli assoluti, dei pendolarismi a senso unico alternato; e le biblioteche vanno e vengono lungo la tangenziale, si parlano da un casello all’altro, sfiorano i tentacoli della metropoli senza più nessun guscio alle spalle. Tanto più periferiche, le biblioteche della tangenziale, quanto più vicine al cuore del mondo: al suo orrore, al suo riscatto. Parliamo di tutto questo, in questa giornata. Lo facciamo innanzitutto con i numeri, che speriamo di animare e di restituire ad una esistenza meno astratta: chi tocca un numero tocca un uomo, dietro gli indicatori che vedremo ci sono libri che passano di mano in mano, ci sono coscienze che si nutrono, ci sono criticità che si risvegliano o si ripiegano, ci sono passioni, delusioni, incantesimi. A giudicare i nostri numeri abbiamo chiamato un giurì di esperti: ci diranno come si valutano e si misurano i servizi, come si valuta e si misura il nostro servizio. Lo facciamo quindi con l’ingrandimento, il microscopio, il gusto del dettaglio. Ma lo facciamo anche con uno zoom all’indietro, con un campolungo che colloca la nostra biblioteca sullo sfondo della metropoli, della rete bibliotecaria provinciale e nazionale. E con una carrellata che ci porta lontano fino alla Spagna, alla cintura barcellonese, al maratón de cuentos di Guadalajara. Biblioteche sorelle, lontane e vicine, biblioteche importanti che ci hanno onorato della loro presenza, biblioteche sconfinanti le abbiamo chiamate, abituate come noi ad abitare i margini e saltare i confini: io ringrazio Blanca Calvo e Núria Ventura di aver solcato il cielo – di questi tempi – per essere qui con noi. La parola ora tocca, per primi, ai principali collaboratori e protagonisti del lavoro della nostra biblioteca. A loro il compito di dire, in cinque minuti ciascuno, con numeri e parole chiave, come è andato, come sta andando il nostro servizio, per poi lasciare la parola al “gran giurì” (Giovanni Solimine, Elena Zuffada e, questo pomeriggio, Oreste Pivetta) che questi numeri, brevemente, commenterà.

 

 

 
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